A.C.A.B. (All Caps Are Bastards)

1 Giugno Giu 2015 1314 01 giugno 2015

Chi salverà la musica?

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Quando Alberto, giovane uomo italiano sui trentanni e una scintilla negli occhi che ti conquista, nel breve volgere di un paio di mesi ha riportato in vita la mia chitarra mi sono accorto di qualcosa di speciale. Confermata non solo dal mio istinto che già mi diceva che sarebbe diventato il mio liutaio di fiducia, ma anche da un whatsapp dal tono emozionato con cui mi annunciava la nascita della sua nuova creatura.

Ora, che Alberto sia diventato un punto di riferimento per me significa poco o nulla di più pur tenendo in conto il suo talento di musicista bravo e stiloso, l’eccellenza artigiana che riesce a esprimere con le sue creazioni e l'intenzione imprenditoriale che lo hanno reso un punto di riferimento anche per altri come nel caso, per esempio, del chitarrista di Luciano Ligabue, Federico Poggipollini.

Bella la storia di Alberto, che di cognome fa De Gattis come le sue chitarre. Bella quanto il sogno di un ragazzo intelligente e intraprendente che si accorge di avere un dono raro sul quale decide di fissare il suo destino: costruire chitarre suonate dai migliori chitarristi del mondo.

Tuttavia poco significa che Alberto sia diventato per me e per altri un punto di riferimento se non nella prospettiva del punto di caduta di tutto quanto: saranno quelli come Alberto a salvare la musica? Da musicofilo, continuano a impressiornarmi le cifre che descrivono la lenta e costante agonia del settore. Il giro d’affari dell’industria, per esempio, è passato dai 26 miliardi di dollari a livello globale del 2004 ai 15 del 2014. Nonostante questo, scrive il critico musicale del FT Ludovic Hunter-Tinley in un approfondito articolo pubblicato nell’edizione del weekend del quotidiano finanziario londinese, il numero dei dischi pubblicati per conto delle major è quadruplicato nel corso degli ultimi 10 anni e il numero delle pop star è in continua crescita. E sono sempre di più quelle che cercano un posto al sole nella sua rubrica. E sempre di più sono anche le giornate che Ludovic Hunter-Tinley passa a scrivere mail cortesi tipo 'Mi spiace, ma non ho spazio per recensire il suo disco. Buona fortuna'.

Chissà se tra questi ci sarà stato un nuovo Ed Sheeran, un altro che la sua strada se l'è costruita da solo e sa, come Alberto, che esistono alternative. La stella di Sheeran infatti è stata illuminata dalla nascita dei servizi di streaming online come Spotify che gli ha dato la possibilità di essere ascoltato quasi 900 milioni di volte, mentre solo il suo album X è stato ascoltato 430 milioni di volte: come dire gli abitanti di Messico e USA messi insieme.

Eppure i conti non tornano, si sono detti i tipi del Guardian, che hanno preso come metro di misura l’ultima mossa di Spotify, ovvero quella di lanciare un servizio video in concorrenza a Youtube, chiedendosi come mai, se dal punto di vista del design del prodotto Spotify ha saputo fare un ottimo lavoro creando possibilità di esperienza musicale infinite, il servizio video di prossimo lancio di musicale ha poco o niente.

Come andrà a finire in un mondo che cambia alla velocità della luce tra mille contraddizioni, approcci naif e squali del management nessuno sa dirlo. Fino a qualche hanno fa bastavano un disco e una tournee per ripagare gli investimenti fatti su un'artista, che spesso duravano anni come mi conferma un noto discografico italiano che di Sanremo, dischi di successo e hit indovinate ne ha indovinate parecchie.

Ma oggi è diverso. E forse non è caso se Wired UK ha dedicato la copertina del numero di maggio a Kobalt - azienda anch’essa svedese dopo Soundcloud e Spotify - specializzata nella gestione dei diritti d’autore attraverso l'uso dei big data.