A.C.A.B. (All Caps Are Bastards)

13 Giugno Giu 2015 2031 13 giugno 2015

Cogli la prima Mela

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Mi colpì molto il fatto che uno studente italiano dell’MBA dell’Imperial College che lavorava per la Sony passò alla Apple. Ricollegai la cosa alla specificità di un'università politecnica come l’Imperial e al fatto che l’industria musicale fosse moribonda. A quanto pare, niente di più sbagliato se in queste ore gli addetti ai lavori di tutto il mondo, come scrive Re/Code, si chiedono che ci fanno tipi come Jimmy, Dre e Trent nella compagnia americana. Hanno abbandonato le rispettive carriere artistiche per diventare executive dell’industria tecnologica?

Non esattamente, come ha dimostrato il lancio di Apple Music (QUI l'articolo di Lettera43). Un po’ come accadde tra la Ferrari e la Toyota quando quest’ultima comprava a peso d’oro talenti, ingegneri e know-how a Maranello. E’ il business, bellezza! Questo spiega tante cose. Come i movimenti dell’azienda di Cupertino che ha messo nel mirino le industrie dell’informazione e della musica, portando un attacco al cuore del mercato della distribuzione di contenuti in un momento peraltro piuttosto affollato con Google, Amazon, Pandora, Deezer, Rdio e Tidal di Jay Z in cerca della propria fetta di torta. Cosa significa dunque il lancio di Apple Music?

Secondo il britannico Guardian è presto per dirlo perché gli altri player hanno nel frattempo accumulato maggiore esperienza. Non tutti ricordano, per esempio, che nel 2013 il lancio di iTunes Radio avrebbe dovuto mettere fuori gioco un diretto competitor come Pandora. Ma così non fu: due anni dopo, infatti, Pandora conta circa 80 milioni di user attivi negli Stati Uniti mentre Apple è stranamente silenziosa in merito. C’è da dire in sua difesa che è diventata l’azienda più profittevole della storia mentre, un suo diretto competitor, Spotify, ricorre regolarmente ai fondi di venture capital nel tentativo di arginare perdite importanti a causa di un modello di business troppo costoso. Le cose non cambiano di molto se guardiamo a Jay Z che ha visto crollare il valore dei 56 milioni di dollari impiegati nell'acquisto di Tidal solo tre mesi fa e si trova nella condizione di correre al più presto ai ripari.

Come spiega Russ Crupnick, uno dei massimi esperti in materia intervistato dal magazine americano The Wrap, “La missione di Tidal è attrarre un audience. Era così il giorno il cui fu lanciato. E’ stato così il giorno prima che fosse presentato Apple Music ed è così ancora oggi”. Insomma, un tentativo disperato, anche alla luce del fatto che le stime confermano che Tidal potrà contare alla fine del 2015 su 500mila abbonati contro i 60 milioni di Spotify.

Tuttavia, visto che le regole d’ingaggio sono cambiate rispetto al passato penso se non sia più utile chiedersi se il punto di caduta non sia un altro, ovvero visto che le case discografiche hanno messo a disposizione delle piattaforme tecnologiche i propri repertori musicali, non siano proprio loro nel centro del mirino. In fondo, il più grande asset di una casa discografica è il repertorio. Inoltre, cosa sono state le major se non distributori di musica? Così Spotify magari sarà la label delle band indie mentre Apple Music quella della musica mainstream. E via cantando. A quel punto potrei spiegarmi ancora meglio il passaggio dello studente italiano dell’MBA dell’Imperial College dalla Sony alla Apple. “This is the history in the making”, per dirla con la Rihanna di questo video che duetta con Jay Z sulla chitarra di Nuno Bettencourt, una di quelle che ha la fatto la storia del rock con gli Extreme e “More Than Words”, brano che tutti abbiamo cantato almeno una volta in spiaggia d’estate. Ma questa è un’altra storia. O forse no.