Alexanderplatz

3 Settembre Set 2012 2000 03 settembre 2012

Union-Hertha. Est contro Ovest, il derby di Berlino

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Meno di un giro di lancetta d'orologio e, allo stadio dell'Alte Försterei, si apriranno le danze del derby calcistico di Berlino. Union contro Hertha: c'è il tutto esaurito ma non ci voleva molto, perché nel piccolo gioiellino di Köpenick la capienza massima è di 19mila spettatori. Non è una classica del calcio tedesco, ma il derby di Berlino riveste un fascino tutto particolare, per motivi storici e politici più che sportivi. Est contro Ovest, Köpenick contro Charlottenburg, Ossis contro Wessis. E pazienza se l’incontro è derubricato nel tabellone della seconda Bundesliga, la nostra serie B. Le due metà del cielo della capitale tornano a scontrarsi, una di fronte all’altra, due anni dopo. È sempre un derby, e le due tifoserie al di qua e al di là della Porta di Brandeburgo, che poi vuol dire al di qua e al di là del Muro che fu, vivono l'incontro come la partita della vita.



L’aspetto strettamente calcistico si fa racchiudere in poche righe. Si troveranno di fronte i biancorossi dell’Union e i biancoblù dell’Hertha. I primi sono ormai da qualche anno stabilmente nella seconda divisione, dopo un passato glorioso di fama ma avaro di vittorie ai tempi della Ddr. I secondi sono i nobili decaduti, pendolano ormai da quattro anni fra prima e seconda serie e guardano con nostalgia le cartoline ingiallite della Champions League frequentata alla fine degli anni Novanta. Due mondi opposti, agitati dalla stessa passione e dalla comune preoccupazione di aver iniziato la stagione attuale in maniera catastrofica: devono vincere per risalire la china.



Ma qui finisce il calcio e comincia la storia, quella di due delle 7 maggiori squadre berlinesi, che oggi rappresentano il massimo che il Fußball di questa città può offrire. Le grandi platee della Bundesliga, in Germania, sono altrove, nella Baviera del Bayern Monaco o nella Ruhr del Borussia Dortmund. Berlino ha raramente vissuto momenti di vertice e la passione, che resta grande, è sempre rimasta confinata in un ghetto da working class. Il che, però, la rende più affascinante e forse un tantino letteraria.

Nick Hornby, lo scrittore inglese che acquisì fama internazionale raccontando l’epopea dell’Arsenal, potrebbe scriverci un nuovo romanzo, trascinandosi nelle kneipe dei tifosi, così simili ai pub in cui svernano gli appassionati londinesi. I fan dell’Unione ne hanno una tutta loro, piena di fumo, vapori di luppolo e vessilli sociali, a ridosso dello stadio di proprietà dal nome leggendario, An der Alte Försterei, letteralmente “alla vecchia foresteria”, nel quartiere natio di Köpenick, estrema periferia orientale della città. Quattro anni fa, balzarono agli onori della cronaca, perché quello stadio, mai risanato dai tempi della Ddr, se ne stava cadendo giù a pezzi. Stanchi di attendere i contributi del comune, sempre promessi e mai arrivati, decisero di far da soli e, nel giro di 15 mesi, se lo ricostruirono con le proprie mani, organizzando squadre di lavoro, sacrificando il tempo libero e dando una lezione di tenacia e orgoglio – loro, sempre considerati Ossis e quindi un po’ pelandroni – all’intera città. Ora lo stadio è piccolo ma bellissimo, un vero gioiellino all’inglese da 19mila spettatori, che i tifosi-operai stipano in ogni ordine di posto quando i biancorossi giocano in casa. È lo scenario del derby di questa sera.

Diversa la composizione sociale dei tifosi dell’Hertha. La squadra è nata alla fine dell’Ottocento nel quartiere operaio di Wedding, prendendo nome e colori sociali da una nave a vapore, ma presto ha trasferito armi e bagagli nel più borghese distretto di Charlottenburg e da lì ha rappresentato il faro calcistico della Berlino occidentale. Negli anni della Guerra Fredda, l’Hertha è stata l’avaro punto di riferimento della passione dei Wessis, tanto cuore ma poca soddisfazione. Fino a quando, con la riunificazione e il ritorno al ruolo di capitale, i grandi investitori hanno deciso che anche Berlino dovesse avere una squadra degna di una metropoli. Continental, Nike e Deutsche Bahn tra gli altri hanno deciso di associare i propri marchi ai biancoblù, facendo affluire nelle casse societarie cospicui finanziamenti. I risultati non sono stati all’altezza delle promesse: qualche buona posizione in classifica, rare comparse nella Champions League, ma a Berlino la Maisterschale – lo scudetto tedesco – non è mai arrivato e dopo gli anni grassi sono venuti quelli del risparmio, con due retrocessioni in serie B.



La rivalità sportiva fra Union ed Hertha è storia recente. Ai tempi della divisione, anzi, tra le tifoserie serpeggiava una certa simpatia. L’Union gareggiava nella prima divisione del campionato della Ddr e i veri nemici erano altri: la Dynamo Berlino, la squadra della Stasi, sopra tutti. Quelli dell’Union erano i ribelli: operai ma alternativi, riottosi verso le imposizioni del regime e quindi, per forza di cose, contro la squadra della Stasi. I derby fra Union e Dynamo erano spesso l’occasione per scontri anche fisici, sugli spalti e per le strade, sfruttando quella sorta di porto franco che è stato il calcio, anche ai tempi della dittatura. Di conseguenza, il legame sotterraneo con i sostenitori occidentali era un punto di orgoglio e di sfida. Alla Dynamo arrivavano i giocatori più forti e gli aiuti arbitrali più smaccati, la sua bacheca si riempiva di trofei e medaglie sponsorizzate dal regime, ai tifosi dell’Union non restava che incarnare il ruolo di dissidenti, seppure in versione calcistica.

Poi è caduto il Muro e le cose sono cambiate. La Dynamo ha perduto i suoi tutori, è scivolata nei campionati regionali e i suoi numerosi trofei ammuffiscono languidamente sotto le teche del museo dedicato ai soprusi della Stasi, nel palazzone di Lichtenberg, dove il ministero per la Sicurezza di Stato aveva la sua temuta sede. E per i ribelli di Köpenick è iniziata un’altra storia.



Le rivalità di un tempo si sono rimodellate, man mano che la geografia cittadina del pallone seguiva le trasformazioni urbanistiche e sociali della nuova capitale. E gli alleati della Guerra Fredda sono diventati gli avversari di oggi. Attorno all’Hertha, l’establishment economico e politico cittadino ha cercato di costruire una realtà calcistica internazionale, che accompagnasse l’ascesa della città al rango di metropoli europea. Il progetto è per ora fallito, ma nel frattempo attorno alla società di Charlottenburg si è creato un flusso di sostenitori che ha oltrepassato le vecchie divisioni geografiche. La Bundesliga e le partecipazioni alle coppe europee avevano attirato all’Olympiastadion tifosi provenienti dalla parte est della città e anche dal Brandeburgo e dalla vicina Polonia. Un po' di polvere di stelle è rimasta ancora oggi, anche se la seconda retrocessione in tre anni è stata dura da digerire. L’Union invece si è stretta attorno al suo nucleo storico di Köpenick, rafforzando l’identità di quartiere e l’orgoglio orientale e acquisendo da ovest solo un drappello di tifosi romantici, amanti delle sfide impossibili. Non sono mancati apporti illustri e il fascino british dell'Alte Försterei ha attirato negli ultimi anni molti neo-berlinesi approdati di recente in città. La cantante rock Nina Hagen, che da bambina seguiva le partite all’Alte Försterei sulle ginocchia del padre prima di essere sfrattata a Ovest per comportamento antisociale, ha creato per i biancorossi un inno tosto e incisivo, la cui strofa più accompagnata dai tifosi allo stadio è quella che si chiede retoricamente: «Chi non si lascia comprare dall’Ovest»?



C’è così qualcosa di più di un semplice derby calcistico. C’è l’incontro (e lo scontro) fra due mentalità diverse che convivono nella stessa città a pochi chilometri l’una dall’altra. C’è una frattura sottile ma evidente tra due metà che, a 23 anni dalla riunificazione, restano orgogliosamente distinte e distanti. Come sempre, il calcio sublima e deforma le situazioni, ingessandole in due curve contrapposte che, almeno fino a oggi, si sfogano con lazzi e sfottò e tengono le mani bene a posto. Ma a differenza di Dortmund e Gelsenkirchen (Borussia e Schalke 04) o delle due metà di Monaco (Bayern e München 1860), la vita dei tifosi di Hertha e Union non si mescola una volta usciti dallo stadio: ognuno torna nei propri quartieri e nelle proprie kneipe, i ricchi ma perdenti dell’Ovest e i poveri ma belli dell’Est, a raccontarsi le proprie passioni diverse e le proprie vite da separati in casa. Come Berlino, che sulla carta storica e geografica è tornata unita, ma mica poi tanto.

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