Alexanderplatz

27 Gennaio Gen 2013 2104 27 gennaio 2013

Il suono stridulo di Oswiecim

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Oswiecim è un nome quasi impronunciabile. Il suo suono ricorda quello di una saracinesca che si chiude, inesorabile, stridendo nei binari d’acciaio. Un fischio stridulo che provoca un brivido gelato nelle ossa e produce un sibilo acido, insopportabile alle orecchie. Oswiecim atterrisce già quando leggi le lettere sgraziate stampate sul cartello stradale. Si arriva percorrendo una strada statale sconnessa che porta alla fine del mondo, mentre la Cracovia elegante da cui siamo partiti è già cancellata dalla memoria. Nulla sembra umano a Oswiecim. Tutto rimanda all’orrore che fu.


Ma lo devi cercare quell’orrore, devi volerlo vedere con i tuoi occhi e faticartelo perché nessun cartello ti aiuterà, nessuna indicazione ti guiderà al campo. Oswiecim pensava di seppellire i fantasmi sotto un nome impronunciabile ma quel nome è la memoria che si concretizza, che si fa filo spinato, mura, binari ferroviari, forni, stanzoni, docce, camini, baracche, torrette, vagoni piombati, lampioni, valige, capelli, occhiali. E voci. Voci che sussurrano in ogni cortile, in ogni stanza, in ogni angolo, assieme al vento che s’è portato via la cenere, alla cenere che s’è portata via i corpi, ai corpi che si son portati via le anime.

Entrando dalla periferia orientale, ogni capannone, ogni complesso industriale sembra il campo. Oswiecim è tutta un campo. Non è riuscita a sfuggire al peccato originale. Costeggiamo una fabbrica dismessa che negli anni del comunismo era l’orgoglio produttivo della città. Mura alte la circondano e filo spinato. E torrette d’osservazione e lampioni. E chissà a cosa servivano, visto che qui si produceva acciaio. Ma c’erano anche i forni che forgiavano metalli invece che cremare cadaveri, ma producevano lo stesso sibilo della saracinesca che si chiude, lo stesso sibilo stridulo di sempre, il sibilo di Oswiecim.



Quel che i nazisti costruirono sulle baracche di una vecchia caserma polacca è il simbolo dell’orrore, la memoria che oggi ricordiamo, a sessant’anni dalla sua scoperta, avvenuta in una giornata del gennaio 1945. Oggi quel simbolo lo devi cercare perché nessuno te lo indica. Senza indirizzo ti perdi nel reticolo squadrato di questa brutta città di pianura polacca, fatta di case basse e giardini senza alberi, senza prato, senza fiori. Non nascono fiori a Oswiecim. Non ci sono mai nati. Il prato sì. Quando finalmente arrivi al campo e passi attraverso il cancello di ferro con la scritta “Arbeit macht Frei” il verde ti inonda gli occhi, preme sulle pupille e ti fa male tutto quel colore in un posto come questo. Le casette, le stradine, la ghiaia che ti scricchiola sotto i piedi, ripetendo il sibilo dell’orrore: Oswiecim, Oswiecim. Poi il secondo campo. Ci arrivi seguendo i binari, fino alla porta d’ingresso, il torrione in mattoni rossi che abbiamo visto in tante ricostruzioni cinematografiche. Punti i piedi per non svenire. La chiamano Oswiecim. Era Auschwitz.

(Foto: © Pierluigi Mennitti)

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