Alexanderplatz

26 Febbraio Feb 2013 2221 26 febbraio 2013

Ma l'austerity tedesca alimenta i Berlusconi (e i Grillo)

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«Gli italiani avranno il governo che si meritano e gli elettori, in una democrazia, non possono sfuggire alle loro responsabilità»: questo il succo del commento della Neue Zürcher Zeitung, uno dei più autorevoli quotidiani di lingua tedesca, al voto che ieri ha consegnato l’Italia all’ingovernabilità. Giusto, vero. Ma sarebbe anche vero e giusto proseguire con questo parallelismo in tempi di crisi e di Europa unita: anche l’Europa ha l’Italia che si merita.

Il discorso investe soprattutto la Germania di Angela Merkel. E non perché da queste pagine ci si voglia accodare alla ventata anti-tedesca che ha pervaso l’Italia e spinto le matite (più o meno inumidite) dei suoi elettori a fare la croce sul simbolo di Beppe Grillo. Semplicemente perché Berlino gioca un ruolo fondamentale nella gestione della crisi continentale, determina le politiche da adottare, impone una linea di austerità che – dati alla mano – ha precipitato le economie che l’hanno dovuta adottare, senza apportare benefici rilevanti ai conti pubblici. Dopo due anni di cura-Bundesbank, Grecia, Spagna, Italia e Portogallo arrancano più di prima. Qualcosa non ha funzionato.

Non è per capriccio che la Germania è costretta, forse suo malgrado, a svolgere questo ruolo di leadership. È condannata dalla geografia e dall’economia in un’Europa che, dopo la caduta dei regimi comunisti, ha spostato il suo baricentro verso est, facendo di Berlino il baricentro naturale. Ma il Paese non si è fatto trovare pronto a interpretare questo ruolo con gli oneri connessi e Angela Merkel non sembra davvero il cancelliere più indicato: servirebbe una visione politica di lungo respiro, esattamente la qualità che le manca.

L’ostinazione per l’austerity, anche di fronte alle prove fallimentari degli ultimi mesi, ha disseminato l’Europa di cadaveri politici. In Grecia è caduto George Papandreou. I francesi l’hanno fatta pagare a Nicolas Sarkozy. In Slovacchia ha fatto le valigie Iveta Radicova. I cechi hanno eletto alla presidenza un populista di ritorno come Milos Zeman. A Sofia furiose proteste di piazza hanno messo in fuga Boyko Borisov, solo qualche mese fa lodato alla cancelleria per la sua politica di risparmi. In Italia è stato travolto Mario Monti, cui il Ppe aveva affidato anche il ruolo di ridisegnare il centrodestra dopo Berlusconi. Lo spagnolo Mariano Rajoy è autorizzato a fare gli scongiuri. Al posto di tutta questa brava gente l’Europa si è riempita di cittadini furiosi, di Albe Dorate e Syriza, di grillini e berlusconiani di ritorno, di governi deboli e instabili. Pure gli europeissimi polacchi, secondo un sondaggio reso noto ieri, sono adesso per due terzi contrari all’adozione dell’euro. Ma la prima dichiarazione della cancelliera, all’indomani del voto in Italia, lascia intendere che la lezione non verrà ascoltata: «Non è stata una reazione negativa alle politiche di austerity, che restano il presupposto della crescita». Eppure proprio Mario Monti, che pure godeva di una qualche considerazione a Berlino, aveva avvertito Merkel la scorsa estate: l’ostinazione della Germania rischia di fomentare sentimenti anti-tedeschi e di dare spazio ai populismi.

Grillo e Berlusconi sono dunque un problema per la stabilità di governo a Roma e un prodotto della disperazione degli italiani (anche se nel primo caso ha giocato un ruolo altrettanto importante il sentimento anti casta e anti corruzione che ha permeato gli elettori), ma sono anche un problema per la stabilità dell’euro, per il benessere dei tedeschi e, a dirla tutta, anche un prodotto dell’ostinazione di Angela Merkel. Dell’incapacità della Germania di incarnare un ruolo di leadership continentale cui non può più sfuggire, ma al quale appare ancora inadeguata, culturalmente ed emozionalmente.

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