Alexanderplatz

17 Ottobre Ott 2013 1122 17 ottobre 2013

Non ci resta che la Grosse Koalition

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Con il ritorno del dibattito sui finanziamenti privati ai partiti in seguito al caso della donazione di quasi 700mila euro della famiglia Quandt alla Cdu, la battuta migliore sulle trattative di governo in Germania è quella ascoltata ieri sera nel corso di una trasmissione satirica: «Dopo il no dei Grünen e le difficoltà con l'Spd, ad Angela Merkel non resta altro che la Grosse Koalition con la Bmw».

Tra cristiano-democratici e verdi, il rapporto è finito in un mare di rimpianti. È stato come se due innamorati si fossero incontrati nel momento sbagliato: frequentandosi si scoprono insospettate affinità, si intuisce che la storia potrebbe funzionare ma per mancanza di coraggio si decide di non vedersi più. Lo struggimento per quel che poteva essere e non è stato è un sentimento melanconico, antico e naturale. Dunque conservatore e verde. Più che un addio è stato un arrivederci, magari fra 4 anni, ma in 4 anni può succedere di tutto e non è detto che l'occasione si ripresenterà. «È stato bello e utile confrontarsi», hanno detto gli ecologisti, «ma su alcuni punti essenziali non c'erano i margini per andare avanti». «In verità, non c'era alcun punto sul quale non sarebbe stato possibile trovare un compromesso», ha ribattuto Hermann Gröhe, segretario generale della Cdu. E anche a un orso come Horst Seehofer, nuovo signore della specificità bavarese, quegli ex ribelli erano piaciuti.

Il fallimento del sogno nero-verde è il frutto delle difficoltà ecologiste. Un partito lacerato dalla delusione elettorale che ha appena cominciato a fare i conti con se stesso rinnovando quasi interamente la sua classe dirigente. Ci vorrà tempo per far digerire alla base la svolta realista che già si intravvede nella scelta dei nuovi capi, un'alleanza con la Cdu avrebbe messo il nuovo corso da subito sulla graticola, troppi rischi, troppe paure.

Non resta dunque che la Grosse Koalition, a meno che i politici non vogliano tornare al voto, dando al resto d'Europa la sensazione di non essere perfetti neanche loro. Chi si occupa di Germania ogni morte di papa già lancia allarmi sulla funzionalità del suo sistema politico, perché a tre settimane dal voto non c'è ancora un governo. In realtà questa è la normalità. Nel 2009, quando la trattativa si confinava a due partiti affini come Cdu/Csu e Fdp, ci volle un mese per completare il programma. Nel 2005, le trattative per la prima grande coalizione guidata da Angela Merkel durarono quasi due mesi: si votò il 18 settembre, le due parti trovarono l'accordo l'11 novembre, i loro congressi lo approvarono il 18 e solo il 22 novembre Merkel fu nominata cancelliera. Dunque, c'è tempo.

Oggi è il giorno del terzo incontro fra Cdu/Csu e Spd. Forse quello che darà la scossa decisiva. Domani i socialdemocratici riuniscono la base a Lipsia e Sigmar Gabriel deve mostrar loro almeno un trofeo per convincerli a dare l'appoggio alle trattative. Si tratterà probabilmente di un accordo di massima sul salario minimo, cavallo di battaglia di tutti i partiti anche se ognuno prevede modalità differenti. Seehofer ha ceduto, in cambio di cosa si vedrà nei prossimi giorni. I partiti trasmettono all'esterno immagini di tatticismo che poco hanno a che fare con quel che succede attorno a un tavolo: tutti vogliono arrivare all'accordo, ma devono trovare il modo di farlo digerire ai propri militanti. E questo vale più per l'Spd che per la cancelliera.

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