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17 Giugno Giu 2017 1831 17 giugno 2017

Kohl e il capolavoro politico della riunificazione

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Con la morte di Helut Kohl, scompare il cancelliere più longevo (16 anni e 27 giorni) della Repubblica federale tedesca e l'uomo che ha legato il suo nome alla riunificazione tedesca. Politico conservatore, ultimo esponente di una generazione di politici ancora legati a posizioni ideologiche, a Kohl non è riuscito di mettere a tesoro gli indubbi meriti conseguiti durante la sua lunga carriera politica: in particolare quelli legati alle scelte compiute nelle settimane successive alla caduta del Muro di Berlino. L'immagine di Kohl, almeno in patria, è rimasta intrappolata nelle contrapposizioni ideologiche del tempo e nelle conseguenze dello scandalo dei fondi neri del partito. Immeritatamente. In questi giorni vengono pubblicate molte e interessanti analisi sul cancelliere dell'unità. Qui ripropongo di seguito due articoli scritti nel 2009, in occasione dei suoi 80 anni e del ventennale della caduta del Muro.

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Kohl, il cancelliere della riunificazione

Un cerchio magico circonda spesso gli anniversari tedeschi, un cerchio che racchiude storia e politica in un paese che negli ultimi due secoli ha incrociato tutte le tempeste e le avventure della storia. Accade di nuovo in questo aprile, quando gli ottanta anni di Helmut Kohl incrociano il ventennale della riunificazione tedesca. Fu il suo capolavoro politico e oggi l’anziano cancelliere si gode la dovuta riabilitazione dopo quasi tre lustri di forzato oblio. L’uomo uscito di scena a cavallo dei due secoli, prima perché come tutti i leader forti non aveva capito quando era arrivato il momento di lasciare il campo, poi perché coinvolto nello scandalo dei fondi neri al suo partito, riappare ora che i sentimenti si sono sedimentati e l’analisi storica rimette in fila i comportamenti e le scelte compiute. E riappare per quello che fu: il grande artefice di una svolta epocale per il suo paese e per l’Europa.

Il Muro gli cadde addosso, come a molti altri. Lui, il cancelliere in carica della Repubblica di Bonn, si trovava a Varsavia la sera del 9 novembre 1989, quando i dirigenti della Ddr si suicidarono di fronte all’incalzare delle proteste in Germania Est. Nessuno, nel suo entourage, aveva avuto il sentore che la situazione stesse precipitando. Rientrò in patria la sera successiva, a Berlino ovest, giusto il tempo di prendersi bordate di fischi sul portone del vecchio Rathaus di Schöneberg, lo stesso dove ventisei anni prima John Fitzgerald Kennedy aveva pronunciato fra il tripudio della folla la famosa frase «Ich bin ein Berliner». Poi prese in mano le redini della vicenda e nei mesi successivi condusse una sofisticata operazione diplomatica che portò i grandi di allora ad accettare quello che nessuno di loro osava neppure immaginare: la Germania riunita, grande potenza nel cuore dell’Europa. In poche e cruciali settimane smantellò i resti della Ddr socialista, chiuse per sempre l’era della guerra fredda, rassicurò vecchi e nuovi alleati sulla natura democratica della nuova Germania e la ancorò per sempre al vasto progetto dell’unità europea.

Ora i regali di compleanno si sprecano. Il più bello gli è venuto da uno dei suoi avversari politici più severi, Helmut Schmidt, il suo predecessore alla cancelleria di Bonn, l’uomo che lui stesso scacciò dal governo nel 1982 con un ribaltone politico. Schmidt, un altro dei padri nobili della Germania democratica, novantunenne, gli ha concesso l’onore della storia: «In quei mesi Kohl fu artefice di una prestazione splendida, non sbagliò un passaggio. L’errore venne dopo, quando inciampò sul campo finanziario». Non è poco. Una soddisfazione che sa di rivincita, così come la decisione del Senato di Berlino (guidato dalla sinistra Spd più Linke) di conferirgli la cittadinanza onoraria: Berlino la rossa, la città-rospo che Kohl volle baciare facendola di nuovo capitale ma che in fondo non lo ha mai amato. E poi ci sono i giornali e le televisioni, pubbliche e private, che hanno inserito nei palinsesti una corposa programmazione di reportage, fiction, dossier e dibattiti sulla figura politica del cancelliere dell’unità. Una rilettura critica, non agiografica, come nella tradizione della pubblicistica tedesca, sulla lunga carriera di un uomo che ha segnato la politica della Germania democratica come solo Konrad Adenauer e Willy Brandt.

Può sembrare tuttavia riduttivo ricondurre la lunga vicenda politica di Helmut Kohl ai soli momenti della riunificazione tedesca. Basterebbe ricordare il suo record ancora imbattuto di presenza al Kanzleramt, sedici anni, dal 1982 al 1998, tre lustri abbondanti nei quali Kohl ha gestito, plasmato e determinato la politica tedesca e quella popolare e conservatrice dell’Europa. Bonn e Bruxelles sono state le sue stelle polari, il superamento dei difficili anni Settanta attraverso un modello di mercato temperato che ha declinato in versione renana la lunga stagione del liberismo incarnata da Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Vero e proprio politico di potere, è stato probabilmente l’ultimo di tale tempra sulla scena europea, accompagnato da figure come quelle di François Mitterrand, Michail Gorbaciov e la stessa Thatcher. Nato e cresciuto a pane e politica, prese sedicenne la tessera della Cdu e si mise a girare i paesi della sua regione, la Renania-Palatinato, incollando i manifesti per la campagna amministrativa del 1947. Lì, nella regione meridionale già bagnata dal Reno, mosse i primi passi politici, scalando i gradini della gerarchia locale del partito e dimostrando due doti che faranno la sua fortuna negli anni successivi: il cinismo di lavorare ai fianchi i suoi predecessori, la capacità di costruirsi una squadra fedele e devota. Nel 1996 divenne segretario della Cdu della Renania-Palatinato e dal 1969 al 1976 ne divenne Ministerpresident (oggi si direbbe governatore) sostituendo in corsa il compagno di partito Altmeier. Poi il salto a livello nazionale, trecento chilometri più a nord, sempre lungo le anse del Reno, il fiume simbolo della Germania di Bonn. Si mosse con abilità anche nella piccola capitale, nel 1976 tentò la prima scalata alla cancelleria. Raccolse il secondo risultato migliore di tutti i tempi per la Cdu (sempre appoggiata dalla bavarese Csu), mancando di un soffio la maggioranza assoluta che gli avrebbe assicurato il governo. Entrò in parlamento con i galloni di capo dell’opposizione alla coalizione social-liberale guidata da Schmidt, concesse all’alleato-rivale bavarese Strauss di misurarsi – perdendo – nelle elezioni successive e poi, a legislatura in corso, preparò il ribaltone, sfiduciando Schmidt e portando con sé i liberali. Da quel momento ha governato per sedici anni. Una prima stagione segnata dalla stabilizzazione del quadro finanziario dello stato e dal ritorno ai cardini centrali dell’economia sociale di mercato: consolidamento delle finanze statali, stabilizzazione delle aliquote contributive sociali, riduzione del deficit e dell’inflazione, graduale riduzione dei carichi fiscali. Riforme che rimettono in ordine i conti tedeschi, mentre in altri paesi europei – segnatamente quelli mediterranei – la spesa pubblica esplode. Sono le premesse per il ritorno della locomotiva economica tedesca, ulteriormente alleggerita a fine anni Ottanta da riforme nel sistema pensionistico e sanitario. Il welfare rimane generoso ma si snellisce per rendere il paese capace di affrontare la sfida dei mercati che si aprono.

Sono gli anni in cui il distacco con la Germania Est appare ormai incolmabile: a Bonn si cresce a Berlino Est si piomba nella stagnazione. La caduta del Muro è anche conseguenza di un divario economico e sociale che, assieme alla voglia di libertà, spingerà i tedeschi orientali alla rivoluzione.

È in questo momento che il cancelliere si trasforma da paziente tessitore dell’esistente a protagonista della storia: «È merito suo se mi sono convinto che dei tedeschi ci si poteva fidare», racconta oggi Michail Gorbaciov ripercorrendo gli incontri che vent’anni fa aprirono la strada alla riunificazione. Kohl si catapultò con perizia nel grande vuoto aperto dagli avvenimenti, sorprese tutti gli attendisti con un piano in dieci punti che tracciava la road map del riavvicinamento tra le due Germanie e riuscì a inverarla forzando i tempi che lui stesso si era inizialmente dato. Dovette combattere contro tanti, contro l’Spd (ma non contro Willy Brandt), contro il composito agglomerato di gruppi di opposizione e intellettuali orientali che avrebbero preferito provare a costruire un altro socialismo in una nuova Ddr. Convinti Bush senjor e Gorbaciov, i riottosi alleati europei non poterono far altro che seguire, rassicurati dal legame indissolubile che avrebbe unito unità tedesca e unità europea. «Si fosse mosso con più prudenza», concedono oggi gli storici, «Kohl si sarebbe trovato senza la sponda ferma di Mosca e di Gorbaciov, nel frattempo sprofondate nella rivolta e nella implosione».

Poi vennero le prime elezioni della nuova Germania e il trionfo personale annunciato per il cancelliere, sull’onda dell’emozione ma anche di promesse un po’ troppo ottimistiche. Aver sottovalutato i tempi e gli sforzi della ricostruzione delle regioni orientali, promettendo invece da subito «paesaggi fioriti», è l’accusa che gli rivolgono in tanti, così come l’introduzione del cambio paritario fra marco dell’ovest e dell’est.

Ma Kohl vive oggi un’altra rivincita, tutta personale. Negli ultimi anni la vita con lui è stata piuttosto turbolenta. Il suicidio della moglie, le nuove nozze con la sua ex segretaria, una serie di problemi fisici che lo hanno isolato dalla vita pubblica e ridotto in sedia a rotelle, riducendone anche la capacità di espressione. Ha già fatto sapere che, a causa della convalescenza da un ennesimo intervento ospedaliero, il 3 aprile festeggerà il compleanno nel chiuso della sua casa di Ludwigshafen, rinviando ai primi di maggio le celebrazioni pubbliche organizzate. Nelle redazioni dei giornali giacciono da tempo nei cassetti i coccodrilli preparati sulla sua vita. Avrà il piacere di leggerli, adattati alla bisogna per celebrare i suoi ottant’anni.

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La Germania matrigna che fatica a perdonare Kohl

È passato alla storia come il cancelliere dell’unità. Non tanto perché gli è capitato anagraficamente di vivere, da capo del governo tedesco, la caduta del muro di Berlino, quanto perché ha determinato politicamente, con forza e convinzione, il cammino delle due metà divise dalla guerra fredda fino al ricongiungimento. Ma la storia, almeno quella successiva, non gli è stata riconoscente. Helmut Kohl si staglia nel pantheon delle figure politiche del Novecento con un profilo alto e chiaro, eppure gli eventi lo hanno costretto nell’ultimo decennio a rimanere in disparte. Quando la riunificazione tedesca compì dieci anni, era nel mezzo dello scandalo politico dei fondi neri, la mazzata definitiva dopo la sconfitta elettorale subita da Gerhard Schröder. Era divenuto d’impaccio a tutti, amici e nemici, un imbarazzante simbolo della sete di potere. Il suo successore socialdemocratico gli fece lo sgarbo di non invitarlo alle manifestazioni ufficiali e nessuno – stampa libera, opinionisti, compagni o avversari di partito – aprì bocca per stigmatizzare l’affronto, per distinguere la cronaca giudiziaria dalla storia con la s maiuscola, quella che finisce sui libri e ci resta per sempre.

E ora che sono arrivate le celebrazioni del ventennale, e che dieci anni in più hanno ammorbidito le asprezze di un tempo favorendo un bilancio più equlibrato, a negargli la scena che meriterebbe è arrivata la malattia. Prima una serie di guai medici, l’anno scorso una caduta in casa che sembrava fatale. Il cancelliere dell’unità si è ripreso ma non abbastanza per riprendersi anche la giusta rivincita. Sabato scorso ha fatto un’eccezione. Ed è tornato a Berlino dopo tanti anni. In sedia a rotelle, si è presentato sul palco del Friedrichstadtpalast, il teatro di varietà a due passi dalla fermata della metropolitana che faceva da frontiera di passaggio fra est e ovest ai tempi del muro, per stringere la mano a due vecchi amici di allora: George Bush senior e Mikail Gorbaciov. In qualche modo si ritrovava a casa. Non tanto per Berlino, la città che lui ha restituito al rango di capitale ma che non l’ha mai amato e lo inondò di fischi la sera che rientrò precipitosamente da Varsavia, il giorno dopo che era caduto il muro. Piuttosto perché la manifestazione con “i tre grandi uomini che hanno fatto la storia” è stata organizzata dalla fondazione Adenauer, il laboratorio politico della Cdu guidato dal suo vecchio amico Bernhard Vogel.

Kohl ci ha provato a colmare il vuoto che incombe su questo ventennale, quello della sua assenza. Ma oggi gli risulta difficile anche parlare. Le sue parole, maciullate da una bocca non più capace di articolare i suoni, sono arrivate oblique e frammentate. E tuttavia una cosa è stata chiara: l’orgoglio per quell’unità alla quale pochi credevano, che molti non volevano e che troppi gli hanno rinfacciato. «Di questa riunificazione sono molto orgoglioso e nella storia tedesca non ci sono molte vicende di cui essere orgogliosi. Ma dell’unità sì e devo riconoscere che questi due gentlemen che mi siedono accanto di essere stati dei partner straordinari. Nessuno dei leader europei è stato così leale come loro».

La questione tedesca, ancora vent’anni dopo l’avvenuta riunificazione, resta il nervo scoperto del paese, una questione in fondo non ancora digerita. Una strana onda di ritorno, cammuffata sotto l’ambigua veste dell’Ostalgie, sta trasfigurando il passato: non tutto è andato come ci era stato promesso. È vero, ma il bilancio fatto sulla misura dell’entusiasmo di quei mesi a cavallo del 1989 è un gioco troppo facile. Non c’è tutto quello che era stato promesso ma c’è molto, tanto di più di quello che c’era. Questo vorrebbe dire il cancelliere, se avesse ancora la forza nelle gambe e nella voce. E invece, oggi che una Germania rasserenata è disposta a ridargli la parola, magari anche a tributargli qualche timido applauso al di là della platea amica della sua fondazione, lui non ha più la forza di farlo. E a volte sembra neppure la voglia. Così resta inchiodato lì, a quelle promesse gettate a una folla famelica nella campagna elettorale del 1990, i paesaggi fioriti che in breve tempo sarebbero sorti anche nella Germania affossata e umiliata da quarant’anni di economia di piano, di dittatura asfissiante, di controllo poliziesco spinto fin nelle camere da letto, di fumi velenosi e liquami inquinanti liberati nell’aria e nei fiumi, di disoccupazione mascherata, di povertà spacciata come uguaglianza. C’erano centinaia di bandiere che garrivano al vento, quando si presentò a Erfurt come l’uomo della riunificazione, tante avevano il buco nel centro, vecchie bandiere dell’est con il simbolo della Ddr strappato di netto e la piazza gridava: «Kohl sei anche il nostro cancelliere». Dove sono finiti? Come è possibile che in soli vent’anni abbiano cambiato idea?

La vita sa essere generosa e ingrata nell’arco di una sola esistenza. Kohl sembra averlo capito, forse accettato. Mentre l’uomo che ha riunificato il paese guarda spaesato la platea che gli è di fronte, e probabilmente invidia la buona salute dell’ottantacinquenne Bush, ancora capace di divertire con la sua retorica brillante e del settantottenne Gorbaciov, sconfitto dalla storia ma, almeno in Occidente, per sempre consegnato a un'immagine positiva, tornano alla mente non le piazze da eccitare ma le mosse del politico che in quelle settimane seppe compiere i passi giusti al momento giusto. Non ne sbagliò uno. Paesaggi fioriti a parte, se oggi la Germania unita può guardare diritto negli occhi, senza più complessi e vergogne, gli altri paesi del mondo lo deve a lui e al piano dei dieci punti, tirato fuori all’improvviso senza neppure interpellare il suo ministro degli Esteri, con il quale spiazzò tutti i falsi amici che nelle cancellerie d’Europa avevano adottato il metodo che nel calcio si chiama melina.

Mitterrand prendeva tempo, la Thatcher sobillava Mosca, Andreotti si abbandonava a sarcasmi che avrebbero pesato come macigni sui futuri rapporti fra Berlino e Roma: «Amo così tanto la Germania che preferisco averne due», aveva detto ancora poco tempo prima. Avrebbero preferito che il muro restasse al suo posto nel nome della Realpolitik e di un mondo che non doveva cambiare troppo in fretta. Ma Kohl li anticipò tutti. Proprio quel Gorbaciov, che oggi il cancelliere ringrazia e che in quei giorni fu fatto oggetto di pressioni diplomatiche da parte di Parigi, Roma e Londra, fece sapere al consigliere di Kohl, Horst Teltschik che ormai si stavano prendendo in considerazione tutte le alternative, anche le più impensabili. Con le spalle coperte da Mosca, alla cancelleria di Bonn si lavorò sodo per stilare un progetto. Il 28 novembre, tre settimane dopo la caduta del muro, Kohl presentò il programma dei dieci punti: Germania federale e unificata all’interno di un robusto processo di unificazione europea.

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