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9 Ottobre Ott 2017 2057 09 ottobre 2017

Lipsia, 9 ottobre 1989: la notte che decise il destino dalla Ddr

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Sono trascorsi ventotto anni dalla notte del 9 ottobre 1989, quando per le strade di Lipsia 70 mila persone diedero la spallata decisiva al sistema della Ddr già sotto pressione. Oggi che le ex regioni orientali della Germania sono tornate a impegnare commentatori e analisti per il contributo all'ascesa del nazional-populismo, può essere utile riportare per un momento indietro le lancette dell'orologio per rileggere cosa accadde 28 anni fa. Un evento che i cittadini di Lipsia ricordano ogni anno con specifiche celebrazioni. Ai lettori di questo blog, ripropongo un articolo scritto in occasione del ventennale di quella manifestazione.

"La sera che cambia i destini della Germania ha l’odore aspro di un ottobre sassone. È l’odore della paura, della tensione, della speranza. Un odore che non vedi ma respiri a pieni polmoni. Freddo e umido, penetra nelle ossa, manda in fibrillazione il sistema nervoso. S’impregna dei fumi aspri delle stufe a carbone e delle fabbriche chimiche che da anni rendono l’aria di Lipsia asfissiante. Si alimenta del fiato caldo di settantamila cittadini che sentono arrivare il momento decisivo. S’impasta del respiro silenzioso di migliaia di poliziotti in assetto da guerriglia, schierati nei punti nevralgici della città. Ha le sembianze di una piazza cinese, Tienanmen, lontana migliaia di chilometri e mai, come quella sera, vicina, vicinissima.

È la sera del 9 ottobre, il giorno in cui la Ddr cesserà di essere uno Stato per diventare un corpo in decomposizione. L’altra rivoluzione d’ottobre si dipana nelle strade di Lipsia, nello spazio raccolto di una città di provincia. Mancano pochi minuti alle diciassette di lunedì, data e orario abituale delle Montagsdemonstrationen, gli appuntamenti rituali che la chiesa organizza da qualche mese sulla scia delle preghiere per la pace dei primi anni Ottanta. Dentro e fuori la Nikolaikirche, la chiesa protestante che si erge nel bel mezzo del centro storico di Lipsia e che oggi si fregia di una serie di targhe commemorative appiccicate sui muri come medaglie al valore, si raccolgono migliaia di persone. Erano arrivati in mille il 4 settembre, in ottomila il 25 e in ventimila il 2 ottobre, una settimana prima. «Cosa sarebbe accaduto quella sera non poteva prevederlo nessuno», ricorda oggi Christian Führer, il parroco della chiesa dal cognome imbarazzante ma dal carisma travolgente, amico di Vavlav Havel e Lech Walesa, divenuto l’icona delle manifestazioni di Lipsia. Le sue parole ripercorrono veloci gli eventi: «Tremila fra poliziotti e uomini della Stasi spalleggiati dalla consueta batteria antisommossa, cani, idranti, carri armati e camion con barriere di sbarramento stazionavano in città. Dagli ospedali arrivavano notizie drammatiche, personale rafforzato per il turno notturno, interi reparti sgomberati, riserve di sangue accatastate. C’era una tensione fortissima ma anche una speranza: senza violenza ce l’avremmo potuta fare».

Führer lo ripete come un’ossessione gandhiana: «Keine Gewahlt, nessuna violenza, è stata quella la scelta vincente. La polizia era preparata a tutto ma non alle candele e alle preghiere». Alle cinque della sera l’atmosfera è di quelle campali. Un confronto sul modello degli epici scontri della storia. Una città, con le sue strade, le sue piazze, i suoi boulevard come campo di battaglia. E due eserciti schierati, il popolo da un lato, lo Stato impersonato dalle forze di sicurezza dall’altro, intente a studiarsi, controllarsi e ogni tanto a guardarsi negli occhi. Un confronto impari per numeri e mezzi: ma se gli ultimi erano a favore della polizia, i primi erano a vantaggio dei manifestanti. Alla Nikolaikirche si aggiunge anche la Thomaskirche, all’altro capo del centro storico. Irmtraut Hollitzer è la madre di tre ragazzi, ha rinunciato a una carriera da solista perché non voleva aderire all’Fdj, l’organizzazione dei giovani comunisti. Per lei la famiglia è diventata tutta la sua vita. Vuole cambiare le cose ma ha paura: «Si respirava un clima da resa dei conti, un’incertezza carica di angoscia. Ho avuto paura e dopo la preghiera sono tornata a casa». Due mesi dopo si unirà al gruppo che occuperà la sede della Stasi, la Runde Ecke, e oggi spiega gli orrori del servizio segreto agli studenti che affollano le stanze di quella fortezza trasformata in museo.

«Quando alla fine della preghiera i duemila partecipanti uscirono dalla Nikolaikirche», riprende Christian Führer «le fiaccole cominciarono a illuminare la notte scura e in qualche modo allentarono la tensione. La sfida era iniziata e si giocava su un sottile piano psicologico. Ci ripetevamo: nessuna violenza, è il messaggio di Gesù. E nessuna violenza fu, da un lato e dall’altro». Un miracolo, il miracolo di Lipsia.

«In realtà il problema fu che il sistema di comando della Ddr era fortemente centralizzato», ricorda oggi Klaus Schröder, lo storico della Freie Universität di Berlino che con i suoi studi ha riacceso la polemica sulla memoria della Ddr nella Germania riunificata «e la polizia di Lipsia attendeva ordini direttamente da Berlino est». Dal centro i telefoni tacciono. Il primo segretario della Sed locale, Helmut Hackenberg, aspetta inutilmente un segnale da Egon Krenz. Silenzio. Intanto in strada gli eventi evolvono. «C’è un momento che non dimenticherò mai», si commuove Führer, «quando aprimmo il portone della chiesa per uscire in strada. C’erano decine di migliaia di persone. Sembrava che l’intera Lipsia si fosse data appuntamento lì fuori. Man mano che il corteo procedeva, da ogni angolo spuntavano manifestanti. Imboccato il Ring, l’anello stradale che circonda il centro cittadino, eravamo diventati settantamila: era la più grande manifestazione nella Ddr dai tempi della rivolta di Berlino est nel 1953».

Ancora oggi Egon Krenz punta sulle vicende di quella notte per costruire la propria autodifesa: «Potevo dare l’ordine di attaccare ma non l’ho dato. Ho sempre pensato che la situazione non dovesse essere risolta con le armi, se anche i manifestanti avessero rinunciato alla violenza». Schröder è più caustico: «Non diedero nessun ordine perché temevano che i poliziotti non avrebbero obbedito. Krenz pensava solo a far fuori Honecker». A vent’anni di distanza, l’unico scontro che prosegue è quello sulle responsabilità politiche di quella notte. Quel che invece rimane chiaro è il valore simbolico dei settantamila che sfilarono pacificamente lungo il Ring di Lipsia, scandendo slogan che segnarono una svolta nella storia europea. Tra i tanti, «Wir sind das Volk», noi siamo il popolo, cambiò la percezione di quel che stava accadendo. I cittadini non avevano più paura, lo Stato aveva perduto il principale strumento a disposizione per frenare gli eventi. Non solo una Tienanmen era impossibile nel cuore dell’Europa, ma anche una riedizione di Budapest e Praga. Mosca non assicurava più copertura internazionale, nel tracollo dell’intero blocco comunista era cominciato il “si salvi chi può”, ognuno per sé.

Il popolo di Lipsia trasmise il messaggio decisivo al resto del paese e agli altri popoli dell’est che ancora faticavano a trovare la strada per la libertà. Quel concetto evanescente di popolo si stava trasformando in una forza irresistibile che avrebbe travolto tutto. Se i cambi di regime in Polonia e Ungheria erano stati guidati da tavole rotonde e compromessi politici, altrove sarebbero stati i cittadini a dare la spallata finale. Più a nord, a Berlino, il Muro era apparentemente ancora in piedi, con le sue torrette, le fotoelettriche e i soldatini con i fucili a tracollo. In realtà una larga porzione era già venuta giù, tanto forte era l’eco di Lipsia".

(Articolo scritto il 9 ottobre 2009)

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