Alexanderplatz

24 Ottobre Ott 2017 1345 24 ottobre 2017

Testardaggine e primato della politica. Nella mente di Schäuble.

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Con la seduta di un Bundestag composto da 709 deputati, si è aperta oggi la diciannovesima legislatura del parlamento tedesco. Un Bundestag nel quale siedono sette partiti raggruoppati in sei gruppi parlamentari (Cdu e Csu sono insieme) e che vede la presenza per la prima volta dal dopoguerra di una formazione nazionalista di estrema destra. L'evento della prima giornata è stata la nomina del nuovo presidente, in sostituzione dell'uscente Norbert Lammert. Come previsto, è stato eletto Wolfgang Schäuble (501 voti a favore, 173 contrari e 30 astensioni), il cui profilo politico negli ultimi otto anni è stato legato al controverso ruolo di ministro delle Finanze. Ma la carriera di Schäuble è stata lunga e appassionante. Ai lettori di questo blog la ricordo con l'aiuto di un lungo ritratto scritto nell'agosto di due anni fa per il Foglio, e che qui ripropongo integralmente.

Berlino, agosto 2015. Il suo segreto è tutto lì, in quella rabbia nervosa con cui spinge i cerchi della sedia a rotelle che lo sostiene da venticinque anni, da quella maledetta notte d'autunno di Oppenau nel 1990, a due passi da casa e a pochi giorni dalla festa della riunificazione, quando alla fine di un incontro elettorale uno squilibrato gli scaricò addosso tre colpi di pistola, paralizzandolo per il resto della vita.

Ancora oggi, a 73 anni, Wolfgang Schäuble non permette quasi mai che sia uno dello staff a spingerlo lungo i corridoi. È lui che, un colpo dopo l'altro, imprime alle ruote un ritmo nervoso, mai uguale, mai banale. Agli altri è concesso di aprirgli cortesemente qualche porta, di scortarlo discretamente lungo la via, mai di alleggerirgli il peso della fatica. Ha ottenuto molto da quella politica cui ha dedicato l'intera esistenza, ma l'impressione che trasmette all'esterno è quella di un uomo che si sente comunque in credito: Schäuble è il dottor Sottile della politica tedesca, cui il destino ha sempre negato l'opportunità di affondare la zampata decisiva.

Ard, la prima rete pubblica tedesca, gli ha dedicato lunedì sera un lungo documentario girato dal giornalista Stephan Lamby (Wolfgang Schäuble, Macht und Ohnmacht, potere e impotenza), che ha incollato ai teleschermi due milioni e mezzo di spettatori. Negli istanti conclusivi, il ministro delle Finanze ha tracciato un bilancio di se stesso: "Sono sempre stato un soldato particolarmente scomodo". Destino e carattere si sono intrecciati sul suo percorso, il primo modellato dal secondo. Ed è sorprendente che uno con un carattere tanto ruvido e indipendente sia riuscito a tenersi a galla al fianco di politici altrettanto forti e ambiziosi come Helmut Kohl e Angela Merkel, specie nel momento in cui le strade, invece di scorrere parallele, hanno iniziato a collidere.

Il documentario di Lamby ha seguito il canovaccio dell'attualità, narrando i sei mesi che hanno sconvolto l'Europa a cavallo dell'ultima crisi greca, fino al vertice infinito di Bruxelles, in cui Angela Merkel ha costretto Alexis Tsipras a sottoscrivere il suo compromesso, rimettendo nel cassetto la Grexit temporanea caldeggiata da Schäuble. La narrazione è stata impreziosita da continui richiami alla carriera politica di Schäuble. Fino al 1990 un'ininterrotta salita verso i piani alti del potere, dall'ingresso al Bundestag nel 1972 alla guida del gruppo parlamentare, dal 1984 al fianco di Kohl come capo della cancelleria e poi ministro dell'Interno nel suo terzo governo. Da lì, nel 1990, dirige le trattative per la riunificazione e firma il trattato che la sancisce. Tre mesi dopo l'attentato, l'immobilità e, per dirla con le parole del suo miglior biografo, il giornalista Hans Peter Schütz, l'inizio della sua seconda vita. Che lo porta alla fine degli anni Novanta a vivere il tramonto dell'era Kohl, a gestire da presidente della Cdu lo scandalo dei fondi neri, a parare i colpi di coda risentiti del suo ex mentore e a subire l'ascesa inarrestabile di Angela Merkel, l'outsider che lui stesso aveva promosso al suo fianco come segretario generale del partito.

Cadute che sembravano ogni volta segnare la sua fine: colpi del destino, come nel caso dell'attentato, o esiti di battaglie politiche giocate sempre senza rete di protezione, come un funambolo in equilibrio precario su un filo retto da orgoglio, arroganza, lealtà, ingenuità, tenacia, presunzione. Tutti ingredienti che fanno di quest'uomo, oggi considerato un algido esecutore del dogma dell'austerity, uno dei pochi politici capace di guardare oltre lo spazio corto di una competizione elettorale. E così come la partita sulla crisi greca è sembrata un braccio di ferro fra lui e Yannis Varoufakis, gli altri momenti fondamentali della sua carriera politica sono stati segnati da altri confronti personali: con Helmut Kohl, con Angela Merkel. Incontri e scontri di personalità e di poteri, vissuti con passionalità da un politico di professione, di razza si diceva un tempo: un intellettuale ambizioso che ha fallito il salto al gradino più alto, la cancelleria.

Nel racconto della crisi greca, il documentario di Lamby si concentra sul duello fra Schäuble e Varoufakis. Uomini diversi in tutto, per età, stile e formazione. Le immagini ripercorrono il primo vertice fra i due, a Berlino, il 5 febbraio 2015. Si vede un emozionato Varoufakis che sale le scale dell'austero palazzone nazista in cui dopo il trasloco da Bonn a Berlino si è insediato il ministero delle Finanze tedesco, si avvicina al suo interlocutore e quasi si inchina per stringergli la mano: "Dottor Schäuble". "Chiamami Wolfgang", gli risponde lui, "tra ministri ci diamo del tu". Sembra l'inizio di un disgelo e invece, il tempo di confrontare i dossier e l'incontro si chiude con la famosa frase di Schäuble in conferenza stampa: "Siamo d'accordo nel definirci in disaccordo".

Varoufakis ricorda: "Il mio piano era semplice, chiudere con l'austerità e trovare un compromesso ragionevole che contemplasse il taglio del debito". Anche Schäuble ricorda, ma la sua interpretazione è opposta: "I greci avevano l'idea che l'Europa non avesse altra scelta che finanziare il loro curioso piano". Da quel momento i due parlano linguaggi diversi. "Non è mai stato interessato alle strategie che gli proponevo", dice Varoufakis. "Voleva scaricare la responsabilità del disastro sugli altri", ribatte Schäuble.

Per il consumato politico tedesco, il confronto con Varoufakis presenta insidie inedite. Schäuble intuisce la forza mediatica dirompente del suo più giovane interlocutore, ma attinge alla sua esperienza per prenderne le contromisure: "Dopo il primo incontro ho pensato, Dio mio, ora mi infilo in una conferenza stampa con questa rockstar. Lui non mette cravatte e ha la camicia aperta, io non sono interessante per i media, spesso appaio stanco e scontroso". Schäuble assume l'atteggiamento rilassato di chi ne ha viste talmente tante, di quello cui nulla fa più impressione. Quando tempo dopo, in una riunione dell'eurogruppo, Varoufakis porterà il confronto sulla soglia delle minacce, Schäuble ribatterà: "Con me è inutile il gioco dei ricatti, perché io non mi accorgo quando vengo ricattato". Il passato, ancora una volta, si riaffacciava dolorosamente.

Anno 2000. Lo scandalo dei fondi neri alla Cdu colpisce anche lui, perché gestisce malissimo l'accusa di aver ricevuto nel 1994 dal commerciante d'armi Karlheinz Schreiber 100 mila marchi di contributo per il partito, mai registrati. Chiamato a darne conto di fronte al Bundestag, si imbroglia con date e ricordi, appare reticente, dichiara il falso. "Come responsabile nel partito, mi sono dovuto occupare anche di questioni che non era bello ritrovare sulle prime pagine dei giornali", ammette adesso.

Schäuble non è stato estraneo alle vicende scottanti della Cdu, fin da quando dovette gestire le conseguenze dell'affaire Flick, uno scandalo di contributi non dichiarati che negli anni Ottanta colpì tutti i partiti tedeschi, esclusi i Verdi. "Qualche volta bisogna sporcarsi le mani", dichiara nel filmato. Il concetto è che democrazia e politica costino, la convinzione (molto novecentesca) è che per il partito sia anche possibile derogare alle regole. Fa specie sentirlo dall'attuale ministro delle Finanze di un paese che in Europa pone sempre l'accento sul rispetto delle regole. "Fu un errore", concede oggi, "sono esperienze che uno accumula nella vita, sapendo che resteranno per sempre nel suo curriculum". Allora chiese scusa per il suo caso personale, ammise la propria parte di responsabilità, annunciò un nuovo congresso del partito e rinunciò a ricandidarsi alla presidenza. Era l'aprile del 2000: alla guida della Cdu saliva Angela Merkel, Schäuble si ritirava in seconda fila. Non ha mai smesso di pensare che dietro le quinte delle indiscrezioni sul caso Schreiber che a orologeria finivano sui giornali agisse un rancoroso Helmut Kohl. I due, da allora, non si sono più scambiati una parola. Nel documentario Schäuble lancia l'ultima stoccata: Kohl non ha detto la verità sui fondi neri. Aveva sostenuto l'esistenza di un donatore segreto, di cui non voleva rivelare il nome per una questione d'onore. "Non c'era nessuno", dice oggi il ministro, "i fondi neri esistevano da tempo". Materiale per riaprire qualche pagina di storia politica.

Diverso è il legame con Angela Merkel. Non c'è la complicità del rapporto con Kohl, ma distanza e rispetto reciproco. Lei lo ha sorpassato e poi ripescato dall'oblio in cui rischiava di sparire. Lui sembra essersi ritagliato il suo spazio in questo rapporto freddo. Sulla Grexit hanno giocato una partita parallela nella quale i greci hanno provato a infilarsi. "Di Grexit Schäuble mi aveva parlato già a marzo", ha detto Varoufakis, "era convinto che la Grecia non potesse più restare nell'Eurozona. La sua posizione è stata coerente. Gli ho chiesto se avesse un mandato dalla cancelliera, per spingerci fuori dall'euro. Non l'aveva. Gli ho detto: Wolfgang, tu non hai alcun mandato per far questo". La Grexit non è arrivata, Merkel ha ripreso in mano il bandolo della matassa all'ultimo giro e ha ancora una volta tessuto la sua tela compromissoria, avvolgendo nella ragnatela tutti, amici e nemici. Ma alla fine, questa volta, a rimanerci impigliato è rimasto Varoufakis. Schäuble è ancora lì, anche se per un attimo ha vacillato, facendo balenare la minaccia delle dimissioni: "Sono 43 anni più vecchio rispetto al ragazzo che nel 1972 si affacciava al Bundestag", ha detto nell'ultimo fotogramma del documentario, "affronto fatiche che un tempo non avvertivo e la vita pubblica mi ha lasciato molte cicatrici. Sono un uomo leale ma non sono mai stato un conformista". Se è ancora al suo posto, significa che lo strappo con la cancelliera è stato ricucito. Almeno per ora.

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