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19 Luglio Lug 2014 1002 19 luglio 2014

DIPARTITA FINALE di Franco Branciaroli ha inaugurato la 35/a edizione del Festival La Versiliana.

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Franco Branciaroli , prima di scrivere questo suo nuovo testo teatrale, forse non ha letto un aforisma di Blaise Pascal sulla morte :' Gli uomini,non avendo potuto guarire la morte,la miseria,l'ignoranza,hanno risolto,per vivere felici,di non pensarci.' In ' Dipartita finale ', ieri sera ( venerdì 18 luglio ore 21.30) al Teatro La Versiliana di Marina di Pietrasanta in prima nazionale, invece, in chiave surreale viene affrontato con tono umoristico ma approfondito e stimolante il tema della morte o meglio della Fine . Una Fine.

Per ' indorare la pillola'e per rendere l'argomento meno ' Pascal-dipendente' Franco Branciaroli ha fatto ricorso a tutto il suo mestiere inserendo nel testo la simpatia dell'accento 'nobil-partenopeo' del principe della risata ' Totò ' nel ruolo della Morte, da lui stesso magistralmente interpretato, oltre ad una voce fuori campo che ricorda una famoso Cavaliere della politica italiana grande esponente del gruppo degli ' Immortali '.Ma il pubblico ha assegnato l'oscar della simpatia con scroscianti applausi a tre attori Gianrico Tedeschi ( 94 anni ), Ugo Pagliai ( 76anni) , Massimo Popolizio( 53 anni) che hanno interpretato ,rispettivamente, i ruoli di Pot,Pol e Supino tre clochards che in una baracca lungo il Tevere attendono a loro modo una Fine . Il Supino crede di essere immortale, aspetta il messaggio di un ipotetico gruppo di ' Immortali ' a ' zonzo ' per l'universo alla ricerca di nuove conquiste , mentre Pol e Pot cercano di prepararsi ' al meglio ' per la Fine.

Il ruolo di Pot, colui che non dorme mai ed aiuta con dinamismo eccezionale Pol ,che invece dorme e sonnecchia continuamente ,è affidato al grande maestro Gianrico Tedeschi che ha modo di mostrare al pubblico anche le sue intatte qualità motorie.Ugo Pagliai nei panni di Pol propone con forza interpretativa i bisogni primari di un vecchio cieco ed 'allettato' sbandierati ed ostentati come simulacro di una speranza in divenire.

Una povera baracca ,tempio delle umane speranze ed aspirazioni più elevate ,presa come punto di riferimento dalla stessa morte (Totò interpretato da Branciaroli) per porre fine alla propria personale angoscia.Un lavoro diretto con maestria da Branciaroli che diverte e propone. Fa pensare , riflettere e sognare . Un dovere però ,in questo caso ,per il recensore lasciare subito la parola all'autore :

Dipartita Finale- Riflessioni dell’autore

Ci si difende dall’angoscia da sempre. L’angoscia è la mancata perfezione della vita. Affidarsi a Dio, venirne uccisi per salvarsi, addirittura ucciderlo per questo: finora. E’ morto, adesso, per chi lo percepisce davvero. Non morto per noi, non più; scomparso. I più lo ignorano nel profondo perché indifferenti. Con Lui tutto ciò che è assoluto valore è scomparso. Però l’angoscia resta e cresce: vieppiù. La realtà è senza ideale, la natura senza luce.Ebbene, l’opera d’arte (sperando che sia arte) deve essere capace, oggi, di suscitare in qualcuno la convinzione che in essa sia presente quel senso ultimo del mondo che è il trovarsi privi di Dio; e naturalmente la disperazione che ne consegue. Di aver perso il rimedio per allontanare la sofferenza e la morte. Il sapere umano pensa già alla costruzione di una vita umana in cui sofferenza e morte siano allontanate il più possibile: la realizzazione di un mondo nuovo che anticipi l’Apocalisse: nuova terra, nuovo cielo. La scienza, la potenza umana, sostituisce Dio. Si assomigliano molto, Dio e scienza, più di quanto solitamente si creda. La scienza adesso non limita nessuna azione; non vi è morale o etica perché non c’è più nessun valore assoluto, nessun Dio. Non ci sarà nessuna “natura” da rispettare. Si andrà oltre la “natura”. Ci si difende dall’angoscia cercando la forza più potente: il sapere umano, o meglio, la “tecnica” che ne è conseguenza. Si potrà diventare anche immortali. Tutti i limiti saranno valicati. Immortale non è eterno; qualcuno tenterà di lasciare aperta la porta al divino, al passato di una cultura immensa da cui non si può prendere un definitivo congedo. Franco Branciaroli