Ambiente: il futuro dentro e fuori di noi

9 Luglio Lug 2015 1006 09 luglio 2015

Due gradi: obiettivo politico che necessita di politiche

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Un'immagine delle emissioni che vengono rilasciate nell'atmosfera

Le emissioni rallentano

Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) nel 2014 le emissioni dei gas ad effetto serra sono rimaste ferme rispetto al 2013, mentre il Pil globale è cresciuto del 3%: un primo segno di disaccoppiamento (decoupling) di emissioni da crescita economica, perché apparentemente l’aumento dei consumi energetici a supporto della crescita è stato assicurato dall’entrata delle fonti rinnovabili nelle nuove produzioni di elettricità e dallo shift da carbone a gas naturale.

I dati mettono in evidenza il decisivo contributo della Cina, il più importante investitore al mondo in energie rinnovabili, nuove tecnologie per l’efficienza energetica e nucleare. Diversamente dalle economie più sviluppate e mature, l’impegno della Cina si colloca nel pieno della fase ascendente della sua economia e pertanto rappresenta il più grande “esperimento” nella storia dell’umanità di coesistenza tra crescita economica e protezione dell’ambiente.

E’ in piena attuazione in Cina il piano per produrre entro il 2030 il 20% della propria energia con fonti a zero emissioni, ovvero almeno 1000 Giga Watt da rinnovabili o nucleare: più di quanto producono attualmente tutte le centrali a carbone della Cina. Si tratta di numeri impressionanti, che hanno riscontro nella riduzione dell’intensità di carbonio (emissioni per unità di prodotto interno lordo): dal 2005 al 2013, con una crescita della propria economia di oltre il 90%, la Cina è riuscita a ridurre l’intensità di carbonio del 28,5%, evitando emissioni pari a 2,5 miliardi di tonnellate di anidride carbonica.

E secondo quanto stabilito dall’accordo Cina-USA del novembre 2014 sui cambiamenti climatici, tra il 2025 e il 2030 - in parallelo con le trasformazioni del sistema energetico -l’intensità di carbonio dell’economia cinese sarà dimezzata rispetto ai livelli del 2005.

Quanto sta avvenendo in Cina non è rilevante solo per le emissioni globali. Secondo il “New Energy Policies Scenario” dell’ultimo World Energy Outlook della IEA, la domanda globale di energia entro il 2040 è destinata a crescere del 37%, con una distribuzione che vede i paesi OCSE sostanzialmente stabili mentre Cina, India e il resto dell’Asia assorbono il 60% di questa crescita e il rimanente si distribuisce tra Africa, Medio Oriente e America Latina.

Le fonti rinnovabili copriranno oltre il 50% della nuova domanda di energia.

Insomma, le tecnologie e i sistemi applicati in Cina sono e saranno in pole position per rispondere alla nuova domanda globale di energia.

Insieme alle nuove tecnologie per le fonti rinnovabili e per la diversificazione delle fonti energetiche che vengono sviluppate negli USA, il secondo investitore dopo la Cina.

Non è per caso che nel novembre 2014 Cina e USA hanno sottoscritto una dichiarazione comune sui cambiamenti climatici, che ha come esplicito sottofondo l’interesse comune a legare la riduzione delle emissioni con la crescita delle rispettive economie.

Sembra che l’Europa non si sia accorta del G2 di fatto: siamo molto impegnati a ricercare formule per accordi che salvino una leadership europea sui cambiamenti climatici che si era sciolta come neve al sole nel 2009 a Copenaghen, e definitivamente sepolta a Durban due anni dopo, quando la comunità internazionale fu d’accordo di sostituire le regole impraticabili derivate dal Protocollo di Kyoto su iniziativa europea, con iniziative flessibili e “plurali” per la riduzione delle emissioni.

A Durban avevo invano cercato di convincere gli europei di lanciare una nuova iniziativa globale di partenariato per lo sviluppo e la sperimentazione di tecnologie e soluzioni per ridurre l’intensità di carbonio, soprattutto nelle economie emergenti, oltre il Protocollo di Kyoto.

Questo è quello che stanno facendo Cina e USA, mentre l’Europa sta riuscendo a distruggere anche l’enorme potenziale di innovazione e competitività accumulato sulle rinnovabili, come ha ricordato recentemente Manuel Sánchez Ortega, CEO di Albengoa: la “non” politica europea sta trasformando il settore industriale delle energie rinnovabili in uno “zombie”.

Ma sull’Europa e l’Italia possiamo aggiungere ancora due considerazioni.

L’Italia è stata uno dei partner principali che hanno accompagnato la Cina, dalla fine degli anni '90, nella definizione delle strategie e delle misure sui cambiamenti climatici realizzando anche progetti “simbolo” che rappresentano ancora oggi un riferimento per le azioni concrete di riduzione delle emissioni in Cina. Ora che sarebbe il tempo giusto per raccogliere i risultati, come ha osservato l’Ambasciata cinese a Roma, l’Italia si è dileguata.

E inoltre, forti del nostro lungo partenariato, nel 2011 eravamo riusciti a dare all’Italia la leadership del Centro Europa-Cina sulle energie pulite, finanziato dalla Commissione Europea con l’obiettivo di costituire una piattaforma stabile di cooperazione tecnologica tra Europa e Cina.

Ma all’inizio di quest’anno il Centro Europa-Cina è stato chiuso e gli italiani se ne sono andati.

Il trend del cambio climatico non si ferma

Nonostante la stabilizzazione delle emissioni, nel 2014 la concentrazione di C02 in atmosfera è cresciuta rispetto al 2013 ed ha superato il “muro” di 400 parti per milione, per effetto dell’accumulo in atmosfera della CO2 emessa negli ultimi decenni.

Ovvero, il trend di aumento della temperatura media si orienta verso + 3,6 -4 °C, il doppio dell’obiettivo di 2 °C che la comunità internazionale ha assunto in tutte le sedi, dall’Assemblea delle Nazioni Unite fino all’ultimo G7.

Lo stesso World Energy Outlook avverte che il “New Energy Policies Scenario”, che pure richiede politiche attive -e per niente scontate- verso la decarbonizzazione, non è sufficiente ad invertire il trend di crescita delle emissioni lungo una traiettoria coerente con 2°C.

Mentre James Butler, della USA National Oceanic and Atmospheric Administration, ha ricordato che anche quando le emissioni verranno ridotte dell’80%, la concentrazione di CO2 in atmosfera continuerà a crescere fino allo smaltimento della CO2 accumulata in decenni.

Insomma, i dati suggeriscono che sono urgenti politiche globali finalizzate a due obiettivi prioritari:

- la decarbonizzazione dell’economia mondiale deve essere il trend di riferimento per le politiche energetiche e degli investimenti, con l’obiettivo di ridurre progressivamente il peso dei combustibili fossili ed assicurare nello stesso tempo una risposta adeguata alla crescente domanda di energia in particolare nei paesi in via di sviluppo.

Questo processo è urgente, per “raffreddare” la corsa verso aumenti di temperatura non gestibili;

- la comunità internazionale deve attrezzarsi per gestire nei prossimi decenni eventi climatici estremi sollecitati dalla crescita della concentrazione di CO2 in atmosfera, sia con misure di “protezione civile” coordinate a livello internazionale, sia con regole condivise per la prevenzione nelle zone più vulnerabili del pianeta.

Senza queste politiche, l’obiettivo dei due gradi è destinato a rimanere uno slogan.