Ambiente: il futuro dentro e fuori di noi

16 Luglio Lug 2015 1300 16 luglio 2015

Decarbonizzazione. The Guardian si muove, l’Italia che fa?

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Il quotidiano inglese “The Guardian” ha lanciato una campagna – Keep it on the ground. Fossil fuel divestment campaign – per condizionare i programmi di investimento delle grandi compagnie petrolifere mondiali, in particolare per congelare i programmi di nuova estrazione di carbone, olio e gas entro i prossimi 5 anni.

La campagna sta producendo effetti molto interessanti:

  • le compagnie petrolifere hanno reagito proponendo di adottare una carbon tax per rendere più efficiente l’uso dei combustibili fossili attraverso il segnale di prezzo, ma rifiutando la proposta di congelare gli investimenti perché la domanda di energia crescente nelle economie emergenti e nei paesi poveri non può essere soddisfatta solo dalle energie rinnovabili;
  • in Gran Bretagna, e in ambito internazionale, è in corso una polemica anche aspra contro BP e SHELL, accusati di avere abbandonato i progetti degli anni 90’ per lo sviluppo di fonti alternative (BP si era ribattezzata “Beyond Petroleum”) e di avere avviato nuovi imponenti programmi per l’estrazione di olio e gas;
  • finanziatori istituzionali, in Norvegia e Gran Bretagna, e fondi di investimento hanno aderito alla campagna e deciso di orientare i programmi futuri verso lo sviluppo delle tecnologie e soluzioni alternative;
  • Lancet e British Medical Journal hanno aperto una petizione pubblica contro gli investimenti nell’economia “fossile” di uno dei più importanti fondi di investimento Wellcome Trust, chiedendo di rafforzare gli investimenti nelle tecnologie alternative;
  • Bill Gates, al quale è stato chiesto di ritirare gli investimenti nelle compagnie petrolifere, ha risposto sul Financial Times del 25 giugno che le attuali tecnologie “alternative” non sono in grado di rispondere alla crescente domanda di energia e non sono efficienti dal punto di vista economico perché richiedono “costi astronomici”. Secondo Gates invece di eliminare l’impiego dei combustibili fossili bisogna aumentare gli investimenti nella invenzione e sviluppo di tecnologie e soluzioni in grado di sostituire in modo efficace e sostenibile dal punto di vista economico i combustibili fossili, (“innovation really does bend the curve”): a questo fine ha annunciato un investimento di 2 miliardi $ in sistemi di accumulo e stoccaggio dell’energia prodotta da fonti rinnovabili, nel nuovo nucleare sicuro, nella cattura del carbonio.

Keep it on the ground va direttamente al “nodo”: come è possibile promuovere l’evoluzione decarbonizzata dell’economia globale se continuano a crescere gli investimenti per l’estrazione di olio e gas, e se gli incentivi per l’impiego delle fonti fossili sono superiori di oltre sei volte a quelli per le tecnologie a basso contenuto di carbonio?

E mette in imbarazzo Shell e BP, che alla fine degli anni 90’ avevano promosso un cambio di identità e ragione sociale con importanti investimenti nelle fonti rinnovabili: nel 2000, come chairman della Task Force G8 sulle fonti rinnovabili avevo lavorato per un anno fianco a fianco con Mark Moody Stuart, CEO di Shell, ed era evidente la prospettiva di fornitore globale di “energia pulita” che era stata data alla multinazionale anglo olandese.

Poi la crisi, una domanda di energia superiore alle previsioni, l’incapacità della comunità internazionale di adottare politiche concrete verso la decarbonizzazione e i bassi prezzi del petrolio e del carbone hanno cambiato rapidamente lo scenario. BP e Shell sono rientrate nella “normalità fossile”.

D’altra parte ha ragione Bill Gates quando ricorda che le attuali alternative tecnologiche disponibili non sono in grado di rimpiazzare i combustibili fossili per dare risposta alla domanda crescente di energia in tutte le economie emergenti. E ha ragione quando sollecita i governi sia a sostenere con investimenti di lungo periodo il “cambio” delle tecnologie, sia a eliminare i sussidi ai combustibili fossili.

Questo è il tema: quale strategia e quali misure concrete devono essere adottate per favorire il percorso verso la decarbonizzazione ed assicurare nello stesso tempo la sicurezza energetica?

E dov'è l'Italia?

Voglio ricordare che, come rappresentante dell’Italia, dal 2011 al 2013 ho ripetutamente sollecitato l’Unione Europea a dare contenuti concreti alla strategia europea per la decarbonizzazione, attraverso l’introduzione di un carbon price e la creazione di un hub europeo per le tecnologie a basso contenuto di carbonio.

E nelle sedi internazionali avevo offerto la disponibilità dell’Italia a sostenere politiche concrete di supporto alla decarbonizzazione dell’economia globale: in occasione del Vertice Mondiale sullo Sviluppo Sostenibile RIO + 20 del 2012, durante le Conferenze sul Clima di Durban nel 2011 e Doha del 2012, fino all’accordo sottoscritto con il segretariato delle Nazioni Unite per finanziare la creazione di una piattaforma internazionale per il ”carbon pricing” e l’eliminazione dei sussidi ai combustibili fossili.

E ancora in Italia avevo fatto approvare dal CIPE, l’8 marzo del 2013, il Piano Nazionale per la riduzione delle emissioni dei gas serra che prevedeva l’istituzione di un “Catalogo delle tecnologie, dei sistemi e dei prodotti per la decarbonizzazione dell’economia italiana”, al fine di introdurre misure incentivanti a beneficio degli acquisti sul “Catalogo” da parte di imprese e consumatori (55% di riduzione sull’IVA) .

Insomma, l’Italia era in una posizione privilegiata per essere protagonista nella strategia europea e globale per la decarbonizzazione. Dov’è adesso l’Italia? In quale cassetto è rimasto il Piano approvato dal CIPE? Che fine hanno fatto le iniziative internazionali? E quali sono i risultati dell’accordo firmato con il segretariato delle Nazioni Unite?