Ambiente: il futuro dentro e fuori di noi

2 Marzo Mar 2016 1554 02 marzo 2016

Regole, energia, clima. La competitività dell'industria italiana

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Dalla fine degli anni 80, con l’introduzione delle regole europee per le emissioni dagli impianti industriali ed energetici, e poi negli anni 90, con il Regolamento 3939/94 che ha avviato l’eliminazione delle sostanze lesive dell’ozono, i Regolamenti 793/93 e 1488/94 che hanno aperto la strada al sistema REACH, la “road map” per la riduzione delle emissioni dagli autoveicoli avviata con la direttiva 91/441, la Direttiva Integrated Pollution Prevention Control (IPCC) 96/91, e infine con l’adozione del Protocollo di Kyoto, l’ambiente è diventato il “driver” delle innovazioni tecnologiche in tutti i settori industriali e produttivi europei.
Negli anni 2000, le direttive e i regolamenti che hanno completato e dettagliato le norme ambientali europee hanno assunto un ruolo predominante nella definizione delle scelte industriali e negli investimenti in tutti i settori produttivi.
La regolamentazione ambientale introdotta dall’Unione Europea, in larga misura in attuazione di accordi internazionali nell’ambito delle Nazioni Unite, è stata in linea generale “orientata” dalla disponibilità di soluzioni tecnologiche o gestionali in grado di assicurare il rispetto degli obiettivi che venivano stabiliti dalle norme. Ovvero la regolamentazione ambientale europea ha avuto fin dagli anni ottanta un forte driver industriale e commerciale.
In questo contesto vanno interpretati gli effetti economici, e in parte sociali, della regolamentazione ambientale europea.
I paesi che hanno introdotto misure incentivanti per la applicazione anticipata delle regole, al fine di dare sostegno alle imprese che avevano già disponibili o programmate le soluzioni tecnologiche per rispettare le nuove norme, hanno tratto grandi vantaggi. Questo è in particolare il caso della Germania.
I paesi e le imprese che invece non hanno interpretato gli obiettivi e le norme per la protezione dell’ambiente come opportunità strategica di competitività e di crescita, hanno sostenuto costi aggiuntivi importanti, in alcuni casi con riduzioni delle attività produttive, delocalizzazioni di imprese e calo dell’occupazione.
Questo è in parte il caso dell’Italia, aggravato da un’attitudine non coerente con gli obiettivi delle norme europee verso l’applicazione delle regole ambientali in chiave punitiva ed anti industriale.
I casi dell’auto, delle energie rinnovabili, della chimica di base, fino al monumento di autolesionismo dell’ILVA di Taranto, sono ben rappresentativi.
Anche se abbiamo importanti eccezioni, rappresentate da imprese che hanno scelto l’innovazione e la riduzione dell’impronta ambientale come driver di sviluppo, che si sono qualificate nei mercati mondiali spesso in posizioni dominanti e senza alcun aiuto pubblico, che nel pieno della crisi hanno retto grazie alla loro capacità di innovare e “percepire” in anticipo l’evoluzione delle regole e della domanda dei mercati. Non è un caso che importanti filiere “globali” di produzione in tutti settori industriali abbiano fornitori italiani di componenti di alta specializzazione.

I “ QUADRI DI RIFERIMENTO” NORMATIVI EUROPEI DEGLI ANNI 2000

1. La direttiva quadro delle acque (2000/60 e i suoi aggiornamenti ) che ha stabilito obiettivi e obblighi articolati nel medio periodo (2000-2015) per assicurare la gestione integrata e sostenibile delle risorse idriche, modificando l’approccio basato sul controllo delle emissioni puntuali dalle singole sorgenti a prescindere dallo stato del corpo recettore.
Gli obiettivi introdotti dalla direttiva, e i criteri per la sua applicazione, hanno indotto in Europa effetti significativi sulla organizzazione dei sistemi di gestione della risorsa idrica, sugli investimenti per le tecnologie di monitoraggio – trattamento- depurazione- riciclo, sulla formazione di nuovi gruppi industriali privato-pubblici di grandi dimensioni e con importanti capacità finanziarie che in particolare in Italia sono subentrati a piccole-medie aziende pubbliche.
Gli effetti di questa trasformazione non hanno ancora determinato in Italia l’effetto (atteso) della formazione di “capacità” competitive di ingegneria e costruzione. Nonostante elevate ed apprezzate competenze nella modellistica e nella ingegneria idraulica italiane, la formazione di grandi imprese pubblico private per la gestione del ciclo delle acque (ad esempio HERA) non ha “trascinato” la formazione o aggregazione di società di ingegneria con una dimensione confrontabile con i grandi gruppi internazionali. Né tantomeno l’esperienza unica al mondo della grande progettazione del MOSE e della gestione del complesso sistema della laguna di Venezia e del bacino scolante ha generato come “side effect” positivo la formazione di una impresa italiana in grado di competere con successo sui progetti internazionali per la gestione e la riqualificazione dei più importanti bacini idrografici del pianeta.
Di conseguenza, nel contesto dei tender europei o internazionali, le società italiane di modellistica e ingegneria idraulica sono molto spesso partner secondari o subcontractors di grandi società tedesche, francesi, inglesi, americane.

2. Le direttive sull’inquinamento atmosferico, che hanno stabilito
➢ i limiti alle emissioni dagli impianti industriali ( dalla direttiva 2001/80 alla .2010/75)
➢ i tetti annuali alle emissioni in atmosfera di SO2, NOx ,COV, NH3 (dalla direttiva 2001/81 alla comunicazione della Commissione Europea “ Un programma Aria pulita per l'Europa” del 2013)
➢ le concentrazioni nell’aria “ambiente” degli inquinanti, in particolare, IPA- NOx – Ozono troposferico- PM 10/2,5 (dalla 'Strategia tematica sull'inquinamento atmosferico' - COM 2005/ 446 alla direttiva 2008/50)
Il complesso di queste direttive ha avuto ed ha un impatto significativo
➢ sulla matrice energetica dei paesi europei, con una progressiva espansione del gas naturale come fonte primaria;
➢ sulle tecnologie di processo e di end of pipe degli impianti industriali;
➢ sulle tecnologie costruttive dei motori e dei sistemi di abbattimento delle emissioni nell’automotive, a sua volta regolate da specifiche norme;
➢ sulla gestione del traffico e degli impianti di riscaldamento/condizionamento nelle aree urbane.

Due considerazioni sugli effetti nazionali di queste direttive.
L’ Italia è stato un grande cantiere, forse il più grande d’Europa, per la cosidetta ambientalizzazione delle centrali termoelettriche e degli impianti industriali.
I decreti “sblocca centrali” del 2001 e 2002, motivati dalle direttive europee, hanno mosso decine di miliardi di investimenti e consolidato società di ingegneria di alto profilo e di elevata competitività ( tra tutte Ansaldo e Nuovo Pignone). Peccato che dopo appena 5 anni, per effetto della introduzione in Italia degli incentivi per le fonti rinnovabili, e in particolare il fotovoltaico, sulla base di una interpretazione errata della direttiva europea di cui parlo più avanti, le tecnologie realizzate siano state avviate su un “binario morto” : molti impianti costruiti sono oggi chiusi o comunque in riserva “fredda” ed è probabile che altri impianti tuttora in costruzione non entrino in esercizio. Questo “cimitero” di tecnologie italiane nuove ed efficienti è uno scandalo.
Considerando che le direttive assumono valori assoluti di riferimento per la qualità dell’aria, a prescindere dalle condizioni meteo climatiche (radiazione solare – regime delle pioggie e dei venti), l’impatto in termini di misure e costi varia nelle diverse regioni e zone geografiche dell’Europa. Ad esempio la siccità prolungata in pianura padana e la mancanza di vento incidono significativamente sulla efficacia delle misure di prevenzione delle emissioni di polveri sottili, mentre l’intensità e la durata della radiazione solare in molte regioni italiane nel periodo primavera-estate minimizzano l’efficacia delle misure finalizzate alla riduzione delle emissioni (incluso il blocco del traffico). Ovviamente la combinazione dell’inquinamento con condizioni meteo climatiche avverse ha un impatto diretto sui costi e sull’economia di intere regioni. D’altra parte non è ipotizzabile una deroga ambientale a causa delle condizioni meteo climatiche, e di conseguenza la strada che dovrebbe essere esplorata a livello europeo è quella di sussidi diretti e deroghe al patto di stabilità per far fronte a costi aggiuntivi superiori ai costi “standard” europei.

3. La direttiva Integrated Pollution Prevention Control - IPPC (2008/1)
La direttiva aggiorna la direttiva 96/61, ed in particolare la procedura di Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) delle imprese :
a) la procedura di autorizzazione deve assicurare una valutazione integrata degli impatti delle attività produttive dello stabilimento superando la situazione richiamata nelle premesse della direttiva, “Approcci distinti nel controllo delle emissioni nell’aria, nell’acqua o nel suolo possono favorire il trasferimento dell’inquinamento tra i vari settori ambientali anziché proteggere l’ambiente nel suo complesso”;
b) “I valori limite di emissione, i parametri e le misure tecniche equivalenti si basano sulle migliori tecniche disponibili, ovvero le Best Available Techniques (BAT) Reference Documents ( BREFs ) “Gli Stati membri garantiscono che l’autorità competente si tenga aggiornata o sia informata sugli sviluppi nelle migliori tecniche disponibili.”;
c) la procedura ha origine da una proposta dell’impresa, che deve individuare le tecnologie da introdurre nei processi produttivi per assicurare la produzione e minimizzare in modo integrato gli impatti ambientali;
d) l’autorità competente deve esprimersi in tempi certi in merito alla proposta dell’impresa, sulla base della conoscenza dello stato dell’ambiente nel quale l’attività produttiva è insediata o verrà insediata, al fine di valutare la sostenibilità delle soluzioni tecnologiche proposte;
e) la procedura si finalizza attraverso un negoziato tra amministrazione competente ed impresa, che si conclude con l’autorizzazione . La direttiva ha modificato radicalmente l’approccio “settoriale” alle autorizzazioni ed ha richiesto e richiede in Italia almeno tre condizioni preliminari:
1. la capacità e la competenza dell’impresa di progettare gli impianti e la gestione dei processi secondo le migliori tecniche e tecnologie;
2. la capacità e la competenza dell’amministrazione di entrare nel merito, ovvero una organizzazione tecnica adeguata alla valutazione di processi produttivi in molti casi complessi e con molteplici sorgenti emissive;
3. la disponibilità di dati consolidati e condivisi sulla qualità dell’ambiente del territorio e del sito nel quale opera o verrà insediato l’impianto industriale.
Queste condizioni non sono spesso garantite nel nostro paese, sia nella amministrazione pubblica che nell’impresa:
✓ le imprese hanno considerato storicamente gli obiettivi ambientali un vincolo ed un costo piuttosto che un fattore di competitività;
✓ le amministrazioni, d’altra parte, non hanno in molti casi risorse tecniche e competenze per valutare in modo adeguato le soluzioni tecnologiche e gestionali proposte dalle imprese;
✓ in molte regioni manca una base storica di dati condivisa sulla qualità dell’ambiente e della salute delle popolazioni, e le informazioni sono spesso frammentari e contraddittorie.
Di conseguenza i progetti delle imprese, soprattutto nel caso di AIA per impianti esistenti, non hanno riferimenti certi con cui confrontarsi. Così come le amministrazioni non hanno benchmark ambientali di riferimento. Questo è uno dei motivi per cui in molti casi le amministrazioni e le imprese, nel caso di AIA per impianti esistenti, preferiscono tenere aperte le procedure di autorizzazione per tempi indefiniti. In questo modo le amministrazioni “si coprono” dietro un conflitto ambientale con le imprese , mentre queste ultime possono continuare ad operare senza i vincoli dell’AIA.
Ma anche nel caso di nuovi impianti i tempi di autorizzazione sono spesso molto più lunghi di quanto previsto dal Decreto Legislativo 128/2010 che ha recepito la direttiva.
Il risultato è una scarsa credibilità delle procedure autorizzative, che si traduce da un lato nella facile opposizione locale alla continuità o all’insediamento di attività produttive, e dall’altro nella scarsa fiducia degli investitori nell’Italia.

4. REACH (Registration Evaluation Authorisation and Restriction of Chemicals) Il completamento del sistema REACH,
➢ prima con il Regolamento europeo 1907/2006 sulla registrazione, valutazione, autorizzazione e restrizione delle sostanze chimiche, ➢ e poi con il Regolamento europeo 1272/2008 “CLP” (Classification Labelling and Packaging) sulla classificazione, etichettatura e imballaggio delle sostanze e delle miscele, basato sul sistema armonizzato Globally Harmonised System of Classification and Labelling of Chemicals, «GHS»delle Nazioni Unite, ha introdotto per i produttori, gli importatori e gli utilizzatori di sostanze chimiche l’obbligo di un sistema di valutazione e gestione del rischio che ha avuto effetti importanti sull’economia europea. Reach è un altro dei grandi driver regolamentari che ha modificato in Europa l’organizzazione delle attività produttive e commerciali di molti settori, ha costituito la base di riferimento per la protezione dei consumatori e la crescita della loro consapevolezza sul rischio chimico, ha “trainato” il consolidamento nel mercato di servizi e figure professionali per il risk management.
Non sono ancora disponibili valutazioni degli effetti di REACH sulla competitività europea, ma non c’è dubbio che l’introduzione di REACH abbia provocato nei primi anni costi aggiuntivi non comparabili a quelli sostenuti dalle altre grandi economie che non hanno adottato lo stesso sistema. Va tuttavia rilevato che il completamento del sistema REACH ha coinciso con la crisi, e se è evidente che i costi aggiuntivi provocati dall’introduzione delle nuove regole non sono stati la causa dal calo di produzione e competitività di molte imprese italiane, va anche detto che per molte imprese già in crisi l’aggiunta di nuove regole e di nuovi costi ha favorito la decisione di chiudere o delocalizzare attività produttive. Ovvero, considerate le difficoltà economiche e le “asimmetrie” di REACH con gli altri sistemi di regolamentazione delle sostanze chimiche nel mercato globale, non sarebbe stato più prudente attendere l’allineamento degli altri sistemi a REACH?
E’ interessante a questo proposito quello che sta avvenendo negli USA. Recentemente l'industria chimica negli USA sta richiedendo l’introduzione nel mercato americano di regole simili a REACH, che superino la Toxic Substances Control Act (TSCA) in vigore negli USA dal 1976. TSCA ha due importanti differenze rispetto a REACH:
➢ non distingue tra sostanze tossiche e non tossiche
➢ classifica in modo completamente diverso le sostanze chimiche, prodotte o importate, con effetti evidenti sugli scambi commerciali.
Per questi motivi TSCA è fortemente contestata dalle associazioni dei consumatori, ma soprattutto rappresenta una barriera al trasferimento dei prodotti da e verso l’Europa, anche considerando la circostanza recente del trasferimento dall’Europa agli USA di produzioni chimiche a causa dei minori costi energetici e ambientali. In altre parole, l’armonizzazione di TSCA e REACH è oggi sostenuta dalle imprese europee che hanno delocalizzato e investito negli USA.
Non è un caso che il tema abbia molto risalto nel Partenariato Transatlantico su Commercio e Investimenti (TTIP) tra UE e USA: in questo contesto potrebbe essere definito un quadro regolamentare condiviso che avrebbe effetti rilevanti su tutto il commercio mondiale di prodotti chimici.

5. La protezione della fascia di ozono stratosferico
Il Protocollo di Montreal rappresenta ancora il più importante ( e forse unico) caso di successo di un accordo ambientale internazionale rispettato globalmente e contestualmente.
Il Protocollo, a partire dal 1992, ha progressivamente determinato l’eliminazione delle sostanze chimiche pericolose per la fascia di ozono, a partire primo dai composti del fluoro e del bromo.
I regolamenti europei che attuano il Protocollo di Montreal (gli ultimi dei quali il 1005/2009 e 744/2010) hanno “guidato” la trasformazione dell’industria chimica europea in questi settori.
Per quanto riguarda l’Italia va rilevato che, come in altri casi, una parte delle attività industriali e agricole ha subito la regolamentazione europea piuttosto che anticiparla. Tuttavia, un lavoro intenso del Governo, in collaborazione con le Università e con le imprese, ha consentito di recuperare il gap e di mettere a punto soluzioni industriali e gestionali ( nella chimica del fluoro, nell’impiego dei fumiganti in agricoltura, nella eliminazione di CFC e Halons ) che hanno impedito gli effetti economici negativi della mancanza di “visione” e previsione che aveva accompagnato la partecipazione dell’Italia alla prima fase del negoziato sul Protocollo di Montreal.

6. Pacchetto 20-20-20 “CLIMA – ENERGIA”
Nel 2008 l’Unione Europea, dopo un lungo negoziato, ha approvato la cosiddetta strategia “20-20-20”, con tre obiettivi prioritari da raggiungere entro il 2020:
• ridurre le emissioni dei gas ad effetto serra del 20%
• ridurre i consumi energetici del 20%;
• soddisfare il 20% del fabbisogno energetico europeo con le energie rinnovabili.
La strategia è stato un atto unilaterale dell’Europa nel contesto della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, ovvero gli obiettivi europei non corrispondevano ad analoghi impegni delle economie più sviluppate, a partire dagli USA, o delle economie emergenti (a partire dalla Cina).
Sono 6 le direttive e 1 regolamento approvati in attuazione del “pacchetto”
✓ Direttiva Fonti Energetiche Rinnovabili (2009/28/EC)
✓ Direttiva Emission Trading (2009/29/EC)
✓ Direttiva sulla qualità dei carburanti (2009/30/EC)
✓ Direttiva Carbon Capture and Storage - CCS (2009/31/EC)
✓ Decisione Effort Sharing (2009/406/EC)
✓ Direttiva Efficienza energetica (27/2012/UE)
✓ Regolamento CO2 Auto (333/2014 del Parlamento e del Consiglio) e Regolamento Van(253/2014).

Nel corso degli anni, come rilevato da osservatori, tecnici e rappresentanti politici sono emersi gli effetti economici negativi dell’approccio unilaterale europeo, sia per il limitato impatto sulla riduzione delle emissioni di CO2 (l’Europa pesava meno del 15% sulle emissioni globali), sia per la perdita di competitività delle imprese europee costrette a sostenere costi molto più elevati dei concorrenti di USA e Cina.
In particolare, dopo il fallimento della Conferenza sul Clima di Copenaghen nel 2009, l’Unione Europea si è confrontata con il cosidetto “carbon leakage”, ovvero con la delocalizzazione di imprese europee al di fuori della UE per evitare i costi aggiuntivi ambientali, ed il conseguente trasferimento delle emissioni oltre i confini : un processo rafforzato dalla crisi economica ed incentivato da una chiave di lettura punitiva nei confronti dell’industria europea delle regole per la riduzione delle emissioni di CO2.
Il fallimento della direttiva Emission Trading è lo specchio più evidente di questa situazione: molte imprese, piuttosto che utilizzare il mercato dei permessi di emissione per innovare tecnologie di processo e diversificare le fonti energetiche, hanno chiuso e/o delocalizzato.
La regolamentazione delle emissioni di CO2 dalle auto rappresenta l’integrazione nel “pacchetto” di norme finalizzate prevalentemente alla riduzione dell’inquinamento atmosferico.
Il regolamento aggiorna infatti i regolamenti del 2007 (Euro 5 ed Euro 6) e del 2009 che aveva stabilito le emissioni medie di CO2 per le autovetture nuove.
I regolamenti sono stati oggetto di una forte polemica per il “dieselgate” delle auto europee negli USA. Va detto a questo proposito che L’origine dello ”scandalo” va oltre le iniziative di Volkswagen, perché è insita nella regolamentazione europea che ha cercato di far coesistere per i diesel performances di efficienza molto stringenti (emissioni di CO2) con limiti molto severi alle emissioni di NOx. La coesistenza è possibile solo nelle prove su “banco” per l’omologazione, ovvero in laboratorio (New European Driving Cycle, NEDC).
Il “combinato disposto” dei limiti di emissione e della procedura di omologazione è alla base dello scandalo. I costruttori, per evitare che durante l’omologazione i limiti vegano superati, fanno funzionare il veicolo, ovviamente dotato dei dispositivi per il trattamento
delle emissioni (Selective Catalytic Reduction- SCR basato sull’iniezione di urea nei gas di scarico, o la trappola di NOX-LNT trap”) a basso regime, in condizioni molto diverse dall’uso degli stessi veicoli su strada. Considerando la relazione tra emissioni di NOX e performances dei motori, è evidente che nelle condizioni “normali” le emissioni reali su strada siano superiori ai limiti, soprattutto per i motori sopra i 1600 cc. Da qui nasce la nuova regolamentazione approvata dal Parlamento europeo che ha introdotto le prove “su strada” raddoppiando i limiti di emissione.
Tuttavia, in una prospettiva molto breve considerando che le emissioni di CO2 sono il driver per la valutazione ambientale delle auto, l’evoluzione naturale è quella verso il motore ibrido “plug in” che consente di ottimizzare un uso ridotto del combustibile fossile in combinazione con i motori elettrici.
Questa evoluzione “naturale”, che la FIAT aveva abbandonato alla fine degli anni 90’ nonostante l’ottima performance della Multipla Ibrida prodotta con contributi pubblici, offre in Italia interessanti prospettive ad una nuova industria componentistica dell’auto sia nel settore dei motori che dei sistemi elettronici di controllo e gestione.
Tra le direttive del “pacchetto”, quelle sulle fonti rinnovabili e sull’efficienza energetica avevano ed hanno tuttora una forte potenzialità. Tuttavia, almeno fino ad ora, i risultati sono contradditori e in generale deludenti per l’economia europea. Per quanto riguarda le fonti rinnovabili, la direttiva è stata il risultato del “combinato disposto” degli impegni assunti con il Protocollo di Kyoto e della pressione delle imprese cresciute in Europa grazie alle misure incentivanti applicate da Germania, Spagna e Danimarca a partire dall’inizio degli anni duemila per lo sviluppo di tecnologie e sistemi, in particolare per energia solare e eolica. In altre parole questi paesi si sono dotati in anticipo della capacità tecnologica e industriale per essere presenti sul mercato europeo e internazionale quando la domanda sarebbe emersa come inevitabile follow up del Protocollo di Kyoto e per effetto degli incentivi che prevedibilmente sarebbero stati applicati in particolare nei paesi europei. La visione e la capacità previsionale di questi paesi è stata premiata con fatturati e ricavi importanti delle imprese nel mercato europeo e in quello globale.
L’Italia, che pure aveva avviato già negli anni novanta programma a supporto delle imprese per lo sviluppo delle energie rinnovabili, è arrivata all’appuntamento della direttiva senza una propria capacità di produzione di tecnologie, se si esclude il progetto di Carlo Rubbia, sviluppato dall’ ENEA per il solare termodinamico a concentrazione: progetto peraltro molto ridimensionato sul piano finanziario e industriale. Mentre la produzione per i moduli fotovoltaici era stata azzerata già nel 2004 dall’ENI, perché ritenuta non strategica. E la produzione di pale eoliche del gruppo FINMECCANICA era stata ceduta nello stesso periodo alla danese VESTAS.
Ma la direttiva avrebbe consentito all’Italia di recuperare, se gli incentivi applicati alle fonti rinnovabili fin dal 2007 fossero stati destinati nella prima fase allo sviluppo e produzione di tecnologie innovative valorizzando il meglio della capacità di progettazione e sviluppo presente in Italia, sia nelle imprese che nelle Università e nei centri di ricerca. E considerando la modernità e sostenibilità del “parco” termoelettrico italiano a ciclo combinato realizzato in Italia dalla fine degli anni novanta, lo sviluppo delle tecnologie per le fonti rinnovabili avrebbe dovuto essere orientato prevalentemente sia a tecnologie “di punta” come il solare termodinamico, sia alla trigenerazione distribuita che avrebbe avuto l’effetto combinato di coniugare rinnovabili ed efficienza. In questo modo l’Italia avrebbe potuto raggiungere gli obiettivi fissati dalla direttiva europea valorizzando le proprie competenze e le proprie imprese, e fornendo allo stesso tempo un modello esportabile in Europa e nelle economie emergenti con una domanda crescente di energia.
Invece l’Italia ha deciso di sostenere, con i più elevati incentivi adottati in Europa, la produzione di elettricità con l’importazione di tecnologie e impianti da imprese cinesi, tedesche, danesi, spagnole, nordamericane, e con ricavi per le società finanziarie che hanno gestito le forniture fino al 20% dell’investimento. Una evidente mancanza di visione della politica e delle imprese, che è costata e costa all’Italia almeno 200 miliardi €, tanto è il valore degli incentivi, nonostante le correzioni introdotte a partire dal 2010. Ma il costo non si ferma qui, perché la “disseminazione” della produzione di elettricità da fotovoltaico, e in parte eolico, ha determinato una “over capacity” che ha messo fuori gioco una parte importante del parco termoelettrico: oggi sono almeno 60 le centrali che devono essere dismesse con altissimi costi economici e sociali.
A questo quadro bisogna aggiungere un’ulteriore considerazione che riguarda le politiche europee: se la direttiva fosse stata accompagnata da uno schema armonizzato di incentivi e finalità, i paesi dell’Unione avrebbero avuto una guida per raggiungere gli obiettivi fissati dalla direttiva assicurando prioritariamente la creazione in Europa di un “hub” delle tecnologie delle rinnovabili in grado di rispondere alla domanda globale di energia con soluzioni efficienti e innovative. Ma la UE non ha voluto e potuto scegliere uno schema armonizzato di incentivi bloccata dal tabù delle sovranità nazionali in materia fiscale.
Per quanto riguarda l’efficienza energetica, la direttiva offre alle imprese europee la possibilità di cogliere l’occasione persa con le fonti rinnovabili: creare un hub di tecnologie e sistemi in grado di assicurare la riduzione dei consumi energetici i tutti i settori sia per il mercato interno europeo che per quello globale “assetato” di efficienza, negli USA come in Cina, in India come in Iran. Ma è necessaria una scelta europea di politica per l’efficienza, a partire dai meccanismi incentivanti: a questo proposito l’esperienza italiana dei certificati bianchi può essere il modello di riferimento, così come possono essere valorizzate le eccellenze tecnologiche italiane già applicate nell’industria e nell’edilizia per la riduzione dei consumi.

7. Il nuovo pacchetto “CLIMA ENERGIA”
L’Unione Europea ha aggiornato nell’ottobre ottobre 2014 gli obiettivi da raggiungere entro il 2030
⦁ ridurre le emissioni dei gas ad effetto serra del 40%
⦁ ridurre i consumi energetici del 27%
⦁ soddisfare il 27% del fabbisogno energetico europeo con le energie rinnovabili.
Successivamente il Parlamento Europeo, nel novembre 2015 in vista della Conferenza sul clima di Parigi (COP 21) ha indicato l’obiettivo del 40% per l’efficienza energetica e del 30% per le fonti rinnovabili. La COP 21 ha assunto infine come riferimento, su proposta della UE, l’obiettivo di contenere entro 1,5 °C l’aumento della temperatura media del pianeta entro la fine del secolo. Per raggiungere questo obiettivo, secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, entro il 2040 il peso nei consumi energetici mondiali dei combustibili fossili deve scendere dall’attuale 80% al 50%. Un’impresa titanica, anche perché entro il 2040 è previsto un aumento della domanda di energia del 35%, sostenuta dai paesi emergenti e poveri dell’Asia e dell’Africa dove 1,2 miliardi di persone non hanno ancora accesso all’elettricità, e dove è atteso un aumento di almeno 900 milioni di autoveicoli circolanti che dovrebbero raggiungere globalmente 1,7 miliardi contro gli attuali 800 milioni. In altri termini entro i prossimi 25 anni le fonti rinnovabili e il nucleare dovrebbero coprire totalmente la nuova domanda di energia, mentre idrogeno ed elettricità dovrebbero essere i combustibili prevalenti per 900 milioni di autoveicoli.
E’ evidentemente un cambio epocale, forse paragonabile a quello della fine degli anni 80 nella comunicazione. Ma non ci sono altre strade, soprattutto perché nessuno può assumere come scenario il ritorno al sottosviluppo della seconda e della terza economia mondiali (Cina e India). La crescita di queste due economie è senza ritorno e pesa moltissimo sul futuro dell’energia e dell’ambiente. Per intenderci, l’India, che ha un consumo procapite di energia 6 volte inferiore a quello delle economie sviluppate e prevede nei prossimi 15 anni almeno il raddoppio della domanda di elettricità con un aumento di quattro volte del consumo di carbone, dovrebbe coprire la nuova domanda di energia con nucleare, fonti rinnovabili o tecnologie per la cattura e lo stoccaggio delle emissioni di CO2. E questo vale anche per la Cina, almeno fino al 2030. Senza considerare che India e Cina da sole dovrebbero assorbire almeno la metà (450 milioni) della crescita degli autoveicoli circolanti, che a loro volta dovrebbero essere alimentati da elettricità o idrogeno.
Ma non basta, perché 1,5 gradi richiede anche la “decarbonizzazione” accelerata delle economie più sviluppate. L’Italia, sulla base del Bilancio Energetico Nazionale del 2014 e considerando che il 74% della domanda di energia è coperta dai combustibili fossili, dovrebbe
✓ eliminare l’impiego del carbone per la produzione di elettricità,
✓ dimezzare almeno l’impiego del gas negli usi industriali, nella generazione di elettricità, e negli usi civili (riscaldamento e raffreddamento) e sostituirlo con le fonti rinnovabili,
✓ ridurre l’impiego di benzina e diesel nel trasporto con uno spostamento significativo a gas naturale, idrogeno e elettrico.
Obiettivi analoghi dovranno essere assunti da tutti i paesi europei, forse con l’eccezione della Francia e del Belgio, dove la produzione di elettricità è sostenuta prevalentemente dall’energia nucleare. Questo scenario, ancora più impegnativo dell’aggiornamento del pacchetto “clima-energia” richiede un “salto” nelle tecnologie industriali ed energetiche, nei sistemi di gestione degli usi finali dell’energia, nei modelli organizzativi urbani.
E in questo contesto, la competitività e il futuro dell’Italia si giocano tutto sull’innovazione.