Ambiente: il futuro dentro e fuori di noi

13 Aprile Apr 2016 1441 13 aprile 2016

Balle e falsi miti sulle trivelle, il petrolio e la tutela dell'ambiente

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LA PROTEZIONE DELL'ADRIATICO. La settimana scorsa il Comando del Corpo delle Capitanerie di Porto del Ministero delle Infrastrutture e Trasporti ha comunicato che la Croazia ha deciso di chiudere alla pesca un largo tratto di mare Adriatico compreso tra Ravenna e la penisola dell’Istria per avviare l’esplorazione di idrocarburi secondo un programma di concessioni già definito (vedi la mappa). La comunicazione fa seguito alla notifica inviata dalla Croazia alla Commissione Europea per la dichiarazione, relativa alla stessa area del mare Adriatico, di zona economica esclusiva per la ricerca di idrocarburi.
Questa notizia chiarisce senza equivoci l’ambiguità e la strumentalità del referendum del prossimo 17 aprile.
Se vogliamo davvero proteggere l’Adriatico dai possibili rischi ambientali connessi alla esplorazione di idrocarburi, invece di una unilaterale rinuncia al proseguimento delle attività già autorizzate nell’ambito di 12 miglia dalla costa italiana dovremmo lavorare urgentemente sulla adozione di un protocollo con Slovenia, Croazia, Montenegro e Albania per la regolamentazione delle attività estrattive di idrocarburi nell’Adriatico.
E’ infatti evidente che le caratteristiche dell’Adriatico richiedono politiche comuni di protezione e conservazione da parte di tutti i paesi costieri.
Da Ministro avevo avviato un’iniziativa in questa direzione, sia con gli Stati membri della UE (Slovenia e Croazia), sia con quelli 'in adesione' (Albania e Montenegro), con l’obiettivo di adottare le regole molto severe già introdotte in Italia.
Avevo cercato di collocare il tema nel contesto dell’Iniziativa Ionico-Adriatica ed in quello più generale della Convenzione di Barcellona per la protezione del Mediterraneo. Non mi risulta che ci siano stati sviluppi negli ultimi due anni.
Ma certamente il referendum non colma il gap della mancanza di un’iniziativa comune nell’Adriatico, anzi rischia di rendere marginale la severa legge italiana rispetto alle norme adottate, o che saranno adottate, dagli altri paesi costieri.
COMBUSTIBILI FOSSILI E RINNOVABILI. Il referendum, diversamente da quelli sul nucleare, non chiama ad una scelta a favore o contro i combustibili fossili, e in particolare il gas naturale.
Semplicemente chiede di limitare e/o interrompere le attività estrattive entro 12 miglia dalla costa. Far passare il referendum come una 'chiamata' a favore delle fonti rinnovabili è un imbroglio e un diversivo per evitare di affrontare i temi reali e fare i conti con gli effetti della demagogia e le speculazioni sulle norme ambientali.
Mi spiego meglio: nel 2001 il Ministro dell’Industria Enrico Letta promuove l’accelerazione della costruzioni di nuove ed efficienti centrali termoelettriche a ciclo combinato con il decreto 'sblocca centrali'. Questa iniziativa muove investimenti miliardari in Italia, rafforza le competenze e la competitività di imprese come Ansaldo e Nuovo Pignone, e realizza in Italia il parco termoelettrico a minore 'intensità di carbonio' tra i paesi sviluppati dell’area OCSE.
Nel 2007 un decreto congiunto dei Ministri dell’Ambiente Pecoraro Scanio e dell’Industria Bersani introduce in Italia i più alti incentivi in Europa a favore delle energie rinnovabili: la norma, invece di costituire secondo gli indirizzi europei un 'volano' per la realizzazione in Italia di competenze e imprese per lo sviluppo di nuove tecnologie per le rinnovabili, ha aperto la strada alla importazione di tecnologie cinesi, americane, tedesche, spagnole e danesi, con altissime rese finanziarie per gli intermediari. Il risultato è che almeno 60 impianti termoelettrici, oltre la metà dei quali avrebbe dovuto restare in esercizio per almeno altri 20 anni, sono in dismissione perché l’energia prodotta dal fotovoltaico e dall’eolico incentivati li ha messi fuori gioco.
E l’Italia non ha imprese e tecnologie competitive sulle rinnovabili, fatta eccezione per alcuni segmenti che peraltro la legge italiana non ha incentivato in modo adeguato mentre le burocrazie ministeriali ne hanno impedito gli sviluppi (vedi solare termodinamico a concentrazione). Invece di discutere delle trivelle entro 12 miglia, sarebbe meglio affrontare il tema del futuro dell’energia in Italia, per evitare ulteriori costi e danni senza vantaggi né per l’ambiente, né per l’economia.
L’8 marzo del 2013 avevo fatto approvare dal CIPE le linee guida per la decarbonizzazione dell’economia italiana, con l’indicazione di oltre 40 misure puntuali in tutti i settori. Non mi pare che abbia avuto seguito.
Eppure gli impegni presi a Parigi alla fine del 2015 non sono uno scherzo per l’Italia.
Il nostro sistema energetico, entro il 2040 dovrebbe ridurre la dipendenza dai combustibili fossili dall’attuale 75% al 50%, sia con un forte aumento delle rinnovabili nei sistemi di energia distribuita, sia con una modifica della matrice energetica attraverso l’eliminazione dell’uso del carbone, e la riduzione drastica dell’impiego dei derivati del petrolio nei trasporti e nell’industria a favore di gas naturale e idrogeno.
In questa prospettiva il referendum sulle trivelle entro le 12 miglia è un escamotage per non affrontare le questioni cruciali del nostro futuro energetico: con buona pace dei carbonieri e petrolieri di tutto il mondo che festeggiano.