Ambiente: il futuro dentro e fuori di noi

5 Luglio Lug 2016 1641 05 luglio 2016

Clini: geopolitica dell'ambiente? Macché, siamo tornati ad annuncite e catastrofismi

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A Teheran, nel parco scientifico di Zhoushan, nelle università cinesi Zhejiang Ocean, Tsinghua e Tongji, nelle grandi nuove industrie dello Shandong, nelle industrie 4.0 di Hannover, e ad Harvard, ho avuto il privilegio di scambiare idee e di confrontarmi con esperienze che aprono una luce molto particolare su quella che si potrebbe chiamare 'geopolitica' dei cambiamenti climatici.

E guardando i numeri e le sfide, il trionfale annuncio da parte dei ministri dell’ambiente della sottoscrizione, a New York, degli impegni sul clima della Conferenza di Parigi sembra la pubblicità di un film di evasione.

Una volta in Europa e in Italia c'era l'abitudine di riflettere criticamente anche sulle parole d'ordine 'più sacre', di ragionare sui numeri.

Ho fatto un grande lavoro per sostenere, ad esempio, il CMCC (Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici) e la VIU (Venice International University) contro i 'baroni' dell'allineamento ai pensieri dominanti e 'militanti' sui cambiamenti climatici.

Sembra che tutto sia rientrato in un certo “ordine”. Sembrano i tempi di Pecoraro Scanio e della sua mitica conferenza sui cambiamenti climatici, quando nessuno osò contestare l'affermazione secondo la quale la temperatura in Italia cresceva più che negli altri paesi del Mediterraneo.

Mi aspettavo che l'aumento delle emissioni di CO2 della Germania fosse un tema da analizzare a fondo, anche alla luce della poco efficace politica europea sui cambiamenti climatici che peraltro non ho smesso di criticare fin dal 2000.

Pensavo che il nuovo ruolo nel mercato mondiale dell'energia dell'Iran, di una parte rilevante di Iraq e Kurdistan, meritassero qualche considerazione sul futuro della decarbonizzazione visto anche il grande interesse italiano in quella regione.

Pensavo che il rocambolesco ripensamento europeo sul diesel e sulle emissioni di CO2 dalle auto suggerisse qualche considerazione sul ruolo della nostra impresa automobilistica, che nel 2012 si rifiutò in Cina di dare attuazione a un accordo bilaterale per lo sviluppo dell'auto elettrica in quel paese, che è oggi il più grande mercato mondiale delle nuove auto a emissioni zero.

Forse il mio era un eccesso di ottimismo del pensiero.

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