Ambiente: il futuro dentro e fuori di noi

19 Aprile Apr 2017 1801 19 aprile 2017

Una piattaforma di dialogo sui cambiamenti climatici

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Il G7 Energia ha dovuto prendere atto della posizione degli Stati Uniti sui cambiamenti climatici.

Non è una sorpresa, non tanto per le dichiarazioni di Donald Trump prima e dopo le elezioni, quanto perché il Senato americano nel 2015 aveva già espresso la sua contrarietà all’Accordo di Parigi per la mancanza di valutazioni sugli impatti economici e geopolitici dell’accordo per l’economia statunitense, in particolare per quanto riguarda la sicurezza energetica da un lato e la competitività con le economie emergenti (Cina e India) dall’altro. E tutti sanno che se Obama avesse sottoposto l’accordo di Parigi al Senato, gli Usa non lo avrebbero ratificato.

Più o meno con le stesse motivazioni gli Stati Uniti si ritirarono nel 2000 dal Protocollo di Kyoto, dopo che nel 1999 – durante la presidenza Clinton – il Senato respinse all’unanimità la ratifica del Protocollo.

Gli “anatemi” di questi giorni contro Trump non colgono evidentemente la natura della posizione Usa.

La presidenza italiana del G7 ha l’occasione di proporre agli Usa e agli altri partner una “piattaforma di dialogo” per affrontare i nodi economici e geopolitici, lasciati in disparte dall’accordo di Parigi. La piattaforma dovrebbe essere aperta almeno a Russia, Cina, India e OPEC.

Avendo presente che

  • la Cina, per la prima volta, ha presentato e sta finanziando un progetto tecnologico, industriale ed energetico per la “decarbonizzazione” dell’economia globale con l’iniziativa Global Energy Interconnection;
  • l’India è in una fase di crescita “imponente” della domanda energetica interna alla quale sta facendo fronte con programmi avanzati per lo sviluppo di nuove tecnologie “pulite”;
  • l’economia della Russia e dei Paesi OPEC dipende ancora largamente da olio e gas, senza considerare che le economie di Iran e Iraq – come quelle di molti Paesi africani e sud americani – puntano sull’aumento dell’estrazione delle risorse energetiche per il loro sviluppo;
  • le industrie petrolifere ed energetiche degli Usa sostengono esplicitamente l’adozione di una “carbon tax” globale per la creazione di un meccanismo economico semplice trasparente per incentivare l’uso “sostenibile” dei combustibili fossili.

Insomma, niente anatemi ma un lavoro concreto e competente nel merito delle questioni lasciate aperte dall’accordo di Parigi.

Lavorando con questo metodo, dopo l’uscita degli Usa dal Protocollo di Kyoto, nel 2000 e 2001 ho coordinato la task force del G8 sulle energie rinnovabili: il rapporto finale ha costituito la base per lo sviluppo delle rinnovabili nell’economia mondiale, dalla Cina agli Stati Uniti.

E nel 2002 abbiamo “costruito” l’accordo sui cambiamenti climatici sottoscritto da George W. Bush e Silvio Berlusconi, due leader non esattamente ambientalisti.

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