Ambiente: il futuro dentro e fuori di noi

14 Giugno Giu 2017 1641 14 giugno 2017

Corrado Clini denuncia il fallimento del G7 italiano sul clima

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La riunione dei ministri dell’Energia del G7 nell’aprile scorso si era conclusa senza un documento comune perché non era stata accolta la richiesta degli Stati Uniti di introdurre modifiche all’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici.

In vista del G7, gli Usa, sulla base delle posizioni espresse dal Senato e delle proposte delle grandi imprese energetiche americane per la riduzione progressiva e “realistica” del peso dei combustibili fossili senza danni competitivi per l’economia americana, avevano chiesto di riaprire la discussione per integrare l’accordo di Parigi con misure e meccanismi in grado di correggere i possibili effetti distorsivi.

Per esempio, le compagnie petrolifere avevano proposto l’introduzione a livello globale di una “carbon tax” che avrebbe, da un lato, un effetto diretto e non distorsivo sulla selezione delle fonti e sulla efficienza negli usi finali dell’energia e, dall’altro, potrebbe stimolare gli investimenti nelle “giuste” tecnologie a basso contenuto di carbonio.

La revisione e l’integrazione dell’accordo ne consentirebbero la ratifica da parte del Senato, ovvero una partecipazione impegnata e vincolante degli Usa agli impegni comuni di riduzione delle emissioni di carbonio.

Evidentemente la presidenza italiana del G7, la Francia e la Germania, hanno ritenuto che la posizione Usa fosse una trappola per far saltare l’accordo di Parigi, e così si sono affrettati a dichiarare con grande enfasi che l’accordo non è negoziabile, forse immaginando che la fermezza avrebbe suggerito a Trump un atteggiamento prudente.

Al contrario, la posizione di Italia, Francia e Germania ha rappresentato un grande regalo per i negazionisti del cambiamento climatico come Steve Bannon, consigliere strategico di Trump, e gli oppositori a oltranza dell’accordo di Parigi come Scott Pruitt, amministratore della Environmental Protection Agency. Loro sono i veri “vincitori” del confronto interno agli Usa sui cambiamenti climatici come ha messo in evidenza il New York Times.

E così, a conclusione della riunione di Taormina, Bannon e Pruitt non hanno avuto grandi difficoltà a convincere il presidente che erano infondate le attese per una possibile revisione dell’accordo, come invece auspicato dal segretario di Stato Tillerson, dal direttore del National Economic Council Cohn, e da Ivanka Trump.

Insomma, un vero autogol della presidenza italiana del G7 e degli europei. Anche perché Canada, Giappone e Regno Unito, dopo la decisione di Trump hanno “ammorbidito” la loro reazione contraria e il premier canadese Trudeau ha proposto, in vista del G20 di luglio ad Amburgo, una mediazione per “congelare” le controversie sul clima e concentrarsi sulle politiche energetiche globali. Come suggerisce il quotidiano tedesco DerSpiegel, dopo il G7 di Taormina il fronte anti Trump sul clima è passato da G6 a G3.

PERCHÉ L’ACCORDO DI PARIGI NON È NEGOZIABILE?

È stata incomprensibile la rinuncia “a priori” ad aprire un tavolo negoziale con gli Usa, considerato che erano ben note le posizioni del Senato sin dal 2015 e che gli altri 6 Paesi erano ben consapevoli del debole stratagemma di Obama per non sottoporre l’accordo a ratifica.

Ma soprattutto è singolare il “mantra” dell’accordo non negoziabile.

L’accordo di Parigi rappresenta una piattaforma molto debole e preliminare per la riduzione delle emissioni globali di carbonio. Intanto perché l’amministrazione di Obama lo aveva derubricato da “trattato” internazionale a accordo tecnico. Ma soprattutto perché gli obiettivi dichiarati del contenimento dell’aumento della temperatura entro i due gradi non hanno il sostegno di misure e meccanismi globali di supporto.

L’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) ha ripetutamente sottolineato che, per raggiungere gli obiettivi dell’accordo, entro il 2040 il peso dei combustibili fossili nel portafoglio energetico mondiale dovrebbe passare dall’attuale 86% al 50%, con una riduzione del carbone dal 30% al 13%, dell’olio dal 32% al 22%, del gas naturale dal 24% al 15%. E tutto questo dovrebbe essere compatibile con un aumento globale dei consumi di energia del 35% soprattutto in India, Cina, Africa e Medio Oriente.

Una sfida senza precedenti, che richiederebbe politiche e misure concordate e coordinate a livello globale, che non sono state individuate né tantomeno negoziate nell’ambito dell’accordo di Parigi. La mancanza di politiche e misure globali adeguate agli obiettivi di Parigi giustifica la preoccupazione degli Usa sui possibili effetti distorsivi dell’accordo.

I maggiori oneri della decarbonizzazione potrebbero ricadere sulle economie più sviluppate e mature nelle quali la domanda di energia è stabile o decrescente: come si fa a evitare che l’aumento dei consumi energetici nelle economie emergenti e in via di sviluppo non abbia come contrappeso l’impoverimento delle economie più sviluppate?

Il tema non è di attualità solo negli Usa, ma anche in Europa, Canada, Giappone e Australia.

Dall’altra parte, la Cina, con un PIL pro-capite inferiore di 5 volte a quello statunitense e di 3,5 volte a quello tedesco, ha investito nel 2016 il doppio degli Usa nelle “energie pulite” (110 miliardi contro 56) e ha raggiunto un “tasso di decarbonizzazione” del 4%, il doppio dei Paesi G7.

La Cina ha anche promosso e sta finanziando il primo progetto concreto, tecnologico e industriale per la decarbonizzazione dell’economia globale con l’iniziativa Global Energy Interconnection. Ma la Cina può essere nello stesso tempo la locomotiva dell’economia mondiale e quella che paga il prezzo pro-capite più alto per la “decarbonizzazione”?

A questo proposito è stato molto chiaro il messaggio della Cina a Bruxelles la settimana scorsa, quando il premier cinese Li Keqiang non ha sottoscritto un documento comune con la Ue sul clima a causa del rifiuto europeo di riconoscere alla Cina lo status di economia di mercato.

Senza considerare le sfide per la decarbonizzazione dell’economia globale rappresentate:

  • dalla forte crescita dell’India che sarà sostenuta nei prossimi 25 anni dal quadruplicamento dell’impiego del carbone nonostante gli importanti investimenti nelle energie rinnovabili e nel nucleare;
  • dai programmi in corso in Africa, nel Sud Est Asiatico, in America Latina e nei Paesi in uscita da guerre e embargo (Iraq e Iran) per il pieno sfruttamento dei nuovi giacimenti di olio e gas;
  • dalle strategie di medio-lungo periodo delle economie del petrolio e del gas, dall’Arabia Saudita alla Russia, dagli Emirati all’Azerbaigian, dall’Algeria al Qatar, dalla Nigeria al Venezuela.

L’accordo di Parigi affida la risposta al complicato intreccio di politiche ambientali, energetiche ed economiche per la decarbonizzazione alle intenzioni dichiarate dai singoli paesi attraverso le INDCs (Intended Nationally Determined Contributions).

Nel migliore dei casi le INDCs sono documenti programmatici impegnativi per i Paesi che li adottano. Ammesso che tutti i programmi previsti fossero attuati, sarebbe possibile ridurre entro il 2040 il peso dei combustibili fossili nel portafoglio energetico mondiale fino al 70%, molto distante dall’obiettivo del 50% indicato da IEA. In ogni caso, anche solo per raggiungere questo obiettivo, sempre secondo IEA, sarebbero necessari nei prossimi 20 anni investimenti per non meno di 15.000 miliardi di dollari in tecnologie e infrastrutture a basso contenuto di carbonio, soprattutto nelle economie emergenti e nei Paesi in via di sviluppo dove cresce la domanda di energia. E, in aggiunta alle misure per sostenere la decarbonizzazione, la Banca Mondiale ha stimato un fabbisogno di 70-100 miliardi di dollari all’anno per far fronte agli effetti degli eventi climatici estremi.

L’accordo di Parigi non ha previsto l’adozione di misure, come per esempio il superamento delle barriere agli investimenti e al trasferimento delle tecnologie a basso contenuto di carbonio, non ha individuato meccanismi di mercato come la “carbon tax”, non ha promosso coperture assicurative finanziabili dal mercato e dalle istituzioni finanziarie internazionali per gli eventi climatici estremi.

L’unico meccanismo è quello del Green Climate Fund, che dovrebbe essere dotato di 100 miliardi di dollari entro il 2020: troppo poco per essere il volano degli investimenti necessari, e troppo simile ai tradizionali e inefficienti interventi di “aiuto allo sviluppo”.

Questi dati sono sufficienti per suggerire una nuova fase negoziale per affrontare le questioni economiche e geopolitiche lasciate ai margini dell’accordo di Parigi ?

C’è ancora qualcuno che crede davvero che sia sufficiente dichiarare l’accordo di Parigi non negoziabile per assicurare la decarbonizzazione del pianeta?

DAL G7 AL G20

La Germania, presidente di turno del G20, sta organizzando il prossimo meeting ad Amburgo del 7-8 luglio 2017.

Angela Merkel ha annunciato un documento,"Action Plan on Climate, Energy and Growth", che nelle sue intenzioni dovrebbe favorire il dialogo non solo con gli Usa, ma anche con Cina, India, Arabia Saudita, Nigeria.

È difficile fare previsioni: l’esperienza del G7 e la successiva delusione europea per il mancato accordo con la Cina dovrebbero suggerire di lasciare da parte la retorica dell’accordo “non negoziabile” ed entrare nel merito delle questioni che devono essere affrontate per rendere credibile il percorso verso la decarbonizzazione dell’economia del pianeta.

Speriamo che la Germania riesca dove la presidenza G7 dell’Italia non ha voluto osare.

Corrado Clini

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