Americanos43

21 Agosto Ago 2014 0010 21 agosto 2014

Intervista sulla Sicurezza alimentare 4. Siamo protezionisti?

  • ...

Che responsabilità ha il protezionismo nazionale e soprattutto europeo, di fronte al dramma della fome, ossia fame in portoghese?

Tutta da leggere la risposta di Simona Bottoni, latinoamericanista, ricercatrice associata dell'Istituto di alti studi in geopolitica e scienze ausiliarie (Isag), dove fa parte del Programma di ricerca «America latina».

Non crede che un discorso analogo possa essere fatto per le politiche protezioniste, sia statali sia dell'Unione? L'impressione è che - per mezzo di norme igienico-sanitarie rigide quanto pretestuose - si ostacoli, di fatto, l'importazione di prodotti agroalimentari dai Paesi più poveri. Si aiuta forse l'agricoltura delle Nazioni in via di sviluppo, ringhiando contro i pomodori che vengono dal Maghreb?

«Quella dell’Ue è in effetti un’agricoltura sussidiata, che viene sostenuta economicamente per il raggiungimento di alcuni obiettivi quali la sicurezza alimentare che eviti l’apertura senza protezioni all’agribusiness ed all’industria globale del cibo, con ripercussioni sulla crisi occupazionale del settore e sulla salute dei consumatori; la garanzia di una base politica stabile. Quello che lei definisce politica protezionistica è di fatto qualcosa che tutela tutti i cittadini europei ed anche gli italiani sia dalle speculazioni dell’agribusiness che dai rischi che alla loro salute possono derivare da adulterazioni, contraffazioni o falsificazioni di cibi spacciati come made in Italy.

La speculazione sui prodotti agroalimentari in ambito europeo fa uscire capitali necessari all’aggiornamento tecnologico e produttivo e li dirige verso la rendita; che è esterna al mercato dell’agroalimentare e, in particolare, allo stesso mercato finanziario europeo. Questo perché l’Ue, sul piano delle decisioni finanziarie ed economiche, non ha le strutture organizzative per evitare operazioni speculative sulle commodity dell’alimentare, che, solo nel 2008, secondo l’Oxfam, hanno generato rendimenti per oltre 204 miliardi di euro.

In Ue e particolarmente in Italia, c’è un efficace sistema di controlli, che da noi coinvolge Nas dei Carabinieri e Ministero della Salute con un’esperienza sul campo ultracinquantennale: infatti, il nostro paese attua il sistema farm to fork di controllo della filiera alimentare già dagli Anni cinquanta ed è l’unico paese Ue che effettua controlli alle frontiere sui prodotti vegetali e su quelli da contatto, il che è una grande garanzia per la salute pubblica. La richiesta da parte di Coldiretti, recentemente accolta da parte dell’attuale ministro della Salute, di togliere il segreto e di rendere finalmente pubblici i flussi commerciali delle materie prime provenienti dall’estero, anche per combattere inganni e sofisticazioni, è un importante traguardo per la maggiore trasparenza sulle materie prime utilizzate in Italia per la produzione alimentare: la contraffazione si basa spesso sull'inganno in danno del consumatore e colpisce soprattutto chi ha una ridotta capacità di spesa ed è costretto a rivolgersi ad alimenti a basso costo dietro i quali possono nascondersi ricette modificate, l’uso di ingredienti di minore qualità o metodi di produzione non tracciati sui quali è importante garantire la massima trasparenza.

Secondo i dati del Rasff (sistema europeo di allerta rapido per alimenti e mangimi) nel 2013 gli allarmi alimentari in Italia sono aumentati del quattordici per cento rispetto al 2007, con ben 534 notifiche sulla sicurezza di cibi e bevande potenzialmente dannosi per la salute; l’ottantadue per cento degli allarmi alimentari verificati sono stati provocati da prodotti a basso costo provenienti dall’estero.

Non mi risulta che vi siano ostacoli all’importazione dei prodotti agroalimentari dai paesi più poveri: nel 2011, per il secondo anno consecutivo, il settore agro-alimentare ha fatto registrare una crescita delle importazioni pari ad un +11,5 per cento, con un aumento anche riferito agli scambi con l’America latina. Non si tratta tanto e solo di aiutare le agricolture dei paesi in via di sviluppo, quanto di contemperare le esigenze di tutela della salute dei cittadini, di tutela dei marchi e brevetti made in Italy, con quelle di una concorrenza leale fondata sulla corretta informazione ai consumatori della provenienza di ciò che decideranno di mettere sulle loro tavole per evitare conseguenze sulla loro salute».