Americanos43

10 Settembre Set 2014 2125 10 settembre 2014

Investire in Latinoamerica, solo per avventurieri?

  • ...

Quelli latinoamericani sono Paesi per investitori, o aspiranti tali? Vanno bene per chi non ha la scorza dell’avventuriero, ma va in cerca di un’operazione economica sia remunerativa, sia abbastanza al riparo dai rischi legati al contesto ambientale? Di certo, qui i capitali non bastano, se non si conosce il territorio. Se non si è disposti ad affrontare da un lato buracrazia e magistratura spesso ostili, dall’altro le pressioni dei potentati locali – e spesso della criminalità – è preferibile volgere altrove lo slancio imprenditoriale. Nella gran maggioranza degli Stati della Regione, il mercato del lavoro non è affatto flessibile, e la manodopera straniera rappresenta un fattore marginale. Un pensierino al Brasile? Qui si privilegia il mercato interno rispetto all’internazionalizzazione delle imprese, attraverso il ricorso a politiche di protezionismo commerciale.

I risultati del ranking contenuto nel Global competitiveness report 2014-2015 – elaborato dal World economic forum (Wef), e basato sull’Indice di competitività globale – parlano chiaro. Del resto, ce ne può dare conferma anche uno sgaurdo sguaiatamente superficiale alla mappa dell’Area. Il Brasile è in recessione tecnica, il Messico non ha ancora dato prova di aver posto un freno decisivo all’esclation del crimine organizzato, mentre in Argentina si sta ancora valutando l’impatto del default, o presunto tale, di poche settimane fa. Tralasciamo infine le difficoltá del Venezuela del dopo-Chávez, ove la frattura in seno alla società civile preoccupa ancor di più dei ben noti problemi di approvvigionamento.

Il Report competitività globale valuta aspetti quali il funzionamento delle istituzioni, l’efficienza del mercato del lavoro, la pressione fiscale, il grado di criticità dell’attuale scenario macroeconomico, la sofisticatezza del business, le dimensioni del mercato locale. Ebbene, ai primi tre posti al mondo su 144 Nazioni esaminate, troviamo Svizzera, Singapore e Stati uniti (esattamente in quest’ordine), mentre l’Italia si ferma a un mediocre 49esimo posto. Guinea, Ciad e Yemen guidano invece la classifica letta al contrario. Limitando l’indagine al Latinoamerica, constatiamo il primo posto del Cile, che corrisponde al 33esimo su scala globale. Seguono Panama e Costa Rica, che occupano rispettivamente le posizioni numero 48 e 51. Incontriamo quindi il Brasile, che scende al 57esimo posto soprattutto per l’incapacità di migliorare la infrastrutture dei trasporti, e la percezione di un peggioramento nel funzionamento delle istituzioni. Seguono Messico e Perù, in calo al 61esimo e 65posto, anche in questo caso per timori legati al rischio di stallo istituzionale. 66esima è la Colombia, che avanza grazie ai progressi sul fronte ict (tecnologie dell’informazione e della comunicazione), pur rimanendo frenata dalla piaga della corruzione. La classifica prosegue con Guatemala, Uruguay ed El Salvador – rispettivamente alle posizioni numero 78, 80 e 84 – che precedono Nicaragua, Honduras e Repubblica dominicana (nell’ordine 99esima, centesimo e 101esima). Nelle retrovie stazionano Argentina, Bolivia e Paraguay, ai posti 104, 105 e 120. Le dolenti note proseguono infine con Venezuela e Haiti, quasi maglia nera nelle posizioni 131 e 137. In riferimento all’America latina, il rapporto specifica che la strada della competitività passa attraverso riforme strutturali, e investimenti in infrastrutture, riqualificazione e aggiornamento dei lavoratori, e innovazione.