Americanos43

3 Ottobre Ott 2014 0101 03 ottobre 2014

Cresce solo l’Alleanza di "destra"

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Ormai è vox populi: in America latina si è giunti al «fin de fiesta». Ha chiuso i battenti il «decennio d’oro»: un ciclo di elevata crescita economica che per 10 anni ha investito la Regione, soprattutto grazie al boom del mercato delle materie prime. Svariati Paesi dell’Area affrontano fasi di stagnazione e arretramento, minacce di default. Il Brasile è in piena recessione, mentre Argentina (anch’essa in fase di riflusso) e Venezuela soffrono per inflazione alle stelle e instabilità finanziaria. Inevitabilmente le stime per l’anno in corso prevedono una crescita inferiore al due per cento. Ma non dappertutto è così.

L’enigma dell’alleanza destrorsa

Alcune Nazioni del Subcontinente riescono a muoversi controcorrente, riuscendo a far progredire il prodotto interno lordo (pil). E’ il caso dell’Alleanza del Pacifico – costituita da Cile, Colombia, Messico e Perù – il cui pil dovrebbe crescere intorno al tre per cento nel 2014, e un punto in più nel 2015. Non a caso il presidente peruviano Ollanta Humala preferisce contraddire la tesi dominante, rilevando che in America latina la «decade d’oro» deve ancora arrivare.

Questa iniziativa d’integrazione regionale è criticata dai Governi progressisti, e dai settori sociali il cui cuore batte a sinistra. Invero – ci caliamo nella logica dei bipolarismi locali – si può constatare che, tra i quattro Governi che la compongono, solo quello messicano può definirsi conservatore-moderato. Tuttavia l’operazione è biasimata per la minaccia all’unità sudamericana, e per indebolire sia la Unión de Naciones sudamericanas (Unasur) sia il Mercado común del sur (Mercosur). In una parola, il sogno della Patria grande. Chiaro, al riguardo, un recente intervento del leader boliviano Evo Morales. «Alcuni presidenti del Sudamerica si uniscono per continuare a servire l’impero nordamericano», ha declamato il presidente, «ma in realtà cos’è l’Alleanza del Pacifico? E’ lo Washington consensus dei vecchi tempi, è il libero mercato».

Latinoamerica, o formiche o cicale

Secondo Augusto De la Torre, capo economista della Banca mondiale per l’America latina, «negli Anni ottanta e novanta il Latinoamerica era soggetto a impennate, e relative cadute. E in entrambi i casi, c’era la tendenza a esasperare le reazioni questi fenomeni». Tuttavia grazie alle riforme macroeconomiche, argomenta De la Torre, la Regione è riuscita a interrompere il circolo vizioso. Fa un ragionamento analogo Juan Ruiz, capo economista del Banco Bilbao Vizcaya Argentaria (Bbva) per il Sudamerica. Questi rileva che in alcuni Paesi sono state adottate politiche per capitalizzare il boom, e accumulare riserve internazionali. «Alcuni Stati hanno saputo amministrare bene i tempi delle vacche grasse», dichiara l’economista, «e quindi portare avanti una solida gestione finanziaria. Altri Paesi non lo hanno fatto». Ogni riferimento al Brasile non è puramente casuale: tra il 2006 e il 2010 ha fatto registrare una crescita media del 4,5 per cento, mentre oggi è in recessione.