Americanos43

11 Dicembre Dic 2014 1915 11 dicembre 2014

Scozzari, cronache tra Brasile e Giappone

  • ...

Lo spazio 'Americanos43' riprende nuova vita. E lo fa, intervistando una serie di 'personaggi' - come direbbero a Roma - di persone, insomma, che hanno qualcosa d'importante da dire sull'argomento di cui ci occupiamo, l'America latina. A inaugurare la rassegna è Pietro Scozzari, che non è solo un giornalista, scrittore e fotocronista di spessore nazionale e internazionale. E' anche un personaggio cult della blogosfera italiana, e un esperto di questioni latinoamericane. Dopo decenni passati a scrivere reportage e racconti su vari Paesi del Latino America, molla tutto e se ne va a vivere in Giappone. Beninteso, nella parte più 'tropicale' dell'Arcipelago, l'Isola di Okinawa. E attraverso il blog 'Un italiano a Okinawa', ci racconta - forse meglio di chiunque altro - la quotidianità e la cultura del Paese del sol levante. Consigliamo anche la lettura del suo portale 'Pietro times' - dedicato ai suoi fotoservizi dall'estero - e di 'Pietro writes', lo spazio online in cui Scozzari si cimenta in ottime performance di narrativa di viaggio. Tra le sue opere, segnaliamo 'Tropico banana - Italianos da Cuba al Brasile', per Feltrinelli traveller, e 'L’importante è muoversi', pubblicata nel 2006 da Damoli editore. I cultori del nostro Autore potranno poi sfogliare le gradevoli pagine de 'L'isterico a metano', scritte a quattro mani con lo zio Filippo (per Strade blu - Mondadori). Oppure potranno preparare una fuga all'Avana, acquistando la guida 'Cuba' (Giunti editore), redatta insieme al noto ispanista Danilo Manera.

Cominciamo parlando dell'ultima pubblicazione, il libro 'Brasile - País do futuro: diari di viaggio tra natura e ricerca', uscito sole poche settimane fa. Cosa ci racconta?

«'Brasile - País do futuro: diari di viaggio tra natura e ricerca' è un e-book che raccoglie reportage e racconti di viaggio - già pubblicati e inediti, sparpagliati sui miei blog - scritti in circa vent’anni di peregrinazioni brasiliane, a partire dal 1989 (era pre-lulista), fino a oggi. Spero di essere riuscito a trasmettere l’amore che provo per quel Paese - ben più complesso dei soliti cliché con i quali viene solitamente dipinto - ai lettori».

Dopo aver scritto reportage e racconti su vari Paesi dell'America latina - dal Brasile sino a Cuba e Nicaragua - adesso vive a Okinawa. Sarà pure un Giappone quasi tropicale e «rilassato» - come scrive sulla presentazione del suo blog di culto 'Un italiano a Okinawa' - eppure deve aver provato un forte shock culturale. Lo può descrivere?

«Grazie per il 'culto'. Il Giappone era nei miei sogni fin dall’adolescenza; è diventato 'la missione' dopo che un giorno, in spiaggia a Marina di Ravenna, ho visto una giapponese che mangiava una pizza partendo dal centro e ne faceva una spirale. Solo nella vita adulta sono riuscito a raggiungerlo, al capolinea di un viaggio per 'Panorama travel' che fu. Poi, mentre ero a Kyoto, arrivò lo tsunami. Non volli lasciare il sogno, e sono finito nella zona del Giappone più distante da Fukushima, dove ho scoperto un nuovo stile di vita piuttosto piacevole. I primi tempi sono stati duri, zero amici, zero giapponese (non che quest’ultimo sia cresciuto granché), zero yen. Poi, con la dovuta pazienza, ho incontrato molte nuove sorprese, fra cui perfino una moglie. A volte mi sembra un po’ di vivere su Marte, ma i marziani - in generale molto più educati dei nostri compatrioti - mi piacciono parecchio. Qui riesco a fare cose (fotografare, insegnare l’inglese, l’italiano e la 'mia' cucina italiana) che in Italia non mi avrebbero portato molto lontano, anche se l’'extracomunitario' sono io. Quando vado dal barbiere poi, mi pigliano per un marine, ma alla gente spiego che sono italiano, anziché un Rambo in libera uscita. E scatta il sorriso».

Ci può accennare al fenomeno dell'immigrazione brasiliana nel Paese, che secondo alcune fonti sfiorerebbe le 300mila unità? I gaijin (termine vagamente dispregiativo che indica gli stranieri) verde-oro vivono una sorta di sottile discriminazione?

«Per sentito dire (non conosco Tokyo): nella capitale a volte i brasiliani sono discriminati, come tutti gli stranieri. Alcune brasiliane sono considerate di 'facili costumi', solo perché amano la vita e non sono tragicamente timide e introverse come la maggior parte delle giapponesi. Qui a Okinawa la comunità brasiliana è molto piccola, perlopiù composta da nissei e nikkei (brasiliani di origine giapponese di seconda o terza generazione), orgogliosi della loro doppia radice culturale. Il mese scorso ho organizzato una 'brazilian night', dove ho proiettato foto del Brasile, ho cucinato feijoada com farofa, mentre alcuni brasiliani hanno raccontato delle loro radici miste. E proprio l’altro giorno sono incappato in un samba di strada a cinque stelle (non grilline), che mi ha catapultato al volo in Brasile, que saudade …».

E che percezione si ha dell'Area latinoamericana nel suo complesso?

«La stessa che si ha per il Brasile in generale. Sono abbastanza numerosi i peruviani e i boliviani, i messicani e gli argentini, sparsi un po’ in tutto l’arcipelago e concentrati in particolare a Chatan e Okinawa city, vicino alle basi dei militari statunitensi (che si sono prese Okinawa sessantanove anni fa e non se ne sono ancora andati …). Qui a Okinawa le 'minoranze etniche' sono ancora considerate - forse unico luogo al mondo, chissà fino a quando - elementi preziosi da valorizzare, tant’è che il calendario è costellato di eventi internazionali. Qualche mese fa, assieme a brasiliani, messicani, peruviani, argentini e boliviani, ho organizzato un matsuri (festival) latino che è andato benissimo. Anche se gli unici 'latini' d’Europa eravamo io e un amico romano …».

E lei in quest'Area ha intenzione di tornare, oppure la scelta di raccontarci - e con somma brillantezza - la quotidianità giapponese è ormai definitiva?

«Grazie per la 'somma brillantezza'. Come risponderle? Chiederò all’ufficio immigrazione, le dirò che cosa vogliono fare di me … Un saluto da Okinawa!».