Americanos43

15 Dicembre Dic 2014 2325 15 dicembre 2014

Renzi e Latino America, parla Mario Giro

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La sezione Americanos di 'Lettera43' prosegue la serie d'interviste, dedicate a chi ha qualcosa da dire sul subcontinente latinoamericano. Adesso è la volta di Mario Giro, classe 1958, romano de Roma, e sottosegretario di stato al Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale con delega all’America latina e centrale, alla promozione della lingua e cultura italiana, agli italiani all’estero ed ai rapporti con il Canada. Il politico - fratello dell'esponente di Forza Italia, Francesco, e storico membro della Comunità di Sant'Egidio - si è candidato - senza essere eletto - alle Elezioni politiche del 2013, nelle liste di Scelta civica. Dopo la nomina a sottosegretario agli Affari esteri del Governo Letta, è stato quindi riconfermato anche nell'attuale Esecutivo.

Con l'ex presidente della Provincia di Trento, Lorenzo Dellai, e l'ex presidente nazionale delle Associazioni cristiane lavoratori italiani (Acli), Andrea Olivero, ha aderito all'associazione politica Democrazia solidale, decisa a sostenere la linea del premier. Ci riceve nel secondo piano (quello «dei sottosegretari») del Palazzo 'fascista' della Farnesina, opera degli architetti Enrico Del Debbio, Arnaldo Foschini e Vittorio Ballio Morpurgo. Con grande affabilità ci spiega che si tratta forse dell'edificio più voluminoso d'Italia dopo la Reggia di Caserta, ci mostra dalla finestra il Ponte Milvio sul Tevere - quello un tempo famoso per i lucchetti degli innamorati - e ci chiarisce come la Sfera di Pomodoro è lì solamente dal Secondo dopoguerra.

Soprattutto si mostra preoccupato per le sorti dell'informazione nazionale: «Chiudono sia l''Unità', sia la 'Padania', che pure il loro 'zoccolo duro' di lettori lo avevano. Chissà come s'informano i giovani! E il 'Foglio'? Se ne vendono solo tremila copie, e leggono solo quelli del Palazzo. La carta? Servirà solo per commenti e retroscena». Infine declama - ma lo sapevamo già, c'eravamo preparati - che pure lui è diventato un blogger: «Me lo ha chiesto Lucia (Annunziata, ndr), e ho aperto un blog sull''Huffington post'. Mi pare però, a giudicare dai pochi commenti, di avere pochi lettori. A proposito come va l''Huffington post'?». Insomma, non abbiamo forse di fronte un digital native, eppure preferiamo la sua capacità tutta democristiana di pesare le parole, ai cinguettii ossessivi dei suoi colleghi che strepitano contro chiunque, rapper compresi.

La chiacchierata è sfociata in un'intervista fiume - come quelle che fino a poco tempo fa rilasciava di notte Fidel Castro agli intellettuali europei - che pubblicheremo in cinque puntate, e che punta a capire quanto («poco» aggiungono i maligni) interessi l'America latina a Matteo Renzi e al suo Governo.

Lei, sottosegretario Giro, ha definito l'Anno dell'Italia in America Latina 2015-2016 come «un grande pellegrinaggio, un grande viaggio, che noi vogliamo svolgere all'interno del Continente latinoamericano». Non crede forse che sarebbe stato più efficace concentrare le peraltro limitate energie, in un unico Paese, il quale così avrebbe posto l'Italia in cima alla propria agenda? Il profano nota, infatti, un'eccessiva dispersione delle forze, quasi fosse un Anno dell'Italia in America Latina 'a pioggia'.

«E' una domanda che mi sono posto, io ho pensato di fare un cambiamento. Abbiamo voluto come prima cosa l'Anno dell'Italia, e non l'Anno della Cultura italiana, mettendo insieme tutti i pezzi che rappresentano il nostro Paese, incluse - come protagoniste - le imprese. Dobbiamo chiederci che cos'è l'Italia nel mondo, e quindi anche in America latina: non è solo la 'cultura classica', con la C maiuscola, ma è anche la cultura intesa in senso sociale, produttivo, creativo, il design, l'impresa. Il nostro mondo di fare impresa. Tutte queste cose ci vengono chieste dai nostri partner stranieri, quindi era giusto mettere insieme tutto, mettere insieme tutte le eccellenze. Un qualcosa che va dai disegni e le macchine di Leonardo, sino al fatto che metteremo in orbita entro l'anno, insieme agli argentini, un satellite. Esiste un modo italiano di fare le cose, un modello Italia che piace: perché non è minaccioso, perché parte dal basso, perché è radicato nei territori e nelle culture locali. I nostri partner vogliono conoscere il modello italiano della piccola e media impresa, dei distretti industriali: questo è un ecosistema spendibile altrove. Bisogna uscire da noi stessi, dal nostro Paese, e capire cosa chiedono i nostri partner. Esistono tanti aspetti della nostra cultura che sottovalutiamo, o di cui sottovalutiamo l'impatto. La seconda cosa. Ho voluto organizzare l'evento per tutto il Continente - facendo una sperimentazione - perché ho riscontrato fame e desiderio d'Italia ovunque. Allora perché, se organizziamo una mostra, un evento, limitarci a un Paese solo? Facciamo girare queste cose nel Continente latinoamericano. E' questo il senso dell'Anno dell'Italia in America latina: più che a pioggia, lo definirei uno tsunami che coinvolge tutto il Continente. Uno tsunami benevolo».