Americanos43

18 Febbraio Feb 2015 1918 18 febbraio 2015

Te lo do io il Brasile, i rischi del Paese

  • ...

L'intervista cult di questa settimana ha i caratteri della più sincera testimonianza. Abbiamo fatto una chiacchierata-fiume con un professionista italiano poco più che 40enne, Giorgio Di Chiaro: il nostro connazionale lavora a Copenaghen, in Danimarca, nel settore food & beverage - come dicono quelli che contano - contribuendo al prestigio dell'agroalimentare italiano, il vero simbolo del made in Italy.

Di Chiaro è noto sul web non solo per l'amore viscerale nei confronti del Brasile, ma soprattutto per i suoi ormai proverbiali caveat circa le difficoltà a investire e vivere nel Paese sudamericano. Ha fatto di tutto per trasferirvisi e crearvi un'impresa, ma alla fine - sopraffatto dalle difficoltà - si è convinto a desistere.

V'invitiamo quindi al leggere la prima delle quattro parti dell'intervista, che diverrà passaggio obbligato per chi aspira a mollare tutto in Italia, e cominciare una nuova vita nella terrinha.

Sono ovviamente molteplici, le difficoltà per gli italiani che aspirano a investire in Brasile. Cominciamo da quelle economiche. A suo giudizio, quali sono i settori da evitare, tenendo conto anche della situazione finanziaria non proprio rosea, che sta vivendo il Gigante verde-oro?

«Comincerei con una sintetica introduzione: sin da bambino ho avuto un'attrazione fatale per il Brasile; a quindici anni diventai un fan sfegatato di Edson "Pelé" Arantes do Nascimento, poi un trentatré in vinile - con i successi del Carnevale edizione 1986 - suggellò un amore che dura da un trentennio. Nel 2001 riuscii finalmente a trovare il tempo per il mio primo viaggio verso quella terra, e scelsi Fortaleza come prima tappa di un percorso mentale che avrebbe segnato la mia vita. Da quell'anno a oggi sono stato nel Paese - se non sbaglio - una quindicina di volte».

Ha potuto osservare dunque anche le continue trasformazioni della realtà sociale ed economica verde-oro...

«In quattordici anni ho avuto il privilegio di conoscere, da vicino, quella che personalmente ho definito l'evoluzione involutiva della mia amata Nazione. Sono stati quattordici anni di riflessioni personali, e di attente analisi oggettive dell'universo verde oro. E anche di operazioni di trasferimento, sempre pianificate e mai andate in porto».

Si potrebbe però obiettare che queste continue interruzioni dei suoi progetti di trasferimento, siano un po' anche il frutto di valutazioni strettamente personali.

«Non mi è mancato il coraggio, difatti abito in Danimarca, e vivere costantemente al freddo - in una realtà sociale gelida e distaccata - non è comunque uno scherzo. Ho solo avuto bisogno di un lungo quindicennio, per aprire gli occhi e svegliarmi progressivamente dal sogno vacanziero in salsa tropicale. Fatta questa doverosa premessa, cercherò di dare il mio modesto contributo, affinché i più sprovveduti possano evitare di commettere errori grossolani, sognando facili trasferimenti e dolce vita low cost. In merito alla sua prima domanda, mi viene facile rispondere - e qui distruggo un falso mito - che il primo settore da evitare è proprio quello legato al turismo».

E perché - viene da chiedersi - considerando che l'espansione della classe media nazionale ha comunque dato impulso anche ai flussi turistici?

«Cerco di dare una spiegazione logica a quest'affermazione. Quando iniziai a frequentare la mia amata Fortaleza - e qui ho un sussulto di saudade - la domanda turistica era indirizzata in prevalenza a soddisfare le richieste dei tantissimi turisti stranieri. Che erano per lo più alla ricerca di caldo e, ovviamente, facili avventure con le bellissime donne brasiliane. Molti italiani acquistarono appartamenti a costi molto attraenti, li convertirono in alloggi per i propri connazionali - sempre numerosissimi nelle spiagge brasiliane - e i più scaltri riuscirono a sfruttare sia l'onda del turismo made in Italy, sia la fantastica rivalutazione immobiliare. Chi ha investito in quegli anni d'oro e poi ha disinvestito, ha avuto un decennio di buon business; oggi, però la domanda europea - e italiana in particolare - è crollata».

Oggi quindi, a suo giudizio, sarebbero impossibili queste facili avventure imprenditoriali?

«Nel mio viaggio del novembre scorso, ho potuto costatare che il giochino si è inesorabilmente rotto. Voglio chiarire che il turismo non è morto, ma si è trasformato in flusso dal sud al nord del Brasile; ma per soddisfare questa domanda occorre perfetta conoscenza della lingua, reale capacità imprenditoriale, e pelo sullo stomaco».