Americanos43

22 Febbraio Feb 2015 1930 22 febbraio 2015

Fuga in Brasile? C'è chi dice no

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Pubblichiamo oggi la seconda parte dell'intervista cult a Giorgio Di Chiaro, il nostro connazionale residente a Copenaghen, professionista del settore della panificazione, e ambasciatore in Danimarca del 'made in Italy' alimentare.

Ha scelto 'Lettera43' per raccontare la sua odissea di aspirante imprenditore in Brasile, e al contempo per mettere in guardia dall'idea di facili approdi in terra verde-oro.

Buona lettura.

Crede invece che il più rassicurante settore immobiliare, possa offrire buone prospettive, agli italiani che aspirano a investire?

«Se il settore da evitare prima di ogni altro è quello votato al turismo made in Italy, si può dire che anche quello degli investimenti immobiliari sia ormai arrivato al capolinea. Nel 2002 l'acquisto di un appartamento di sessanta metri quadrati, prevedeva un investimento attorno ai 60mila euro, mentre la prospettiva - poi avveratasi - era quella di una sicura rivalutazione del mattone. E dunque chi ha sbloccato i propri fondi, per investire in quel periodo storico, ha fatto affari da capogiro. Chi avesse investito 350mila euro in appartamenti a inizio degli Anni duemila, oggi - anche a fronte di un quindici per cento di tassazione sul plusvalore, in caso di rientro di capitali in Italia - avrebbe portato a casa non meno di 600mila euro».

Vuol dire che oggi simili operazioni imprenditoriali sarebbero anacronistiche?

«Certe operazioni speculative sono ormai impossibili, sia perché lo start-up capital è notevolmente lievitato, sia perché la legislazione italiana ha stabilito - è questo l'ennesimo regalo del Governo Monti - che anche gli immobili all'estero siano gravati dal pagamento di un'imposta. Parlo dell'Ivie, l'Imposta sul valore degli immobili detenuti all'estero. Acquistare un immobile all'estero, e non dichiararlo all'Agenzia delle entrate? Significa buttarsi la zappa sui piedi, per l'eventualità di un rientro di capitali. In buona sostanza, la strada è sempre più in salita, anche per il comparto immobiliare».

In base al suo ragionamento, l'unica via praticabile sarebbe forse quella rappresentata dagli investimenti finanziari...

«Sì, l'unico settore d'investimento di facile approccio è quello finanziario, quello legato all'universo bancario brasiliano. Infatti, a oggi i tassi d'interesse - parliamo al netto delle tasse - si aggirano attorno al nove o dieci per cento annui. Chiariamo che l'inflazione, sotto quel bel sole tropicale, oscilla attorno al sei per cento, e dunque parte della liquidità guadagnata va a coprire l'aumento sistematico del costo della vita. L'operazione di trasformazione degli euro in real va fatta con oculatezza: non tutti i momenti sono adatti, per sbloccare i risparmi di una vita».

E questo, per usare la sua terminologia, è un momento adatto?

«Quella attuale, potrebbe essere una congiuntura positiva: la divisa nazionale non è sopravvalutata, come invece avveniva qualche anno addietro, mentre i tassi d'interesse applicati - pur dipendenti dalle decisioni della Banca centrale sul costo del denaro - sono generalmente attraenti. Spostare ingenti capitali quando ci sono entrambi questi fattori, è fondamentale: così gli iniziali guadagni possono mettere al riparo da eventuali - anzi, direi inevitabili - tagli del tasso d'interesse di riferimento, il cosiddetto indice selic. Ricordo, infatti, che nel periodo peggiore per gli investimenti bancari, i rendimenti netti sono scesi fino al 5,5 per cento. Il Brasile, in sintesi, è come una sirena: cerca di attrarre i risparmi degli stranieri, promettendo alti tassi d'interesse. Tuttavia bisogna capire quando è il momento di investire, e quando invece dobbiamo guardarcene bene».

Come giudica, sulla base della sua esperienza personale, le pastoie della burocrazia nel Nordeste del Paese? Crede che le realtà associative degli italiani all'estero, oppure le autorità consolari, offrano un aiuto concreto?

«Noi italiani siamo campioni di faciloneria, e abilissimi organizzatori di disorganizzazione. La burocrazia italiana è da incubo, e vivendo a Copenaghen ho capito cosa significhi avere alle spalle uno Stato coeso e ben organizzato, dove si può ottenere un documento in cinque minuti. Se la burocrazia italiana è da incubo, quella verde-oro è fantozziana: mai vista tanta lentezza. E poi ci vogliono dribbling degni della Seleção, per capire quale sia la legge da interpretare, o l'ufficio cui rivolgersi».