Americanos43

25 Febbraio Feb 2015 1851 25 febbraio 2015

Investire in Brasile? Pericolo jeitinho

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Prosegue la nostra chiacchierata con l'italiano Giorgio Di Chiaro, ex aspirante investitore in Brasile.

Nella terza parte dell'intervista cult, ci parla del cosiddetto jeitinho brasileiro: il noto e proverbiale connubio di genialità e improvvisazione, tipico dei cittadini verde-oro. Ciò che altrove abbiamo definito come la capacità, tutta brasiliana, di trovare una soluzione - anche insolita e ingegnosa - a qualunque problema.

E c'è spazio anche per uno sguardo disincantato sul modus vivendi verdeoro, e per una dissacrante analisi sulla sempiterna questione della corruzione. Buona lettura.

A suo giudizio, anche il locale modus vivendi può ostacolare il sogno imprenditoriale degli stranieri?

«Lo stile di vita brasiliano è ludico, poco incline al sacrificio, tendenzialmente sonnolento. E soprattutto snervante, per chi non è brasiliano, quando non si tratti di bere una caiprinha di fronte all'oceano. Si provi ad aprire un conto in banca, si provi a ottenere una carta d'identità, anche con un visto permanente in tasca. E si capirà che cosa sia il cosiddetto jeitinho brasileiro, in altre parole l'esigenza di doversi accomodare ai capricci di qualche poliziotto corrotto, o di qualche funzionario statale, pronto a chiudere entrambi gli occhi e ad aprire entrambe le mani».

Ecco, ci dia anche lei la sua personale definizione dell'ormai celebre jeitinho brasileiro...

«Per vivere in Brasile bisogna napoletanizzarsi: è necessario ispirarsi ai nostri simpaticissimi connazionali per non morire d'inefficienza, e per scavalcare il muretto con un salto di furbizia. Quanto alle Autorità italiane in Terra Brasilis, meglio cambiare barzelletta; a Fortaleza, ad esempio, esiste un Vice Consolato in Havaianas, ossia aperto a giorni alterni e brasilianizzato in tutto e per tutto».

E' a conoscenza di episodi di corruzione, specificamente mirati a colpire gli investitori stranieri più sprovveduti? O più semplicemente, volti a favorire la concorrenza locale?

«La corruzione in Brasile è il primo comandamento. Se non ve ne fosse, non ci sarebbero tutti questi milioni di poveri, impossibile contarli, in un territorio vasto come l'Europa intera e ben ventisette volte l'Italia. Che cosa sono duecento milioni di abitanti in una terra così grande e così ricca? Nulla. Qui dovrebbero essere tutti ricchi, e invece è ancora Medioevo, con il ricco che annienta il povero. Episodi di corruzione, ne ho sentiti tanti; la maggior parte di essi si ricollega all'acquisizione dell'agognato visto permanente. Adesso, per fortuna, la tempistica per l'ottenimento della Carteira de identidade de estrangeiro - la carta d'identità per stranieri già possessori di visto - si è ridotta. Almeno in caso di permessi di soggiorno post matrimoniali. Comunque alcuni miei conoscenti si sono visti costretti al suddetto jeitinho, per ottenere la visita della Polícia federal a casa, e chiudere più rapidamente l'iter per il documento d'identità».

E invece cosa può dirci per quanto riguarda più specificamente il capitolo delle discriminazioni a danno degli stranieri?

«Discriminazioni a sfavore del gringo - ossia dello straniero come tale - ce ne sono sempre state, perché qui si tende a vedere chi arriva da lontano come ricco e rimbecillito. E' un luogo comune, con il quale si deve imparare a convivere, tirando fuori gli attributi».

Lei ha tentato un approdo imprenditoriale nella megalopoli di Fortaleza. Premesso che sono stati uccisi più italiani in Ceará, che nei noti scenari bellici mondiali, che idea si è fatto sulla criminalità locale?

«Tra un sogno vacanziero e l'altro, avevo pensato a investimenti finanziari e immobiliari, ma l'aumento esorbitante del capitale richiesto mi ha sempre fatto rimandare a tempi migliori il grande passo».