Americanos43

4 Marzo Mar 2015 1941 04 marzo 2015

Non solo Battisti. Dove va la cultura verdeoro

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Mentre il mondo italico dell'informazione si occupa del Brasile solo per la vicenda di Cesare Battisti, noi preferiamo qui chiederci dove stanno marciando gli universi culturali e musicali del Paese verde-oro.

Del resto il caso Battisti è ancora lontano da ogni conclusione: il 60enne militante di Cisterna di Latina farà ricorso contro la decisione del giudice federale che ne dispone l'espulsione, e avrà ottime chance di successo.

Poiché nei fatti sarà sostenuto dal Governo di Brasilia, che - attraverso l'Avvocatura dello Stato - si opporrà alla neutralizzazione dell'"Atto di concessione della residenza permanente". Oggi abbiamo quindi chiesto a Pietro Scaramuzzo - fondatore e direttore editoriale del portale "Na boca do povo"( http://www.nabocadopovo.it/ ) - di aggiornarci sulle novità culturali, e soprattutto musicali, del Paese sudamericano.

Ci parla della sua creatura editoriale "Na boca do povo"? Quali sono le difficoltà nel costruire passo dopo passo questa mistura di cultura e musica brasiliana?

«"Na boca do povo" nasce dal tentativo di raccontare agli italiani, senza alcun filtro narrativo, la musica e la cultura brasiliana. Per farlo, oltre ad articoli, approfondimenti e recensioni, abbiamo pensato di usare l’espediente della video-intervista. Grazie ad essa, l’artista può raccontare la propria carriera in prima persona. Questo ci permette di offrire al pubblico italiano un materiale sino allora inedito. Le difficoltà che incontriamo ogni giorno sono legate soprattutto al tempo, alle risorse umane e a quelle economiche. "Na boca do povo" assorbe completamente il mio tempo libero. Sono quasi esclusivamente io a scrivere gli articoli, montare i video, e sottotitolare le interviste. Di tanto in tanto posso contare sui bellissimi articoli di Cristina Gemmino. In definitiva, però, sono felicissimo del risultato, che è frutto di un grande amore per il Brasile, e di una profonda dedizione».

Chi sono i talenti emergenti della música popular brasileira (mpb), quelli che ancora il pubblico italiano non conosce? Glielo chiederanno in molti …

«L'ambiente musicale brasiliano è in grande fermento, e la sua qualità continua a essere molto alta. Le nuove proposte sono così tante che facciamo fatica a rimanere aggiornati. Personalmente, apprezzo molto la nuova generazione paulistana. Penso ad Anelis Assumpção, figlia di Itamar, alla band Trupe chá de Boldo, a Romulo Fróes, o, ancora, a Mallu Magalhães, Marcelo Jeneci, Emicida, Michelle Abu, Tiê. Senza contare gli artisti che, pur non essendo paulistani, vivono a São Paulo. Otto, Junio Barreto, Barbara Eugenia, Tulipa Ruiz. Se poi tralasciamo la scena paulistana, mi considero un grande fan di Banda do Mar, Luiz Carlinhos, Silva, Charme Chulo, Juçara Marçal, Russo Passapusso, e della giovanissima Banda Dônica, col suo rock progressivo. Insomma, ce n’è per tutti i gusti. Purtroppo in Italia crediamo che la musica brasiliana si riduca a pochi nomi. Caetano Veloso, Gilberto Gil e Chico Buarque sono sicuramente dei mostri sacri, ma in Brasile ci sono molti altri musicisti che meritano di essere ascoltati e apprezzati».

Si sente dire che la mpb non è più capace di esercitare quel ruolo di denuncia sociale, che la contrassegnava sino a qualche decennio fa. Oggi sarebbe il rap a esprimere la rabbia delle periferie, mentre la mpb si sarebbe trasformata in un trastullo da borghesi radical chic. E' d'accordo?

«Per rispondere a questa domanda, bisognerebbe mettersi d'accordo su cosa s'intende per mpb. Io non credo che la mpb sia solo la musica di Caetano Veloso, Gilberto Gil, Chico Buarque. La música popular brasileira è quella che ascolti per la strada, che nasce dal popolo e in funzione di esso. Che cosa rappresentano quindi il funk carioca, il rap, il sertanejo, o il forró? Secondo me, sono espressione autentica della mpb, allo stesso modo dei vari Caetano, Gil e Chico. Pertanto la risposta che mi sento di dare è la seguente: sì, la mpb continua ad avere un forte ruolo di denuncia sociale.Ovviamente non si canta più contro la dittatura, ma si continua a cantare contro la povertà, contro l’emarginazione sociale, contro il razzismo, contro la violenza dilagante. Dopotutto, molti dei problemi sociali ed economici del Brasile non sono stati ancora risolti».

Ci pare che la vostra testata sia piuttosto escludente verso generi musicali che hanno grande seguito, ma sono giudicati "minori" dalla critica. Perché considerati volgari, o politically incorrect, o troppo regionali. Penso a forró, axé, rap, reggae, funk carioca, swingueira. Vi collocate quindi nel solco della critica tradizionale?

«Direi che è una fortuna se esistono generi volgari, politically incorrect e troppo regionali. No, "Nabocadopovo" non fa alcuna differenza tra funk e mpb, la bossa nova e il forró, rap e reggae. Non esiste un genere migliore dell’altro, ma solo un genere più conosciuto dell’altro. E in questo caso la colpa è nell’ascoltatore, non certo nel genere musicale. Tendiamo ad ascoltare più bossa nova che rap - tanto per fare un esempio - perché quelli che trovano geniale la bossa nova, sono molto più numerosi degli appassionati di rap. Per carità, non ho nulla in contrario, anzi, ma in Brasile non c’è solo la bossa nova.Tornando al sito, le interviste a Gilberto Gil, Zeca Baleiro, Adriana Calcanhotto e Toquinho, approfondiscono effettivamente un genere di musica più noto; ma ciò dipende solo dal fatto che quei nomi si esibiscono abbastanza spesso in Italia, ed è dunque più facile intervistarli. Sono profondamente innamorato della musica caipira, mi affascina molto il funk carioca, il forró e l’axé mi mettono di buon umore, e ascolto il rap, soprattutto quello della periferia di São Paulo. Sono sicuro che appena ne avremo la possibilità, racconteremo anche questo lato della mpb. Abbiamo iniziato con Criolo, e spero di continuare con gli artisti emergenti di cui parlavo prima».

Quanta voglia c'è di Brasile, nell'Italia del 2015?

«In Italia sempre più persone sognano il Brasile. È un dato di fatto. Temo, però, che si tenda a sognare, seppur inconsciamente, lo stereotipo del Brasile. Credo di non esagerare se dico che il novanta per cento di chi dice di amare il Brasile, pensa in realtà a Ipanema o Copacabana, e non certo al Pantanal. È triste, perché il Brasile ha da offrire molto di più, di qualche spiaggia famosa. Ecco, mi piacerebbe che gli italiani amassero il Brasile per quello che è, e non per l’idea che se ne ha».