Americanos43

1 Aprile Apr 2015 2002 01 aprile 2015

America latina, siamo alla fine di un ciclo?

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Gli osservatori ne sono convinti: il Latino America sta vivendo la fine di un ciclo economico, e sta per affrontare uno stravolgimento politico di dimensioni apocalittiche. In questo quadro, il ricambio delle classi dirigenti - prevalentemente collocate a sinistra - sarebbe imposto dai conflitti sociali, sempre meno gestibili - e diremmo governabili - dalle Autorità.

Come noto, da circa un paio d'anni le notizie che giungono dalla Regione non sono per nulla positive: dopo il «decennio d'oro» - che gli analisti inquadrano tra la fine del 2002 e l'inizio del 2013 - il magico vento in poppa avrebbe smesso di soffiare. E accanto all'incertezza economica - i livelli di povertà sono stabili da mesi - cresce il malessere sociale, scoppiano in continuazione nuovi scandali di corruzione, i leader politici soffrono in genere sensibili cali di popolarità, e soprattutto si affaccia la minaccia dell'ingovernabilità.

Andiamo con ordine. L'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) ne è convinta: il rallentamento delle economie del Subcontinente «non è un fenomeno congiunturale ma destinato a stabilizzarsi», è cioè strutturale e rappresenta la «fine di un ciclo». Gli analisti del Fondo monetario internazionale (Fmi) rincarano la dose, riducendo le previsioni di crescita dell'anno in corso a un modesto 1,3 per cento della ricchezza prodotta. La mazzata è però giunta da un recente rapporto della Commissione economica per l'America latina e i Caraibi (Eclac), secondo cui l'indice di povertà della Regione si sarebbe cronicizzato a quota ventotto per cento; il che vuol dire un esercito di 167 milioni di poveri.

Mentre quello di miseria (o povertà estrema) - secondo la stessa fonte - sarebbe cresciuto sino al dodici per cento, coinvolgendo un totale di settantuno milioni d'indigenti. Uno sguardo alle singole situazioni nazionali ci conduce in primis in Venezuela, ove la forte polarizzazione e la crisi finanziaria daranno concrete chance all'opposizione moderata, in vista delle Elezioni legislative del prossimo settembre. Situazione analoga in Argentina, ove la presidente Cristina Fernández de Kirchner sta reagendo con durezza alla 'marcia del silenzio' di qualche settimana fa, in omaggio ad Alberto Nisman. A suo giudizio, la morte del procuratore - le cui circostanze non sono del tutto chiarite - fa parte di un'offensiva mirata a indebolire l'Esecutivo.

Ci si chiede quindi se alle Presidenziali dell'ottobre prossimo le opposizioni saranno in grado di presentarsi in modo credibile, porre fine all'era kirchnerista, sloggiare il peronismo al potere; che tuttora - pur con tutto il suo stile autoritario e populista - conserva comunque una forte base di appoggio. E se tralasciamo qui la situazione brasiliana - che su questo spazio è stata da poco analizzata - dobbiamo osservare che anche nella Regione andina si profilano delle difficoltà simili. Mentre in Ecuador si susseguono proteste antigovernative - che il presidente Rafael Correa imputa alla Central intelligence agency (Cia) - il leader boliviano Evo Morales ha perduto alcuni importanti bastioni elettorali, nel corso del recente voto amministrativo e comunale.

Uno scenario aggravato dal calo di popolarità di Ollanta Humala in Perù - il cui Esecutivo è stato sconvolto da un caso di spionaggio e costretto alle dimissioni - e dalle difficoltà della cilena Michelle Bachelet. Il cui figlio Sebastián Dávalos è al centro dello scandalo politico noto come Caso Caval.