Americanos43

15 Luglio Lug 2015 1655 15 luglio 2015

Brasile, fiaccato dai paradisi fiscali

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In un Brasile impastoiato nella stagnazione economica, e vessato da gravi episodi di corruzione, è tornata di attualità la questione dell'offshore, la piaga - direbbero alcuni - dei paradisi fiscali. L'ultima notizia in ordine di tempo ha riguardato la megacostruttrice Odebrecht, coinvolta nello scandalo Lava jato, che ha portato in carcere il suo presidente Marcelo Odebrecht.

Ebbene, si è saputo che anche il procuratore generale di Panama, Kenia Porcell, sta indagando sulla società: avrebbe usato imprese con sede nello stesso paradiso fiscale centramericano, per il pagamento di maxitangenti. Il Paese verde-oro, nel marzo scorso, era già stato duramente scosso dallo scandalo Swissleaks.

All'epoca fu costituita una Commissione parlamentare d'inchiesta, per valutare se i conti bancari - intestati a oltre ottomila brasiliani, nella filiale svizzera dell'Hong Kong & Shanghai banking corporation - fossero stati o no oggetto di dichiarazione fiscale. E sempre in quei giorni la Svizzera ha rimpatriato in Brasile 120 milioni di dollari: soldi già congelati, in conseguenza delle indagini di corruzione, relative al colosso statale degli idrocarburi, Petrobras. Qualche numero può tuttavia chiarire meglio la portata del fenomeno: nel 2012, il flusso illegale di denaro in uscita dal Paese ha raggiunto i 33,9 miliardi di dollari. E in quanto alle perdite accumulate nel decennio 2003 - 2012 (pari a 217 miliardi di dollari), il Paese sudamericano è sesto al mondo (preceduto, nell'ordine, da Cina, Russia, Messico, India e Malesia).

Giova ricordare la nuova definizione brasiliana dei paradisi fiscali, datata novembre scorso: sono definiti stati con regime fiscale favorevole, quelli in cui l'aliquota massima d'imposizione sui redditi non supera la quota del diciassette per cento. Prima la soglia era il venti. Sul tema, tempo fa, abbiamo raccolto l'opinione di Giovanni Caporaso, che giudichiamo ancora attuale. Il nostro connazionale è titolare dello studio legale Caporaso & partners di Panama, che si occupa di pianificazione fiscale. Intervistato più volte in programmi televisivi nazionali, è celebrato come “il guru italiano dell’offshore”.

La stupisce che i brasiliani siano al quarto posto nell’uso di società offshore per la pianificazione o evasione fiscale? E perché questa tendenza è tanto forte in Brasile?

«Non mi stupisce per niente, anzi. I brasiliani hanno reagito allo stato sociale, che pretende di pagare gli sprechi dell'apparato statale e le sovvenzioni ai poveri, con le tasse di chi produce. Mentre anticamente era usata la figura del laranja, ossia il prestanome, oggi anche l'imprenditore più conservatore ha capito l’importanza di mettere in salvo i propri beni in paesi più tolleranti, e creare strutture legali all'estero che gli permettano di operare a bassa tassazione. Purtroppo lo stato sociale mantiene una popolazione sempre più in crescita e impoverita. Il crollo del risparmio, la crescita ridotta e la disoccupazione in aumento, sono indici ormai in crescita a livello mondiale».

Non giudica quindi positivamente le politiche socio-assistenziali della sinistra che governa il Planalto, in primis il celeberrimo programma Bolsa família...

«E’ ora di finirla di elargire “salari famiglia” a gente che non lavora, e si dedica solo a riprodursi per aumentare le proprie entrate sociali. Gli stati sono quasi tutti falliti o in via di fallimento, e spremere i pochi che producono, con tasse assurde, porterà a una recessione irreversibile. E’ ora di parlare di pianificazione familiare e della spesa pubblica, altrimenti la fuga verso i paradisi fiscali sarà irreversibile e incontenibile».

Le lotte all’evasione e all’elusione fiscale, in Brasile, sono condotte seriamente?

«In modo accanito, ma la fuga di capitali dal Brasile è inarrestabile. Senza una politica familiare e di contenimento della spesa pubblica, la gente continuerà a ribellarsi. E a ogni mossa contro i paradisi fiscali, ce ne sarà una come risposta: bloccare i paradisi fiscali è impensabile, giacché da lì transita il sessanta per cento dei capitali mondiali. Il fenomeno è stato analizzato anche dal settimanale "Exame", in modo esteso».

Ha clienti brasiliani? E se sì, che caratteristiche economiche hanno?

«Sì abbastanza, fino a qualche tempo fa erano persone che volevano mettere in salvo le proprie proprietà. Recentemente ho visto però un aumento di giovani che vogliono trasferire la propria attività per sfuggire alla morsa del fisco».

A suo giudizio, il Brasile contrasta con determinazione il fenomeno dei paradisi fiscali?

«No, ma nessun paese al mondo ci è riuscito, neanche gli Stati uniti. È necessario che i governanti di tutto il mondo inizino a rubare meno e a pianificare le spese e le politiche. Se non faranno questo urgentemente, arriveremo presto a una guerra civile, a livello mondiale. Questo accadrà quando gli stati falliranno, e non saranno in grado di mantenere i poveri che sono sempre più in aumento. Insomma, il risultato sarà catastrofico, per l'economia mondiale. E in alcuni paesi stiamo già vedendo le prime avvisaglie».