Americanos43

19 Luglio Lug 2015 1924 19 luglio 2015

Buen retiro nel Panama del boom? Parla l'esperto

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Il boom economico di Panama è sorprendente. Secondo il Fondo monetario internazionale (Fmi), nel 2015 l'economia centramericana dovrebbe crescere del 6,1 per cento, molto di più rispetto ai Paesi della regione. Per il prossimo anno si pronostica un + 6,4 del prodotto interno lordo (PIL), mentre da una recente indagine risulta che il salario minimo è il più alto dell'area.

E com'è ovvio, i vari indicatori che misurano l'economia reale confermano quest'aumento della ricchezza; solo per fare un esempio, nei primi cinque mesi dell'anno in corso, il mercato dell'auto ha fatto registrare una crescita del 7,5 per cento, rispetto allo stesso periodo del 2014. Il balzo economico del Paese può esser frutto del suo regime fiscale agevolato, ossia del suo essere - de facto o di diritto - un paradiso fiscale?

Le Autorità locali assicurano di no, riaffermando che giudicano ingiusta l'inclusione del Paese nella cosiddetta grey list, da parte dell'Unione europea. Il suddetto elenco comprende quelle Nazioni, la cui giurisdizione non rispetta pienamente le misure raccomandate contro il riciclaggio di denaro sporco, l'evasione fiscale e i finanziamenti al terrorismo. Insomma dalla Farnesina panamense, solo qualche settimana fa, si è fatto sapere che il Governo «chiede l’esclusione del nostro Paese dalla lista di quelli che non collaborano». Specie in conseguenza della nuova legge - approvata ad aprile scorso - che, di fatto, limita molto l’anonimato dalle azioni al portatore delle società 'offshore', e facilita così l'individuazione del vero beneficiario.

Insomma, viene da chiederci: per i nostri connazionali, Panama può essere ancora considerato un Paese del buen retiro, magari per svolgervi una tranquilla attività imprenditoriale redditizia? Del resto, se da un lato è molto semplice, per un italiano, ottenervi la residenza, dal lato opposto, l'aumento del costo della vita non consente più i voli pindarici di qualche anno fa. Per mettere il punto finale sulla questione Panama, abbiamo preferito informarci da chi lì, ci vive e ci lavora. Abbiamo così chiesto l'opinione di Giovanni Caporaso: il nostro connazionale è titolare dello studio legale Caporaso & partners di Panama, che si occupa di pianificazione fiscale.

Intervistato più volte in programmi televisivi nazionali, è celebrato come «il guru italiano dell’offshore». La sua fama è cresciuta a dismisura dopo lo scontro con Attilio Befera (allora direttore dell'Agenzia delle entrate), sotto gli occhi perplessi di Bruno Vespa: cliccare - per credere - nella puntata di 'Porta a porta' su Rai 1, del 21 novembre 2012.

Ci può parlare del boom che sta di recente vivendo Panama, soprattutto come centro finanziario internazionale?

«Panama ha fatto passi da gigante, anche grazie a politiche amichevoli mirate ad attrarre investitori stranieri. Nel corso del 2015 sono previsti investimenti per quindici miliardi e 200 milioni di euro, e senza dubbio l’economia è in fermento. Al contrario i Paesi europei, e molti dell’America latina, sono in recessione».

Il Paese centramericano, a suo giudizio, può ancora essere definito un «paradiso fiscale»? Crede che l'impegno della Comunità internazionale sarà in grado di costringere le Autorità locali a collaborare, anche sotto il profilo bancario?

«Nonostante Panama sia ancora nella lista nera dell’Unione europea - che la considera un paradiso fiscale - sono stati firmati molti trattati “sullo scambio di informazioni in materia fiscale” con paesi europei. Tra cui l’Italia, che però non ha ancora proceduto alla ratifica. Panama, come molti paesi ricchi, ha un sistema impositivo basato sulla territorialità. Questo è un fattore che dà fastidio ad altri paesi, che non sono stati capaci di attrarre investimenti, e che anzi hanno spinto i propri cittadini a un esodo economico. Un esodo che - per la prima volta dal dopoguerra - ha interessato anche gli imprenditori».

Panama può offrire qualche opportunità ai nostri connazionali che puntino su un investimento produttivo, anche di valore contenuto? I settori del turismo o della ristorazione possono ancora consentire qualche chance?

«Panama offre opportunità in quasi tutti i settori: basta avere l’intelligenza di sapersi ritagliare la propria nicchia di mercato. Molti italiani, nell'ordine di migliaia, si sono trasferiti a Panama; e ora possono raccontare “storie di successo”, grazie ad investimenti nei settori della ristorazione, del turismo, in quello immobiliare, dei trasporti, eccetera».

E' noto che non è per nulla gravoso, per un cittadino italiano, ottenere la residenza nello Stato latinoamericano. Il suo studio si occupa anche di questo tipo di pratiche? Ed eventualmente a quali costi?

«La residenza a Panama costa meno di 1.500 euro, inoltre, per gli italiani è definitiva: ossia non va rinnovata ogni anno, come succede per gli stranieri in Italia e per gli italiani in tanti altri paesi. Con la residenza - o permesso di soggiorno definitivo - si ha diritto a richiedere il permesso di lavoro e lavorare; quindi tra i nuovi immigrati troviamo anche chi viene a lavorare come cameriere, o come operaio edile. Se ci si appoggia a studi specializzati - come Caporaso & partners law office - è facile trovare anche l'opportunità per piccoli investimenti redditizi. Se poi si ha un buon capitale, è possibile fare impresa. Cosa che in Italia, oggi, non è più possibile».

Si dice che negli ultimi tempi, a Panama, siano cresciuti esponenzialmente il costo della vita, e soprattutto il prezzo degli immobili residenziali. E' d'accordo, oppure crede che siano ancora possibili soluzioni a buon mercato?

«Questo è lo scotto che abbiamo pagato per il progresso, tuttavia si riescono ancora a scovare buoni affari, specie nel settore immobiliare rivolto alla fascia popolare. Basta sapere che un posto letto per un lavoratore va dai 150 ai 250 euro... il problema è che spesso gli stranieri sono abbagliati dalle luci in stile Las Vegas, e non vedono come girano i soldi. Circa gli appartamenti di lusso, non ci sono quasi mai affari da tentare, ma l’unico che ci guadagna è il costruttore. Bisogna però ripetere che anche questi investimenti offrono un buon ritorno, compreso tra il cinque e l'otto per cento: una percentuale di profitto, che in Europa non è pensabile».