Americanos43

27 Agosto Ago 2015 2020 27 agosto 2015

Venezuela - Colombia, i perché della crisi

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Se è vero che l'opinione pubblica europea è preoccupata per gli sbarchi di migranti provenienti da Africa e Medio Oriente, va rimarcato che il dramma degli sfollati non riguarda solo il Vecchio continente. Proprio in questi giorni, infatti, si assiste all'esodo di migliaia di colombiani dalla Colombia al Venezuela, in seguito alla decisione di Caracas di chiudere la frontiera tra San Antonio Táchira e Cúcuta, dichiarare lo stato di emergenza e militarizzazione nella Regione, e soprattutto di disporre l'espulsione dei cittadini colombiani presenti illegalmente nel Paese.

I numeri dell'esodo

La decisione ha provocato oltre mille ordini di espulsione - 1.088, secondo il dato di martedì - cui si aggiungono le circa seimila partenze "volontarie", in direzione Colombia. Si tratta di cittadini colombiani, stanziati (si presume illegalmente) nelle aree venezuelane prossime alla frontiera. I quali - per paura o le pressioni delle Autorità bolivariane - hanno deciso il ritorno in patria. Proprio nelle scorse ore c'è stato l'incontro tra la ministro degli Esteri, María Ángela Holguín, e l'omologa venezuelana, Delcy Rodríguez: pur se il clima è sembrato disteso, non sono apparse soluzioni alla crisi, né sono stati definiti termini per la riapertura del confine.

La versione di Maduro

Dopo un oscuro attentato contro i militari di Caracas, il leader Nicolás Maduro ha dichiarato di aver disposto queste misure per contrastare gli sconfinamenti nell'area dei paramilitari colombiani, che sarebbero responsabili di svariati fatti di criminalità: dalla corruzione allo sfruttamento della prostituzione, dal contrabbando - specie di benzina, che in Venezuela si vende a prezzi simbolici - al commercio illegale di prodotti di prima necessità.

Come conseguenza, va specificato, dei prezzi calmierati che le Autorità impongono ad alcuni beni essenziali. L'opposizione venezuelana però è critica nei confronti di questo blocco alla frontiera: la misura sarebbe utile solo come prova generale per una futura sospensione delle Legislative del prossimo 6 dicembre; appuntamento in cui la sinistra, data la crisi, potrebbe andare incontro a una sonora batosta.

O comunque si punterebbe, mantenendo lo stato di emergenza in aree ove prevale l'opposizione, a limitare i danni. Più in generale il castrochavismo - secondo il centrodestra - cercherebbe in tal mondo - facendo leva su nazionalismo e xenofobia - di sviare l'attenzione dalle difficoltà interne. Le organizzazioni a difesa dei diritti umani puntano il dito non solo sui metodi spicci dei militari bolivariani, che starebbero dividendo delle famiglie e demolendo le loro case; ma anche sulla violazione del diritto internazionale: le deportazioni riguardano colombiani in fuga dalla guerra civile degli anni Novanta, che dovrebbero beneficiare dello status di rifugiati.

La versione colombiana

Sulla sponda colombiana le reazioni spaziano dalla moderazione e i toni diplomatici del presidente Juan Manuel Santos, agli slogan dell'ex capo dello stato, Álvaro Uribe, che richiama la persecuzione hitleriana antiebraica; mentre nel mezzo osserviamo i quotidiani nazionali che elencano le analogie con i proclami di Donald Trump. Secondo altri osservatori però l'origine della crisi andrebbe ricercata altrove; nel tentativo di Caracas di mettere ordine nel conflitto - ormai degenerato - tra due cartelli della droga: l'uno sotto il controllo dell'Esercito bolivariano - il Cartel de los soles - e l'altro gestito dalla Guardia nacional venezuelana.