Americanos43

10 Gennaio Gen 2016 2034 10 gennaio 2016

Immobili a Natal, come investire in Brasile - 1

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Investire, vivere e lavorare in Brasile? Magari proprio ora, anche se il Paese sudamericano vive una fase di recessione economica e turbolenza politica? Sì, si può fare. Un gruppo d'imprenditori italiani ha costituito una cordata - un consorzio, direbbe qualcuno - per costruire case popolari nella metropoli di Natal. Che non è solo la capitale dello Stato del Rio grande do norte (nel Nordeste), ma soprattutto una meta turistica - amata soprattutto dagli italiani - nota per la vicinanza con l'Europa.

E gli scettici guardino il mappamondo. E' l'imprenditrice empolese Dorella Sassetti, a spiegarci nei dettagli l'iniziativa. La portavoce e ambasciatrice del progetto - una 55enne piena di energia, che si definisce imprenditore di frontiera - ci spiega come il business sia aperto a tutti: per ampliare gli affari - e ottenere le migliori condizioni, specie nell'acquisto dei terreni - sono, infatti, necessari nuovi partner.

L'intraprendente signora - master in Business coaching - aggiunge che il ritorno economico degli investimenti raggiunge percentuali mai viste alle nostre latitudini. E non perché il Brasile sia il 'campo dei miracoli'. Sassetti chiarisce che grazie al programma Minha casa minha vida - che finanzia gli acquirenti dei ceti svantaggiati - si tratta di un business senza concorrenza, e dalla domanda di fatto infinita. Segue la prima parte dell'intervista a Sassetti, che gli interessati possono raggiungere al seguente indirizzo: dorella@atlantic.net .

Ci descrive il suo business, legato al programma, Minha casa minha vida? Si tratta di costruire e vendere case popolari, con le Istituzioni che finanziano l'acquisto da parte dei ceti meno abbienti?

«Sì, esattamente. Questo programma governativo é stato lanciato in Brasile, nel 2009, dall'allora presidente Luiz Inácio Lula da Silva; si puntava a regalare a tanti cittadini meno abbienti il sogno - prima negato - di possedere una casa propria. I beneficiari si dividono in tre fasce di reddito. Noi ci occupiamo delle cosiddette Faixa 2 e 3: i futuri proprietari delle case percepiscono cioè un reddito che va dai 1.600 ai cinquemila real. Gli interessati all'acquisto scelgono gli immobili, quindi accedono ai finanziamenti concessi dalla Caixa econômica federal o dal Banco do Brasil. La nostra organizzazione entra in contatto con l'acquirente e gli fornisce - attraverso i corrispondenti bancari di quegli istituti - tutta l'assistenza per ottenere il finanziamento. Il pagamento dell'abitazione avviene direttamente, e per intero, nelle casse della sociedade limitada costruttrice».

M'immagino anche che, per far decollare il progetto, non sia necessario battere chissà quale concorrenza …

«Sì, per avere successo imprenditoriale in quest'affare, non serve più competere: la domanda del prodotto immobiliare - innescata da ataviche necessità abitative - è, infatti, pressoché infinita. Tutto ciò rende la crescita del progetto, non solo proficua, ma anche rapida. E i margini di crescita del mercato sono enormi, considerata una crescente richiesta, lungi dall'essere colmata».

Come ha deciso di affrontare l'avventura? Amava il Brasile, o è stata una scelta orientata dal fiuto per gli affari?

«Sono figlia di un imprenditore, che mi ha trasmesso creatività, etica e le capacità di fiutare business inesplorati. Credo di aver vissuto un'esistenza non comune: con mio marito - con cui ho condiviso 30 anni di vita familiare e professionale, bellissimi - ho messo in pratica tutti quei valori che condividevamo. Dopo anni estenuanti, ci siamo sentiti stanchi di gestire la nostra azienda: operavamo nel settore fashion, sfidando tutte le avversità che in Italia fiaccano chi fa impresa. Così nel 1992 - determinati a migliorare la nostra qualità di vita - abbiamo deciso di cedere. Abbiamo venduto a un'azienda leader francese, trasformandoci nei loro designer consultant. Un'esperienza lunga cinque anni, la quale ci ha fornito una visione più internazionale. Dopodiché, durante una fiera in Germania, siamo stati avvicinati da un'azienda statunitense, leader del settore; così dopo un'offerta irrinunciabile, ci siamo trasferiti negli Stati uniti, e precisamente in Florida. Il nuovo incarico ci ha fatto lavorare e viaggiare in vari Paesi: Cina, Messico, India, e Canada. La favola però si è interrotta, con la morte di mio marito in un incidente stradale. Ho quindi rimesso tutto in discussione e ho frequentato un master che mi ha dato la qualifica di business coach».

Ha conosciuto quindi la realtà imprenditoriale italiana, anche da questa nuova prospettiva. Ci spiega in cosa consisteva la sua attività?

«Rientrata in Italia, mi sono occupata delle piccole e medie imprese, aiutandole a tirare fuori il massimo del potenziale. Questo tipo di attività mi ricorda le crocerossine in prima linea: le aziende sono in affanno per la crisi, ma non capiscono che, se si vuol crescere, la formazione deve essere effettivamente applicata. Stanca di combattere una guerra, spesso già persa in partenza, ha iniziato con altri cinque imprenditori a fare brain storming. Eravamo alla ricerca di quelle opportunità che ci ridessero l'adrenalina: quella carica che noi - imprenditori di frontiera - sentiamo sempre, quando fiutiamo il business che può dare risultati eccellenti. Abbiamo cercato, valutato e studiato vari progetti; e in un primo tempo mi ero orientata sul settore immobiliare degli Stati uniti, dove ho la residenza permanente».

E quindi il Brasile com'è entrato nella sua vita?

«Proprio durante quel soggiorno, un imprenditore con attività in Florida mi ha parlato del recente viaggio a Natal. Mi ha descritto l'incontro col responsabile di un gruppo di società brasiliane, operanti nel programma Minha casa minha vida. Tutte società, si badi bene, di proprietà italiana. Il collega era molto entusiasta di quello che aveva visto, dicendosi pronto a disinvestire in Florida. Dove certo non poteva lamentarsi, visto che aveva avuto un return on investment del dieci per cento. Tuttavia in Brasile - mi raccontava - il ritorno sugli investimenti era molto superiore, e aumentava esponenzialmente secondo l'ammontare investito. Mi ha parlato di tassi di rendimento che variavano dal 25, sino a oltre il 40 per cento. Ho dunque riportato questi dati alla seduta del brain storming e, sorpresa, due dei partecipanti avevano già fatto ricerche su quel fronte. Tuttavia poi avevano desistito, non trovando gli interlocutori adatti. Abbiamo così fatto svariate ricerche per approfondire, sino a entrare in contatto col responsabile del gruppo di società: il torinese Massimo, grandi capacità imprenditoriali, si occupa di tutta la logistica del business. Abbiamo avuto da lui grande sostegno. E devo dire che, innanzi a ogni problema tecnico o amministrativo, ha sempre trovato la soluzione più giusta … direi più etica. Dopo circa un mese di scambio d'informazioni, avevamo tutto chiaro. E però ci sembrava troppo perfetto: se da un lato la cosa era attraente, dall'altro questa stessa perfezione ci preoccupava».