Americanos43

7 Febbraio Feb 2016 1930 07 febbraio 2016

Brasile in crisi, Di Santo fa il punto - 1

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Per fare il punto sulla crisi istituzionale ed economica del Brasile - in recessione e turbato dalla procedura d'impeachment contro la presidente, Dilma Rousseff - abbiamo chiesto lumi a Donato Di Santo, sottosegretario agli Affari esteri con delega per l'America Latina, nel secondo Governo Prodi.

Coordinatore delle Conferenze Italia - America latina e Caraibi, membro del Consiglio di presidenza che guida il Centro studi di politica internazionale (Cespi) - uno dei think tank italiani più autorevoli - e responsabile per l’America latina dei Democratici di sinistra dal 1989 al 2004, Di Santo può essere definito il trait d'union tra la sinistra italiana e quelle forze politiche del Subcontinente, che hanno costruito il cosiddetto ciclo progressista latinoamericano.

Per il quale, in questi mesi, c'è già chi canta il de profundis. Invitando alla lettura della prima parte dell'intervista - fiume, segnaliamo la comprensibile amarezza con cui il nostro esperto - che da decenni mantiene un amichevole rapporto con l'ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva - ha risposto alle nostre domande, dedicate proprio agli affanni e alle difficoltà del lulismo.

Pensa che Rousseff riuscirà a evitare la procedura d'impeachment? Ne ritiene fondati i motivi? Non crede che l'eventuale destituzione possa infrangere quel dogma della stabilità, tanto importante per il progresso delle Nazioni latinoamericane?

«La richiesta di una procedura di giudizio politico contro la presidente Rousseff - brandita dal presidente della Camera Eduardo Cunha, più volte indagato - è entrata temporaneamente in un cono d’ombra, anche grazie alla pausa estiva (australe) delle attività parlamentari. E tuttavia Cunha ha già iniziato a ridare battaglia con la riapertura del Congresso. La decisione del Tribunale supremo federale, dichiarando nulla - per vizi di forma - la nomina della Commissione parlamentare che avrebbe dovuto prendere in esame la richiesta d'impeachment, e riconoscendo la legittimità della richiesta presentata dal Partido da social democracia brasileira relativa al caso delle pedaladas fiscais, fa sì che alla ripresa dei lavori parlamentari dovrà essere rinominata la Commissione, con votazione palese. Stessa procedura sarà necessaria anche in Senato. Questo è il punto. Il presidente del Senato è Renan Calheiros - anch’egli come Cunha del Partido do movimento democrático brasileiro, ma di una corrente più leale all’Esecutivo - che ha pubblicamente dichiarato la sua contrarietà al giudizio politico contro Rousseff».

Se dovesse quindi fare un pronostico, ci par di intuire, scommetterebbe sulla possibilità che il capo dello stato riesca - nonostante tutto - a terminare il proprio secondo mandato …

«Dato che l’ultima parola spetterà proprio al Senato, è plausibile supporre che della richiesta d'impeachment non se ne farà nulla, come pronosticato anche dall’ex ministro e battitore libero Ciro Gomes; il quale ha anche auspicato una storica apertura di dialogo tra Lula e Fernando Henrique Cardoso, i due padri della patria. La decisione del Supremo tribunale ha quindi mutato rapidamente lo scenario politico brasiliano, concedendo alla presidente un più ampio spazio di manovra politica, dopo mesi in cui era stata costretta all’angolo. Inoltre, il rinvio a data da definirsi, gioca sicuramente a favore del Governo, e favorisce una spaccatura interna ai diversi (e a volte opposti) fronti, estemporaneamente alleatisi nella richiesta d'impeachment: come nel caso del controverso rapporto tra Pmdb e socialdemocratici. Proprio nelle ultime settimane sono scattati i primi arresti del cosiddetto mensalão tucano (l’altro mensalão, quello tenuto finora in sordina da giudici e giornali), che vede coinvolti proprio esponenti Psdb. Inoltre, per lo stesso Psdb, è sempre più pesante e ingombrante la relazione con settori del Pmdb come quello guidato da Cunha: un personaggio oggetto d'indagini, e accusato di aver occultato in Svizzera fondi provenienti da tangenti riguardanti il caso Petrobras».

Le frequenti proteste antigovernative - sintomo di una grave polarizzazione sociale - possono preludere a una guerra civile strisciante, su modello venezuelano?

«Assolutamente no. Innanzitutto le manifestazioni degli ultimi mesi - a differenza delle precedenti, contro i Mondiali di calcio - non sono state solo antigovernative; ve ne sono state molte anche filogovernative (seppur con minor audience mediatica, perché meno di moda). Complessivamente i due tipi di manifestazioni hanno portato in piazza un numero esiguo di manifestanti, tra le cento e le duecentomila persone: una cifra che per un Paese della dimensione del Brasile appare poco rilevante, salvo per i mezzi di comunicazione di massa che hanno assunto la linea politica di farsene cassa di risonanza».

Ci pare comunque che lei conservi un giudizio positivo e ottimista, circa la tenuta democratica, e la solidità istituzionale del Paese verde-oro …

«Comunque sia, il fatto che si tengano liberamente proteste di massa, anche nelle loro espressioni più esacerbate, è un segno di maturità e agibilità democratica, pressoché impensabili negli altri quattro Brics: alla lunga questo premierà la democrazia brasiliana. Quello che balza agli occhi è un'impressionante strumentalizzazione mediatica, che da mesi ha scatenato una campagna selvaggia e senza esclusione di colpi, contro Lula e il Partido dos trabalhadores: con una battuta amara qualcuno ha detto 'si è ufficialmente aperta la stagione di caccia a Lula'. Questo partito - che nel giro di pochi anni e con scarsa preparazione e propensione alla gestione amministrativa, si è trovato a gestire gigantesche quote di potere, sulla scorta del travolgente successo personale di Lula - ha fatto molto per meritarselo: non è riuscito a garantire un controllo interno che riuscisse a individuare e isolare gli approfittatori e gli speculatori, che l'hanno usato solo come veicolo di corruzione e arricchimento. L’anomalia - data dall’uso distorto del potere mediatico - sta nel fatto che all’opinione pubblica sia stato dato in pasto il Pt, quasi fosse l’unico colpevole. Al contrario, io ritengo che nel Pmdb e tra i socialdemocratici si annidino patologie ben più gravi. Il malcontento generalizzato - in modo particolare quello della classe media (la meno beneficiata dalle politiche sociali dei Governi Lula e Rousseff) - è acuito dalla pesante situazione economica, che vede il Brasile in recessione, a circa -3,5% nel 2015, mentre si prevede per il 2016 un -2,8%».

A cosa imputa il dirompente calo di popolarità sofferto dal Governo, dal capo dello stato, dal Partido dos trabalhadores, e dall'ex presidente, Luiz Inácio Lula da Silva? Si tratta degli effetti degli scandali, di manovre guidate dalle élite, o magari c'è dell'altro?

«In effetti, vi sono diversi fattori, alcuni dei quali li ho già trattati nella precedente risposta. Gli ultimi sondaggi Datafolha attestano una leggera ripresa della popolarità del Governo, seppur molto limitata a conferma delle difficoltà in cui si dibatte maggioranza. A mio parere la presidente Rousseff da un lato sconta il peso dell'eredità del lulismo, con il suo portato positivo come i successi mirabili nella lotta alla povertà, e con quello negativo come fenomeni di commistione tra potere politico e interessi economici. Dall’altro è cosciente che questa eredità rappresenta il costo politico di un’epoca controversa ma strategica nello sviluppo del Paese, sia sul versante del consolidamento democratico che su quello della crescita economica».