Americanos43

10 Febbraio Feb 2016 2008 10 febbraio 2016

Brasile in crisi, Di Santo fa il punto - 2

  • ...

Prosegue la nostra intervista con Donato Di Santo, coordinatore delle Conferenze Italia - America latina e Caraibi, ex sottosegretario agli Affari esteri con delega per l'America Latina, nel secondo Governo Prodi, e responsabile per l’America latina dei Democratici di sinistra (Ds) dal 1989 al 2006.

Abbiamo trattato della crisi che investe il Brasile sul fronte economico-finanziario, facendo particolare attenzione al ruolo dei media in tutta questa vicenda.

Prima d'invitare alla lettura della seconda parte dell'intervista, segnaliamo "Rivoluzione addio. Il futuro della nuova sinistra latinoamericana": il saggio dal grande valore documentale - e ancora reperibile - che il nostro intervistato e Giancarlo Summa hanno pubblicato per Edizioni ediesse nel 1994.

Qual è, a suo giudizio, il ruolo dell'apparato mediatico verde-oro - tradizionalmente controllato dalle élite - nella crisi istituzionale, e ancor di più nella perdita di consenso, da parte di Dilma Rousseff e del mondo progressista tout court?

«La presidente Rousseff ha sofferto molto il bombardamento mediatico, realizzato attorno all'eredità del lulismo: una vera e propria spettacolarizzazione dei processi (prima il mensalão poi il Lava jato), che hanno peraltro rivelato al Paese il volto occulto dei costi della democrazia brasiliana. Rousseff paga anche lo scotto della mancata riforma costituzionale (per la quale nel 2013 scese in piazza oltre un milione di persone), la quale - superando la Costituzione post-dittatura - avrebbe potuto ridurre il numero di parlamentari, superare il sistema bi-nominale, e modificare il metodo di finanziamento dei partiti presenti in Parlamento. Tutto ciò avrebbe agevolato la governabilità dell’Esecutivo, senza costringerlo all’uso reiterato delle medida provisoria, al continuo negoziato per garantire l’approvazione delle leggi, e al ricorso - in alcuni casi - al finanziamento illecito. La vicenda del mensalão mostra proprio questo limite. L’altro aspetto è la forte pressione mediatica e giudiziaria, che ha caratterizzato queste vicende. Una pressione che ha tratteggiato l’esistenza di una ben definita azione di aggressione all’Esecutivo, da parte di potenti settori. I quali, dopo il voto del 2014, si rifiutano di accettare la realtà che Rousseff sia ancora alla guida del Paese. Il meccanismo della delação premiada (stile tangentopoli) è assurto a strumento principe delle indagini, e ha offuscato in molti casi la necessaria obiettività di un quadro processuale, spesso piegato alle volubili scelte dei singoli imputati. I quali, pur di poter contrattare riduzioni di pena, sostengono versioni forse addomesticate e, comunque, non sempre ancorate alla realtà dei fatti».

La situazione economica sembra una tempesta perfetta, tra recessione e svalutazione, crescita del debito pubblico, ed esplosione della spesa. Come se ne verrà fuori?

«Ecco, questo è il vero nodo. La crisi economica di un gigante come il Brasile, ha conseguenze importanti, e dimostra quanta strada il Paese deve ancora percorrere nella trasformazione del proprio sistema produttivo, ancora a troppo legato all’esportazione di materie prime. Gli aumenti dell’inflazione (quasi +9% nel 2015), la svalutazione del real, e l'aumento del deficit primario registrato negli ultimi anni, hanno giustamente fatto scattare molti campanelli di allarme».

Come giudica la sostituzione del ministro dell'Economia? La vulgata racconta che il silurato Joaquim Levy non accettava certe politiche espansive, che invece il Governo saprà imporre al subentrante Nelson Barbosa …

«Non a caso la presidente Rousseff, all’indomani della vittoria delle Elezioni 2014, ha impresso un'importante inversione di tendenza nella gestione economica, con la nomina dell’economista ortodosso Joaquim Levy. I dati del 2015 mostrano che i rilevanti tagli annunciati da Levy non hanno ancora avuto effetto, confermando l’ipotesi dell’inefficacia di una politica eminentemente ortodossa, in una situazione come quella brasiliana. Il recente cambio della guardia - con Nelson Barbosa, alla guida dell’Economia - tenta di correggere quest'aspetto. Barbosa - tecnico di fama internazionale, vicino al Partido dos trabalhadores - è stato uomo chiave del successo economico negli anni di Luiz Inácio Lula da Silva, e, fino ad oggi, ha ricoperto l'incarico di ministro della Pianificazione. Secondo molti potrebbe rappresentare una nuova chance per il Governo, soprattutto alla vigilia di elezioni amministrative che interesseranno tutto il territorio nazionale. Il passaggio di consegne, che ha lasciato ancora vacante la poltrona della Pianificazione, segna un passo politico importante per il secondo - e ultimo - biennio di gestione Rousseff, dopo l'ortodossia di Levy, (che aveva fissato l'obiettivo di avanzo primario all'1%, nel 2016). Rappresenta cioè un cambio di passo orientato con maggiore forza e sensibilità a favore delle politiche per la crescita, destinate ai milioni di famiglie che costituiscono lo zoccolo duro del consenso del Pt e dei Governi Rousseff-Lula. L'operazione è stata molto contrastata, anche se è avvenuta in concomitanza al downgrading di un'agenzia di rating, Fitch, che ha abbassato il grado di qualifica del debito, a speculativo. Una delle prime decisioni adottate dal Governo - all'indomani dell'uscita di Levy - è stata l'aumento del salario minimo, che è stato innalzato a oltre l'11% per il 2016, arrivando a 228 dollari».

Il Paese, a causa delle recenti difficoltà politiche ed economiche, può perdere quella leadership regionale, che gli analisti proclamavano sino a pochi anni fa?

«Non credo che la crisi economica - così come quella politica - intacchi il peso regionale del Brasile. Un momento di così alta tensione rappresenta, infatti, un’opportunità storica per mostrare, alla Regione e al mondo, la tenuta del meccanismo politico democratico e del sistema economico. Il quale, anche se in crisi, vanta ancora oltre 368 miliardi di dollari in riserve internazionali. Credo che una tale impasse sia l’occasione giusta per stimolare i processi politici ed economici, necessari a un potenziamento della sua leadership nell’Area: come confermato per altro dal supporto che Rousseff ha ricevuto in più occasioni dai leader regionali, incluso il neoeletto presidente dell’Argentina, Mauricio Macri».

E tuttavia secondo la maggioranza dei geopolitologi, e lo stesso l'orientamento dominante nei media - che paiono i burattinai di tutte queste vicende - la Nazione sudamericana starebbe perdendo centralità, nello scenario strategico …

«Rousseff, pur mantenendo un certo profilo regionale più basso e discreto rispetto a Lula, ha perseguito con determinazione alcuni progetti, come il potenziamento dell’União de nações sul-americanas. Ha confermato l’impegno su alcuni dossier cruciali, come il negoziato di pace in Colombia, il disgelo Stati uniti-Cuba, e la cosiddetta ricucitura emisferica. Ha, infatti, riaperto il dialogo con Washington - specie dopo la crisi generata dallo scandalo dello spionaggio, compiuto dagli Usa ai danni del Governo brasiliano - e approfondito quello con il Messico, dove Rousseff si è recentemente recata».