Americanos43

28 Febbraio Feb 2016 2004 28 febbraio 2016

Tutti i perché del No a Evo Morales. E ora?

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In Bolivia, il presidente Evo Morales - al potere dal 2006 - è stato sconfitto nel referendum che gli avrebbe consentito di candidarsi per il quarto mandato consecutivo. Il Sì si è fermato al 48,7 per cento dei voti validi, mentre il No ha vinto con un risicato, ma decisivo, 51,3. Si tratta della prima sconfitta del leader cocalero dal lontano dicembre 2005.

Un'era di grandi cambiamenti e progressi economici per il Paese; caratterizzata però anche da un malcontento latente (presso alcune fasce sociali e specie in alcuni dipartimenti), che si è acuito negli ultimi dodici mesi. Il capo dello stato - che a suo tempo aveva proclamato di rispettare comunque l'esito della consultazione - sarà così costretto a cercare il proprio successore, in vista della legislatura 2020 - 2025.

Dopo aver riconosciuto la sconfitta (ma «la lucha sigue»), non ha risparmiato un attacco alla «guerra sporca sulle reti sociali», che in pratica ha paragonato a una montagna di bugie e spazzatura. Andiamo però alle cause della sconfitta, sia di Morales (figlio di quell'ondata progressista che da anni caratterizza la politica del Subcontinente), sia dell'intera leadership della sinistra boliviana. Che non caratterizzandosi solo su base ideologica - ma anche geografica ed etnica - ha dato un decisivo contributo all'inclusione indigena. Ebbene, la prima ragione della disfatta consiste nel logoramento tout court della classe dirigente, che dopo un decennio al potere si è scoperta miope nell'individuare le politiche adatte ai settori in difficoltà.

Mentre gli avversari politici parlano di scarsa attenzione verso le aree orientali del Paese, quelle più ricche, e storicamente avverse al partito di Morales: il Movimiento al socialismo-Instrumento político por la soberanía de los pueblos (Mas-Ipsp). Un aspetto che si lega all'incapacità di prevenire la corruzione. Il corpo elettorale costatava un maggior lassismo nei controlli contabili e amministrativi - e l'affermarsi di gestioni sempre più opache - proprio mentre crescevano le denunce per fatti corruttivi. Sono due gli scandali che hanno colpito l'opinione pubblica, macchiando anche l'immagine del presidente. Se quello che ha travolto il Fondo indígena (istituzione per creare progetti di sviluppo) ha coinvolto oltre duecento persone - tra cui vari militanti del partito di Morales - è stato il caso di Gabriela Zapata, ad avere maggior impatto mediatico.

La sua ex fidanzata (all'epoca diciottenne) è finita in carcere poche ore fa, con l'accusa di appropriazione indebita e traffico d'influenze: un reato quest'ultimo che nell'ordinamento italiano è assente, ma può essere assimilato al millantato credito. La 28enne (che avrebbe dato un figlio al presidente, Ernesto Fidel), avrebbe favorito l'assegnazione di appalti all'azienda costruttrice cinese China Camc engineering (Camce), di cui è dirigente. A provocare la vittoria del No, anche la riluttanza di vasti settori, alla modifica di norme che tutelano la democraticità del sistema. Soprattutto però avrebbero influito i malumori provocati dalla caduta dei prezzi degli idrocarburi: il Paese dipende dall'export del gas naturale, per la metà delle entrate.

Alcuni analisti fanno infine notare che una simile operazione peccava d'ingenuità, e pareva fatta apposta per unificare tutti gli oppositori in un unico fronte. Nonostante ciò questo stesso fronte - del tutto eterogeneo sotto il profilo politico - sarà assolutamente incapace di coagularsi intorno ad un unico candidato.