Americanos43

6 Giugno Giu 2016 1909 06 giugno 2016

Yulier P., il nostro writer all'Avana

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Tutti gli abitanti e gli aficionado dell'Avana lo conoscono, o ne hanno sentito parlare, o hanno interiorizzato le sue opere, almeno inconsciamente, in modo subliminale. Sì, perché i graffiti, i murales, i pupazzetti, i muñequito di Yulier Rodríguez Pérez - in arte Yulier P., classe 1989 e originario di Florida, nella provincia di Camagüey - sono ormai parte integrante del paesaggio avanero.

Vedado, Habana Vieja, Centro Habana, Cerro, Guanabo o Playa sono pieni dei suoi animaletti inanimati, ma al contempo espressivi, che colorano e animano le zone più degradate e forse meno appariscenti della Capitale di Cuba. Insomma, per chi ama passeggiare per L'Avana - o magari è costretto a farlo, preferendo passeggiare altrove - i disegni di Yulier P. sono una presenza costante, una compagnia divenuta insostituibile.

Qualche settimana fa, abbiamo visitato il suo atelier, situato nel centralissimo Prado, a due passi dallo storico incrocio Prado y Neptuno, e a lato del Centro andaluz de La Habana. Costatando che la sua produzione va oltre la tipica arte di strada: sa essere anche un pittore classico, anzi, è su tela che sono nati quei personaggi, con cui l'artista interpreta la dura quotidianità del Paese. Yulier P. del resto non limita la sua arte a immagini ormai riconoscibili, ma spesso ama abbinare la rappresentazione plastica a performance personali, a manifestazioni di arte concettuale. Come quando - a febbraio, in concomitanza con la Feria internacional del libro de La Habana - attraversa la Baia dell'Avana a nuoto, armato degli strumenti per la pittura: giunto sulla riva opposta, disegna uno dei suoi pupazzi, e quindi torna indietro.

Il nostro graffitista all'Avana spiega che ciò che contava non era il disegno in sé, «quanto l'avventura di rischiare la vita per dire qualcosa, per essere ascoltato. Per dir qualcosa che potrebbe provocare una polemica, anche per parlare della censura». Yulier P. ci tiene a rilevare che dopo una prima fase di malintesi, adesso la reazione della Polizia e delle Autorità è tranquilla, insomma lo lasciano lavorare. E generalmente l'agente della volante comunica alla Centrale: «Il ragazzo … beh quello che sta facendo … sono pupazzi, però non hanno niente a che vedere con la politica». L'arte di strada - e in particolare i graffiti urbani - è considerata il mezzo con cui più di frequente si avanzano critiche contro il Governo.

L'approccio libertario di Yulier P., fa sì che sovente la galassia anticastrista cerchi di arruolarlo tra le sue fila; come dimostra l'attenzione dedicatagli dai media cubani, cosiddetti indipendenti. Il nostro intervistato ci tiene, però, a rimarcare la differenza con artisti come El Sexto - all'anagrafe Danilo Maldonado Machado - oggetto adesso di reportage internazionali, ma reduce dal carcere per una curiosa performance: aveva scritto i nomi di Fidel e Raúl su due maiali, e apriti cielo. «La differenza con El Sexto», ha dichiarato in un'intervista al portale '14 y medio', diretto dalla nota blogger Yoani Sánchez, «è che egli ha assunto un ruolo essenzialmente politico, e si è dichiarato in guerra contro Fidel Castro. E' la sua posizione, ed io la rispetto. Fa un lavoro essenzialmente politico, è un attivista, mentre io dialogo col pubblico attraverso l'arte e una proposta più elaborata, direi con un certo lirismo».

Segue la nostra breve intervista con Yulier P., writer di cui si sentirà parlare, anche per la capacità di attrarre nel suo studio molti giovani con la stessa passione.

Come presenteresti il tuo lavoro di graffitaro al pubblico italiano?

«Il mio lavoro non è altro che il mio punto di vista sulle mie personali esperienze, come essere umano e come cubano. Si tratta di cronache e ritratti sociali, che hanno come oggetto il sentire e il vivere della gente a Cuba».

Che rapporto intercorre tra i tuoi graffiti e L'Avana? Il tuo obiettivo è soprattutto dare vivacità a edifici in rovina, al fine di nascondere il degrado, oppure punti anche a dialogare con i cittadini della Capitale?

«Circa il rapporto … si tratta del mio Paese, del mio ambiente, della mia realtà. Il mio obiettivo è trasformare le zone urbane distrutte e grigie, in un'espressione, o meglio in una gestualità poetica. Voglio trasformare ciò che è degradato e in rovina, in uno spazio d'interesse artistico. Uno spazio che sappia dialogare con gli spettatori riguardo alla nostra realtà».

Lasciamo da parte gli stranieri, che di certo sono incuriositi, dinanzi ai tuoi disegni. Credi che agli abitanti dell'Avana piaccia il tuo lavoro? Hai notato manifestazioni di apprezzamento, da parte dei cittadini? O al contrario prevalgono quelli che sono disgustati dai tuoi pupazzi?

«Sì, penso che in molti giungano a identificarsi col mio lavoro, e ammirino ciò che faccio. Tuttavia altrettanti giudicano il mio linguaggio troppo aggressivo, a volte violento».

Adesso non hai più problemi con le Autorità, che sembrano accettare le tue manifestazioni artistiche, oppure considerarle solo un'innocente rappresentazione di pupazzi. In ogni caso, che mi dici sul rapporto tra il Governo e l'arte di strada? Si continuano a censurare le espressioni artistiche non istituzionali?

«Innanzitutto va chiarito che senza autorizzazione, il graffito come espressione artistica è illegale in ogni parte del mondo, e non solo a Cuba. Detto questo, credo di sì; penso che - forse per incomprensione, forse per pregiudizio da parte delle Autorità - ci siano effettivamente stati atti di censura nei confronti di alcuni artisti cubani. Credo anche che le Istituzioni culturali dovrebbero dedicare interesse e prendere l'iniziativa verso l'intero movimento artistico di strada, e in particolare il graffitismo».

I tuoi graffiti formano ormai parte del paesaggio dell'Avana; una città che adesso - come dice la canzone - è di moda, ed è filmata e fotografata dai turisti del mondo intero. Questa notorietà ti ha proposto nuovi obiettivi artistici?

«Sì, credo sia appassionante per ogni artista - e non solo - costatare come il proprio lavoro sia ammirato e seguito. Ed esprimo gratitudine verso chi apprezza i miei graffiti. Per quanto mi riguarda, cresce la mia responsabilità - verso gli altri e me stesso - di continuare a mostrare ed esprimere la realtà in cui vivo».