Americanos43

7 Giugno Giu 2016 1957 07 giugno 2016

Il futuro di Cuba, secondo Alessandra Riccio

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Dopo i grandi eventi degli ultimi mesi, quale futuro aspetta Cuba? Dopo la visita del presidente degli Stati uniti Barack Obama, e del segretario di Stato, John Kerry, il mega show dei Rolling Stones, la sfilata di moda di Coco Chanel, le riprese di 'Fast & furious 8' (con Vin Diesel - «ay que mangón» gridavano le cubane di ogni età - al giro per l'avanero Cayo Hueso), cambierà qualcosa nella Perla dei Caraibi?

Lo abbiamo chiesto ad Alessandra Riccio, docente di Lingua e letterature ispanoamericane presso la Facoltà di Lingue e letterature straniere dell’Istituto universitario orientale di Napoli. Gli italiani interessati all'America latina la conoscono soprattutto per aver diretto la rivista 'Latinoamerica' fondata da Gianni Minà, di cui è ora condirettrice.

Collabora (o l'ha fatto in passato) con 'L’unità' - per cui ha lavorato come corrispondente all’Avana dal 1987 al 1993 - 'Il manifesto', 'Il mattino', e lo storico settimanale 'Avvenimenti'. Negli anni scorsi è stata membro delle giurie del Premio Casa de las América, del Premio Italo Calvino, e del Festival del Cine pobre, ed ha tenuto un corso di Cultura italiana presso la Facoltà di Lingue, nell’Università dell’Avana. Mentre in Radio Ciudad Habana, ha condotto la rubrica quotidiana 'Notifax'. Insignita della Distinción por la cultura nacional di Cuba nel 2000, vogliamo segnalare la pubblicazione, nel 2011 - per Iacobelli editore - del libro 'Racconti di Cuba'.

Si tratta di «diciotto storie che danno di Cuba un affresco originale e potente». Segue l'intervista alla professoressa Riccio, una voce ortodossa rispetto alla linea istituzionale dell'Avana, e senz'altro interessante per chi voglia saperne di più, sul dibattito per il futuro di Cuba.

Quale sarà - sotto il profilo istituzionale - il futuro di Cuba dopo il 24 febbraio 2018, quando Raúl Castro e la generazione della Revolución abbandoneranno il potere? In pole per la successione è il vicepresidente Miguel Díaz-Canel, oppure possono apparire altri leader, o forze sociali?

«Cuba è munita di tutti gli strumenti istituzionali che consentono di governare uno Stato, compresa la Costituzione. Non è detto che, insieme a Raúl Castro, abbandoni tutta la generazione della Rivoluzione. Lo avranno già fatto, o si ritireranno in seguito, chi per l’età, chi per stanchezza, chi perché è morto, chi perché ha abbandonato gli ideali in cui credeva. Díaz-Canel è uno dei membri del Governo; ha una posizione importante ma non decisiva. Ci sono altre personalità che sono già apparse, e che si sono fatte conoscere e stimare in tutti questi anni. Immagino che la volontà popolare avrà il suo peso, al momento di eleggere».

In una prospettiva di medio termine, una rigida formula monopartitica non più giustificata dalla guerra fredda, incontrerà sufficiente consenso? Le aperture economiche, l'addio della generazione Sierra Maestra, e il disgelo, spingeranno verso il pluripartitismo?

«Non credo che la scelta del partito unico sia stata determinata esclusivamente dalla guerra fredda; per Cuba, decisivo è stato l’accanimento degli Stati uniti contro il loro regime e le loro scelte politiche. Tanto più che l’Isola ha vissuto, dall’indipendenza fino al primo gennaio 1959, un'agitata vita politica, con miriadi di partiti, sorprendenti alleanze, Governi eletti con frode o imposti con un golpe. L’esperienza cubana della democrazia, così come s'intende nella cultura occidentale, è stata del tutto negativa e nessuno la rimpiange. D’altra parte, in quasi sessanta anni non è sorto nessun partito (in clandestinità o in esilio) che abbia portato avanti un progetto politico convincente per il Paese. Sia i piccoli gruppi di dissidenti interni che i facoltosi oppositori della Florida non godono neanche della stima dei loro maggiori alleati e sponsorizzatori: gli Stati uniti».

Quanto resta, tra i giovani, delle idee rivoluzionarie? Sembra che siano soprattutto attratti dalle luminarie del consumismo e dalle reti sociali, più che da slogan tipo “patria o muerte”.

«Non so con la parola giovani che cosa s'intende. Giovani sono stati (e sono ancora) i Cinque: quei cubani che hanno affrontato pene severissime e carcere duro e senza speranze, per aver cercato di proteggere il loro Paese da atti di terrorismo e sabotaggi. Giovani sono i moltissimi che vanno in missione nel mondo come personale sanitario, alfabetizador, tecnici e professionisti, che vanno in aiuto di popolazioni decimate da terremoti, inondazioni e altre disgrazie naturali. Giovani sono gli sportivi, gli artisti, i personaggi del mondo della musica e dello spettacolo, che resistono alle lusinghe di contratti favolosi e restano a lavorare nel loro Paese. C’è un esodo continuo dall’Isola, come da ogni paese del Terzo mondo, ma bisognerebbe tradurlo in percentuale sui circa undici milioni di abitanti di Cuba. Naturalmente, giovani e vecchi sono attratti, dovunque, dalle luminarie del consumismo; ma mi sembra che i cubani, ai quali naturalmente piace il consumo, il confort e le luminarie, abbiano molti strumenti per valutarli nelle giuste dimensioni e molte ragioni per non lasciarsi abbagliare».

Nella prossima legislatura, il Congresso di Washington eliminerà il bloqueo? Che cosa mormorano i soliti ben informati?

«Francamente non conosco i soliti ben informati. Leggo, ascolto, m'informo e vedo che Obama afferma di non avere i poteri per eliminare il blocco, e che il suo successore, chiunque sia, non ha accennato a questo problema. Che il Congresso a maggioranza repubblicana non ha mai mostrato volontà di eliminarlo, e che la politica pies secos, pies mojados - che provoca tanti drammi nei cubani, che vogliono andare negli Stati uniti e non riescono a ottenere il visto da quel Paese - non è stata abolita né lo sarà. Che il blocco finanziario verso paesi terzi, contrario al diritto internazionale, continua a funzionare alla grande; che non solo Obama non è riuscito a chiudere l’illegale prigione di Guantánamo, ma sulla restituzione della Base all’Isola di Cuba, né lui, né il Congresso, né i portavoce dicono mezza parola: su quest’argomento non si discute nemmeno».

Ci dice il nome del romanziere cubano, che più di altri saprebbe accompagnare il lettore italiano alla scoperta delle atmosfere dell'Isola?

«Suggerirei dei nomi importanti: Alejo Carpentier, che ha saputo mostrare Cuba e l’America latina ai lettori di cultura occidentale, spesso vittime di eurocentrismo. Aggiungerei quello del poeta Nicolás Guillén, che ha saputo raccontare il mestizaje e la mescolanza delle razze; e quello di Miguel Barnet, che in tre romanzi ha descritto - con strumenti dell’antropologia culturale e con grande sapienza letteraria - la società cubana dall’indipendenza alla Rivoluzione. Barnet è ancora vivo, gli altri due fanno parte dei classici. Fra i contemporanei non saprei indicare un nome in particolare. Tutti - scrittori e scrittrici - narrano un mondo arduo e complesso: molto al passo con i tempi e con gli argomenti e le crisi, che leggo anche negli scrittori contemporanei di altre parti del mondo. Vorrei aggiunge un altro nome importante, quello di Cintio Vitier; col suo 'Ese sol del mundo moral' fa un affresco etico del Paese e dei suoi abitanti».