Americanos43

12 Giugno Giu 2016 2007 12 giugno 2016

Golpe in Brasile, l'opinione dell'Isag

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L'esito del golpe morbido e senza armi - il colpo di stato bianco e a puntate che in Brasile ha destituito Dilma Rousseff dalla Presidenza - sarà conosciuto solo intorno alla fine di agosto, forse all'inizio di settembre. Ci sarebbe da dire molto - forse troppo - del bailamme che stravolge la politica verde-oro. Potremmo scrivere sulle recentissime richieste di arresto del presidente del Senato, Renan Calheiros, dell'ex presidente della Camera, Eduardo Cunha, del senatore Romero Jucá, e dell'ex capo dello stato, José Sarney.

O sui sondaggi sulle prossime Presidenziali, che per il primo turno pongono in testa l'ex presidente - operaio, Luiz Inácio Lula da Silva. O sulla coraggiosa presa di posizione di Paolo Magri - vicepresidente esecutivo dell'Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) - che ha rilevato come sia stato un organo legislativo corrotto - rectius, ove prevalgono i corrotti - a giudicare sulle irregolarità di bilancio, contestate alla lady di ferro brasiliana.

Oppure potremmo anche approfondire la determinazione della Comunità internazionale nel congelare le relazioni con Gigante sudamericano, almeno sino a che i cambiamenti in atto non siano ratificati da elezioni. Qui basterà sottoscrivere quanto pacatamente ha dichiarato Luis Almagro, segretario dell'Organizzazione degli Stati americani (Osa). Tutte cose che a dire il vero dovrebbero conoscere anche i più sciocchi tra gli studenti del primo anno di Giurisprudenza. In buona sostanza, si stravolgono i principi fondativi di una forma di governo presidenziale - qual è quella del Brasile - se si usano strumenti estranei alla sua essenza, come la fiducia parlamentare.

Cosa ne sarebbe degli Stati uniti - e della loro leadership anche culturale - ci chiediamo, se la maggioranza repubblicana al Congresso destituisse con qualche pretesto contabile Barack Obama, e se una nuova Amministrazione Joe Biden, chiamasse con sé Donald Trump? Fantapolitica, sì, ma è quello che è accaduto in Brasile. Siamo convinti che il futuro politico del Brasile debba ruotare attorno alla logica dell'alternanza, né abbiamo mai manifestato eccessive simpatie per i movimenti della locale sinistra radicale; anzi, abbiamo spesso letto con curiosità, le voci più dissacranti dell'opposizione politically incorrect. Detto ciò, se si voleva nominare come ministro dell'Agricoltura proprio un Blairo Maggi (nemmeno il suo avvocato) - rei da soja, e Premio motosega d'oro 2005, come campione del disboscamento amazzonico - ebbene costui doveva prima passare attraverso democratiche elezioni.

Altrimenti, com'è avvenuto, non si fa altro che seminare rancore politico nel Paese. Comunque, per saperne di più su un evento storico che potrebbe avere ripercussioni sulla stabilità dell'intero Subcontinente, abbiamo pensato di rivolgerci all'Istituto di alti studi in geopolitica e scienze ausiliarie (Isag); il think tank, uno dei più autorevoli in Italia nel campo della politica internazionale, ci ha risposto attraverso Simona Bottoni, ricercatrice associata del Programma di ricerca 'Africa e America latina'. Buona lettura.

Crede che questo impeachment contro la presidente Rousseff abbia de facto rappresentato un vulnus per la democrazia, capace di scardinare la fragile coesione sociale? Lo considera un golpe, magari sessista e reazionario?

«E’ ancora troppo presto per dirlo, anche perché la Rousseff ha sei mesi di tempo per dimostrare che le accuse che le sono state rivolte sono infondate. Se così fosse, tornerebbe alla guida del Paese. Certamente quella che sta vivendo il Brasile è una crisi istituzionale seria, che ha potuto dispiegarsi - con conseguenze così gravi e inattese - per la concomitanza di una perdurante crisi economica (forse la più grave dopo quattro Governi a guida Partido dos trabalhadores), e di qualche rilevante errore politico da parte dell’Esecutivo. Molti osservatori l'hanno definito come un golpe morbido; ritengo che si tratti - senza dubbio - di uno scontro parlamentare violento, che ha portato all’allontanamento temporaneo di una presidente eletta democraticamente».

Come giudica il Governo di Michel Temer, composto solo da maschi di razza bianca, e che sopprime il Ministero della Cultura? E in cui gran parte dei ministri, alle Presidenziali 2014, sosteneva Aécio Neves?

«Anche in questo caso è presto per dare un giudizio compiuto. Si può notare che le prime misure adottate dal Governo provvisorio di Temer sono volte a contenere o eliminare alcuni dei principali piani di spesa voluti dall'Amministrazione Rousseff: tagli alle pensioni e innalzamento dell’età pensionabile (in Brasile, il limite è cinquantacinque anni); riduzione dei programmi di edilizia popolare (revocata la costruzione di oltre 11mila unità del Programa Minha casa minha vida), e tagli alla sanità pubblica. La composizione tutta al maschile del Governo interino è cosa che non accadeva dal 1985. Il Ministero della Cultura è stato recentemente re-istituito, a seguito di proteste generali e ferme critiche, da parte di molti intellettuali e artisti brasiliani. Il Governo Temer non ha bisogno del consenso degli elettori ma ha difficoltà a mantenere unite le fila. Temer è stato costretto ad accettare André Moura alla Presidenza della Camera, in sostituzione di Edoardo Cunha, inquisito, e su pressioni di quest'ultimo. Moura è un politico di centrodestra, accusato di tentato omicidio e peculato. Tra i ministri più controversi del governo Temer c’è Blairo Maggi, titolare dell’Agricoltura: è uno degli uomini più ricchi del Brasile e un rappresentante della lobby dell’agribusiness. La Rousseff aveva trasformato in riserva circa cinquantasei milioni di ettari di territorio. Sembra che, ora, questa decisione potrebbe essere revocata. Il ministro degli Esteri José Serra, di destra, ha dichiarato che il Brasile si sposterà oltre le tradizionali amicizie e alleanze tenute negli ultimi anni: potrebbe alludere a un allontanamento da Paesi come Bolivia e Venezuela, cui il Partito dei lavoratori è stato molto vicino. E poi ci sono le recenti dimissioni del ministro della Pianificazione, Romero Jucá, dopo che è stata pubblicata un’intercettazione telefonica tra lui e Sérgio Machado, ex dirigente di Petrobras: vi sosteneva la necessità di fermare l’inchiesta Lava jato, e che per farlo occorresse cambiare Governo. E ancora, il Ministério das Mulheres, da igualdade racial e dos direitos humanos è stato accorpato al Ministero della Giustizia, e ridotto a una Segreteria, affidata a Flávia Piovesan. Lo stesso dicastero della Giustizia è stato affidato ad Alexandre de Moraes, l'ex responsabile della Pubblica sicurezza nello Stato di San Paolo: questi ha già annunciato il pugno di ferro contro le contestazioni per la destituzione della Rousseff, definendole atti di guerriglia».

Crede che il popolo di sinistra abbia dato il massimo, durante il processo di destituzione? O pensa che abbia accettato - magari annichilito dalla crisi - il corso degli eventi?

«La base del Pt ha sostenuto la Rousseff fino all’ultimo, con manifestazioni di piazza ed anche fuori del Planalto dopo il suo allontanamento. Ed anche in questi giorni, in cui gira il Paese per diffondere un'idea, di cui è convinta, e che è il filo conduttore di un libro che ha pubblicato in questi giorni ('Resistência ao golpe de 2016'): la tesi è che vi sia stato un golpe in suo danno. I sentimenti sono forti e contrastanti in tutto il Paese, anche tra la gente di sinistra. C’è incredulità nel vedere destituita una presidente, che costoro hanno voluto ed eletto democraticamente; ma c’è anche la convinzione che il suo Governo avrebbe dovuto fare di più. Molti intellettuali vicini al Pt - penso a Frei Betto o a Leonardo Boff - gli rimproverano di aver fatto alleanze di governo poco affidabili, delle quali ora è rimasto vittima».

Quali forze sociali hanno guidato questo impeachment, e i violenti attacchi giudiziari contro l'ex capo dello stato Lula, e l'intero gruppo dirigente del Partido dos trabalhadores?

«Probabilmente le grandi lobby dell’agribusiness e del petrolio hanno messo da qualche tempo gli occhi sulle straordinarie risorse brasiliane in questi settori. Tuttavia anche la classe media ha concorso, con manifestazioni di piazza molto partecipate, all’impopolarità della Rousseff e del suo Governo: questa fascia di popolazione non accetta di buon grado che oltre quaranta milioni di brasiliani ora possano far sentire la loro voce anche nel dibattito pubblico, possano curarsi, mangiare tutti i giorni, possedere una casa e persino studiare. Ha contestato al Pt di non avere politiche rivolte anche a loro».

Che cosa ha influenzato di più gli eventi? La dura offensiva dei grandi media, o gli errori della classe dirigente petista, che ha ultimamente perduto ogni capacità di unire e aggregare?

«Molto probabilmente - come sostiene Frei Betto e come dicevo prima - le alleanze di governo del Pt, in primis quella col Partido do movimento democrático brasileiro, si sono rivelate poco affidabili: tanto che tra i grandi sostenitori di questo impeachment nei confronti della Rousseff, c’è stato l'allora presidente della Camera, Edoardo Cunha, proprio del Pmdb. E si osservi che, fino alla metà del gennaio 2016, alla Camera non si contavano voti sufficienti a sostenere il via libera alla procedura d'impeachment, solo tre mesi dopo votata a maggioranza. Obiettivamente non si può negare che un peso nella vicenda l’abbiano avuto anche i media mainstream brasiliani, storicamente conservatori».