Americanos43

9 Luglio Lug 2016 1553 09 luglio 2016

New York, i latinos ai tempi di Trump

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Mentre Donald Trump si prepara alla sfida con Hillary Clinton, ci siamo chiesti quali siano gli umori della comunità latina di New York. E per ottenere le risposte più efficaci, abbiamo intervistato Piero Armenti. Il giornalista italiano - che nel 2011 si è trasferito nella Grande mela - ha vissuto cinque anni a Caracas, scrivendo preziosi reportage per importanti testate, tra cui 'Panorama'.

Il nostro intervistato adesso si definisce un urban explorer, ossia chi «va alla ricerca dei segreti di New York. Scopro la città, e la mostro a chi la visita». Insomma ci pareva che non ci fosse una persona più preparata, per rispondere ai nostri quesiti. Un osservatore che non solo studia leggende e curiosità della megalopoli statunitense, ma in un portale che gestiva anni fa - 'Notizie da Caracas' - ha descritto come pochi altri il fenomeno della Revolución bolivariana.

Un'esperienza, da cui Armenti, che gestisce il sito turistico 'Il mio viaggio a New York' ( https://www.ilmioviaggioanewyork.com/ ), ha tratto due libri: 'Hugo Chávez. Come nasce una rivoluzione', e 'L'altra America. Tra Messico e Venezuela, storie dell'estremo Occidente', con Antonio Pagliula.

Ci fa una mappa delle comunità latine nelle varie zone di New York? Dove, per intenderci, sono maggiormente distribuiti gli immigrati messicani, i dominicani, i portoricani?

«I portoricani si trovano nel Lower east side, presso Spanish Harlem, ed anche a Williamsburg. I domenicani hanno la loro roccaforte a Washington heights, e Corona. I messicani sono sparsi un po' ovunque. In ogni caso non credo che la distribuzione geografica sia così netta. Tutti sono dappertutto, perché New York è fluida, lascia scorrere i suoi flussi etnici da un lato all’altro senza barriere. Nel cuore cinese di Flushing per esempio c'è una grande comunità di El Salvador. Cosa ci facciano con i cinesi non si sa; ma appunto la natura fluida rende tutto molto mutevole».

Ha scritto un saggio sullo scrittore dominicano - naturalizzato statunitense e residente negli Stati uniti - Junot Díaz: il premio Pulitzer per la Narrativa, nel 2008. Al riguardo, cosa ci può dire sulla comunità domenicana nella Grande mela e sul suo grado d'integrazione? Che particolarità ha, rispetto agli altri gruppi?

«Non ci sono grandi differenze tra portoricani e domenicani, parliamo di due popolazioni simili. Stesse melodie, stesso cibo, stesse problematiche, nel senso che parte della loro popolazione vede replicato lo schema caraibico: mamme sole che crescono i figli. Ciò che li unisce, è maggiore rispetto a ciò che li divide; anche se poi, quando ne parli con loro, ti rilevano mille differenze. Sicuramente, in genere, parliamo di comunità in cui i membri della poor working class hanno un peso rilevante. I portoricani amano la loro terra di origine più di quanto i domenicani amino la Repubblica dominicana; ma è comprensibile: scappavano da una dittatura militare. Díaz comunque ha affrontato questa dualità, non conflittuale. Si può essere benissimo americani ed essere anche altro. E, infatti, lui era anche domenicano. La dualità tra la terra di origine e l'America è un tema ricorrente dell'identità statunitense, basti pensare ai chicano o agli stessi italoamericani; ma la questione dell’integrazione non è decisiva. Negli Stati uniti nessuno è spinto a integrarsi, ognuno è ciò che è. I latinos rimangono fieramente latinos, e tendono a condizionare i costumi anche dei bianchi. La mitizzazione del sedere grosso, stile Jennifer Lopez, ha modificato gli standard di bellezza. Diverso per i messicani, per loro vale un discorso a parte. I messicani non sono latinos. Sono messicani: grande orgoglio nazionalistico, tradizioni culinarie diverse, e rappresentano l'elemento clandestino per eccellenza. Il grande terrore di Donald Trump, assieme ai mussulmani».

Qual è - a suo giudizio - l'effetto Trump sui latinos? Domina la rabbia, la paura, o magari l'indifferenza?

«I latinos non amano Trump, come non lo amano gli afroamericani o le donne. In questo Trump è antistorico: rappresenta un'America che non c'è più, minoritaria, che cerca con un colpo di coda rabbioso di riprendersi il Paese. Il Paese che però ha già perso. La sua sconfitta decreterà la fine del dominio dell’uomo bianco negli Stati uniti. Poiché si pone come il candidato della tradizione, ha margini di vittoria molto bassi. Tuttavia il suo imporsi nelle primarie, indica che una parte dell’elettorato repubblicano vede in lui una risposta alla paura dell’invasione e dello straniero».

Si parla ancora di «minaccia latina», intesa come psicosi ingiustificata verso i latinoamericani? Quel è la percezione dei wasp, i white anglo-saxon protestant, verso quelle comunità?

«Mi limito a parlare di New York, perché poi l’America è vasta, e le zone di frontiera sono diverse dalla metropoli finanziaria in cui vivo. Qui non si sente né si avverte nessuna minaccia latina; ma parliamo di New York, che è assolutamente un epicentro liberale, unico nel paese. Anche i clandestini possono chiedere la carta d'identità al comune, e vivere normalmente senza timori di essere deportati. Non è un luogo comune dire che, senza i latinos, New York rimarrebbe ferma: nel senso che difficilmente aprirebbe un solo ristorante».

Venendo al Venezuela: a cosa si deve questa crisi di consenso, questa implosione - all'apparenza insanabile - del chavismo? Dipende solo dalla morte di Hugo Chávez e dalla recessione economica, o c'è dell'altro?

«Non ci sono grandi differenze tra il Governo Chávez e la diarchia Maduro-Cabello; se non quella, fondamentale, dovuta alla crisi, in cui piomba il Venezuela non appena il prezzo del petrolio cala. Se il costo del greggio dovesse salire a cento dollari, gli spazi di manovra dell'Esecutivo sarebbero superiori, e il consenso aumenterebbe. E' sempre il solito Venezuela che dipende dall'oro nero; ma c'è una novità assoluta rispetto al passato: quel poco di tessuto produttivo che c'era è sparito, divorato da venti anni di chavismo, annegato dall'ideologia della rivoluzione socialista del ventunesimo secolo. Chi dice che con Chávez il Venezuela fosse migliore, mitizza il passato. Era la stessa cosa. Stessi problemi, anche se ora, è vero, sono acuiti dalla crisi economica. Una cosa però era certa, alla morte di Chávez: nessun futuro della Rivoluzione era possibile, e, infatti, non c'è futuro. Venuta a mancare la sua leadership carismatica, viene a mancare il collante di un progetto rivoluzionario venezuelano, ma soprattutto continentale. Era diventato il simbolo di un'unità latinoamericana, bolivariana e socialista. Che però si è rivelata essere una costruzione fumosa, idealista, e finanziata soprattutto dagli alti prezzi delle materie prime. Basti vedere che fine ha fatto la sinistra, in Argentina, Brasile e Perù. In Venezuela si attende un cambio di Governo da troppo tempo; ma è difficile prevedere il futuro di un Paese, che ha visto moltiplicarsi i problemi, e ora deve davvero pensare a una nuova origine, più che a una semplice ripresa».

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