Americanos43

8 Agosto Ago 2016 2045 08 agosto 2016

Giornalisti ammazzati, focus America latina

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Ben 25 operatori della stampa sono stati uccisi in America latina, nei primi sette mesi del 2016. Nel corso del 2015 le vittime in totale furono addirittura quarantanove, ma si teme che l'anno in corso possa superare quella tragica quota. Dieci omicidi sono stati registrati in Messico - cui si deve aggiungere un giornalista messicano ammazzato negli Stati uniti - segue il Guatemala con cinque assassini, e l'Honduras con quattro.

Le cose vanno un po' meglio in Brasile - con tre reporter uccisi - e quindi in El Salvador e Venezuela, con un attentato fatale a testa. E' quanto riporta la Comisión investigadora de atentados a periodistas (Ciap), organo della Federación latinoamericana de periodistas (Felap). In tutti questi casi, il comune denominatore è l'impunità dei colpevoli, e l'impotenza di chi reclama giustizia: un andazzo che va avanti da decenni.

Giornalisti, la macelleria messicana

Il maggior tasso di violenza si è registrato in Messico, ove le strutture dello Stato - come affermano le associazioni di categoria - si sono dimostrate incapaci di garantire l'effettiva incolumità di chi lavora nel mondo dell'informazione. L'ultima vittima in ordine di tempo risale al 20 luglio: Pedro Tamayo Rosas è stato colpito mortalmente nello Stato di Veracruz - un inferno per chi fa informazione - nonostante fosse protetto da un programma pubblico, destinato a giornalisti e attivisti dei diritti umani. Tamayo si era rifugiato per un certo tempo a Tijuana, e al ritorno in Veracruz gli era stato assegnato un servizio di vigilanza part-time, dimostratosi insufficiente. Secondo un documento elaborato da varie organizzazioni locali della stampa - Federación de asociaciones de periodistas mexicanos (Fapermex), Club primera plana, Colegio de licenciados en periodismo e Federación latinoamericana de periodistas - México - «dal 1983 a oggi, le libertà di stampa ed espressione contano 252 vittime mortali, di cui 220 giornalisti, otto tecnici delle comunicazioni, 13 familiari, otto amici, e tre vittime casuali». Per far fronte a questa emergenza, la Casa de los derechos de los periodistas - creata nel 2010 a Città del Messico - predisporrà a breve una struttura di accoglienza, nello stesso Distretto federale: un vero rifugio per quei giornalisti che - in qualsiasi parte del Paese - si sentano minacciati, ma decidano di non ricorrere al citato programma di protezione del 2012. Il che non di rado avviene, specie per paura o diffidenza. L'idea - non una soluzione definitiva, ma un efficace palliativo - è nata dopo la mattanza del 31 luglio 2015. Il reporter Rubén Espinosa Becerril - dopo aver subito minacce a Veracruz - fu assassinato assieme a quattro amiche (tra cui l'attivista Nadia Vera), in un quartiere bene della Capitale. Insomma è stato un brutto colpo per i giornalisti del Paese latino, giacché vi era la convinzione che Città del Messico rappresentasse una sorta di zona franca, rispetto a questo tipo di crimini.

Giornalisti in pericolo anche in Brasile

Giova menzionare, alla vigilia dell'apertura delle Olimpiadi in Brasile, l'omicidio di João Miranda do Carmo - blogger d'inchiesta - presso Santo Antônio do descoberto, in Goiás. Il gestore del portale 'Sad sem censura', secondo i familiari, aveva in passato già ricevuto minacce. Il fatto ha originato ripercussioni anche all'estero, con la richiesta di Irina Bokova - direttrice generale dell'United nations educational, scientific and cultural organization (Unesco) - d'indagare a fondo sulla vicenda.

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