Americanos43

1 Settembre Set 2016 2209 01 settembre 2016

Il Brasile nelle mani di chi? Del Pmdb

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Che cosa cambia in Brasile dopo il lungo processo d'impeachment - quasi nove mesi - che ha portato alla destituzione di Dilma Rousseff? In primis, si è creata una spaccatura nella società civile: è stato violato quel patto sociale non scritto, secondo cui l'esito elettorale va rispettato oltre ogni rancore politico. Sì, perché è evidente che la presunta violazione delle norme fiscali è stata solo un pretesto, colto al volo da una congerie di politicanti corrotti.

Insomma c'è il rischio che la democrazia sia meno solida, o comunque si presenti tale agli occhi degli investitori internazionali. Andiamo però con ordine, osservando - uno per uno - i cambiamenti che interverranno.

L'orientamento politico ed economico interno

L'insediamento definitivo del presidente Michel Temer segna la prima svolta a destra dal gennaio 2003, quando salì al potere il Partido dos trabalhadores (Pt) di Luiz Inácio Lula da Silva. La formazione che guiderà - sino al Capodanno del 2019 - l'Esecutivo della settima potenza mondiale, sarà quindi il Pmdb (Partido do movimento democrático brasileiro): la potente macchina elettorale - ma anche clientelare - si è alleata con altre formazioni moderate, sconfitte alle Elezioni del 2014. Il programma governativo è all'insegna dell'austerity, e conservatore sotto il profilo economico-finanziario. Il cuore del nuovo corso sono i piani di privatizzazioni e pubbliche concessioni, in settori delicati come quelli dei trasporti e delle comunicazioni.

Nel mirino è anche il diritto del lavoro - specie il capitolo dei contratti - e il (tradizionalmente iniquo) sistema previdenziale. Insomma si tratta di progetti storicamente avversati non solo da sinistra e sindacati, ma anche da un'opinione pubblica - nazionalista e fan dello sviluppo - che non avrebbe loro concesso chance elettorali.

I rapporti internazionali

Il ribaltone ideologico sta avendo immediati riflessi in politica estera, e in particolare nei rapporti con le altre Nazioni dell'Area latinoamericana. E non ci riferiamo solo al cosiddetto Asse bolivariano, anche perché - le teste d'uovo della geopolitica insegnano - il Gigante verde-oro da anni esercitava una sorta di leadership (o meglio soft power) sull'intera Regione. Il Governo Temer ha da subito preso le distanze dal blocco progressista, creando una grave frattura tra i vicini. Così se ieri Bolivia, Cuba, Ecuador, Nicaragua e Venezuela hanno emesso comunicati che condannano il «golpe parlamentare» - con conseguenze immaginabili, come i reciproci richiami in patria degli ambasciatori - il Cile e l'Amministrazione revanscista del presidente Mauricio Macri hanno invece dichiarato di rispettare la decisione del Senato.

E tutto ciò senza considerare che l'evento potrebbe rappresentare l'impulso decisivo, per una svolta a destra dell'intero Subcontinente.

Le organizzazioni regionali

Se finora tanti funzionari e politici dell'Unione europea si riempivano la bocca parlando dei negoziati tra Bruxelles e il Mercosul (Mercado comum do sul), ebbene adesso quest'ultima organizzazione potrebbe paralizzarsi in un'impasse definitiva. Al nuovo Inquilino del Planalto non interessa nulla investire in questa realtà (e meno ancora nell'União de nações sul-americanas - Unasul), che - ammesso che riesca a sopravvivere - dovrebbe rimanere un'unione doganale priva di ogni afflato ideale. Intanto, nelle ore in cui serviamo, Caracas occupa la Presidenza pro tempore (disposta a rotazione), senza il consenso degli altri membri, a parte Montevideo.

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