Americanos43

15 Settembre Set 2016 1943 15 settembre 2016

Macri vs protezionismo, la sfida decisiva

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Argentina e Brasile sono tradizionalmente definiti «protezionisti» e chiusi sul piano commerciale: le loro politiche economiche hanno puntato essenzialmente a proteggere i deboli tessuti industriali interni. Tuttavia, a Buenos Aires, il corso liberale dell'Amministrazione di Mauricio Macri cerca d'invertire la rotta, cioè quella linea fatta propria anche dal Governo Kirchner.

Macri punta a rendere più agevoli le importazioni, al fine di frenare la tumultuosa corsa dei prezzi (i beni di consumo sono i più cari dell'America latina). Compito molto difficile, giacché c'è il rischio di aumento della disoccupazione, e comunque di un conflitto con i settori imprenditoriali: buona parte delle piccole e medie imprese nazionali si stanno dimostrando incapaci di competere con l'offerta proveniente dall'estero, e quindi a rischio fallimento.

L'industria nazionale da qualche tempo sta, infatti, lanciando segnali di allarme, essendo colpita non solo dal calo dei consumi, ma anche dall'aumento dell'inflazione (in particolare dall'impennata delle bollette di luce, gas e acqua). Insomma gli industriali argentini sembrano rimpiangere l'Esecutivo progressista - o meglio, peronista di sinistra - di Cristina Fernández de Kirchner, che sin dal 2011 aveva imposto pesanti barriere protezionistiche e burocratiche, rispetto agli acquisti dall'estero; forse una scelta obbligata - quella dell'ex presidente - anche per far fronte alla scarsezza di valuta pregiata, e alle difficoltà di fruire di stabili linee creditizie internazionali.

Negli anni scorsi, import significava stringere complessi accordi con società esportatrici, e comunque attendere svariate settimane per ottenere i permessi. Adesso invece non vi sono più ostacoli decisivi, capaci di frenare lo shopping internazionale: quest'anno l'importazione di autoveicoli sta facendo registrare un +40,2% - dati dell'Instituto nacional de estadística y censos (Indec) - mentre per i beni di consumo la crescita è pari al 20,3 per cento. Un discorso analogo può essere fatto per i manufatti tessili, il cui import - nei primi sette mesi del 2016 - è aumentato del 17%, sullo stesso periodo del 2015. Inevitabilmente ai dati sul boom delle importazioni - il cui valore comunque non supera il dieci per cento del prodotto interno lordo nazionale - fa riscontro il calo del mercato interno.

Restando, infatti, nel tessile, i numeri parlano di una diminuzione delle vendite pari a un sonoro 12 per cento, e di un calo della produzione stimato tra il 20 e il 25 per cento. Saranno quindi inevitabili le ricadute sul piano occupazionale: a oggi si parla della sospensione di circa cinquemila lavoratori, ma si teme il peggio vista l'assoluta incapacità dell'industria nazionale di competere con i bassi prezzi dei manufatti cinesi. E come non bastasse, un nuovo colpo agli industriali è rappresentato dall'acquisto online dall'estero, per una sorta di commercio «a porta a porta», sdoganato dal Governo. Se in passato l'acquisto individuale sul web dall'estero, doveva scontrarsi con una serie di lacci e laccioli, oggi tutto è più semplice: sono consentiti sino a cinque acquisti annui, che non superino i mille dollari e i cinquanta chilogrammi.

La decisione di aprire questa frontiera virtuale ha provocato le proteste dell'opposizione, ma il capo dello stato pare andare per la sua strada: «Non possiamo condannare gli argentini a che», ha dichiarato, «con i loro salari appena sufficienti, debbano pagare ogni cosa più cara, rispetto al reso del mondo».

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