Americanos43

12 Ottobre Ott 2016 2043 12 ottobre 2016

Quale pace in Colombia, dopo il "No" e il Nobel

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Dopo il Premio Nobel per la Pace al presidente della Colombia, Juan Manuel Santos, è forse più vicina - o comunque è un po' meno lontana - la fine della Guerra civile colombiana? Che cosa resta della vittoria del "No" al plebiscito del 2 ottobre? Sono queste le domande che assillano in modo più insistente, le Amministrazioni dei Paesi latinoamericani. I negoziati di pace tra l'Esecutivo di Bogotà e le Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia (Farc) paiono il percorso delle montagne russe, in un parco giochi.

Dopo quattro lunghi anni di estenuanti negoziati - condotti all'Avana, de facto, sotto l'egida del Governo di Raúl Castro - si è giunti ai trionfalismi della firma dell'Accordo, in quel di Cartagena de Indias.

E' arrivato quindi il brusco risveglio - rappresentato dalla vittoria dei "No" al plebiscito - seguito appunto dall'assegnazione del Nobel al capo dello stato. Un Premio che - a detta di alcuni - sarebbe stato assegnato proprio per salvare il processo di pace, e riequilibrare i rapporti di forza nel Paese; nonostante appunto un esito referendario, che tanto ricorda quello britannico della "Brexit". Da rilevare che in questa fase - nonostante appunto il Nobel assegnato - il personaggio in primo piano presso i media colombiani, è il leader del fronte del "No", Álvaro Uribe Vélez. Il senatore, ed ex presidente della Repubblica (negli anni tra il 2002 e il 2010) - che guida la formazione di destra, Centro democrático - in questi mesi è stato capace di riunire buona parte della società civile intorno a due temi fondamentali: punti che sono cari alla Colombia profonda - e qui hanno giocato un ruolo importante anche le Chiese evangeliche - tanto quanto la Selección cafetera.

Ci riferiamo alla necessità di una maggior sicurezza, e alla contrapposizione assoluta nei confronti della guerriglia marxista delle Farc, e di quanto questa rappresenta. Insomma Uribe - e con esso l'uribismo - è riuscito a canalizzare l'odio dei colombiani verso il gruppo armato. E ciò è stato possibile grazie ai successi militari ottenuti dal suo Governo, e all'esser figlio di una vittima delle Farc: con buona pace quindi dei suoi ventilati legami con i paramiliari - ugualmente sanguinari - e nonostante un approccio alla politica a metà tra lo show mediatico, e la filosofia machiavellica. A questo punto pare inevitabile che le parti in conflitto - che peraltro hanno già prolungato il "cessate il fuoco" - proporranno delle modifiche, rispetto all'accordo di settembre.

Le Farc - attraverso le parole del capo negoziatore Iván Márquez - hanno in sostanza accettato questa riforma ai tempi supplementari; e forse non potrebbe essere altrimenti, considerata la sostanziale sconfitta sul campo del gruppo ribelle, e la diminuzione della sua forza militare. Del resto, se sino a pochi anni fa i guerriglieri erano giunti sino alle porte di Bogotà, la progressiva offensiva governativa li ha fatti rintanare nella selva più oscura. Naturalmente, sia Márquez sia lo stesso Santos, hanno chiarito che il voto non può mandare al macero quanto concordato, anche perché la consultazione non aveva un'efficacia giuridica di questo tipo. Insomma si può prevedere che - complice l'assegnazione del Nobel a Santos - l'inevitabile apertura al dialogo non riuscirà né a bloccare la pace a tempo indeterminato, né a stravolgere quanto accordato.

Adesso spetterà quindi al fronte di Uribe - e dell'ex presidente Andrés Pastrana - formulare delle deroghe da presentare a Cuba, al tavolo delle Farc.

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