Americanos43

22 Gennaio Gen 2017 1908 22 gennaio 2017

Messico e Trump, i cinque motivi dell'estradizione del Chapo negli Usa

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Il 19 gennaio ha rappresentato la fine della carriera criminale di Joaquín "Chapo" Guzmán, capo del Cartello di Sinaloa. Figura leggendaria per le due fughe dal carcere, per il relativo coinvolgimento mediatico di personaggi dello spettacolo, e per le telenovele che continuano a ispirarsi a quelle vicende. A poche ore dall'insediamento di Donald Trump - ma quando Barack Obama era ancora al potere - le Autorità del Messico hanno estradato negli Stati uniti il più discusso dei narcotrafficanti.

La decisione finale - presa dal presidente Enrique Peña Nieto - ha sì basi giuridiche, ma ha tuttavia scatenato le più varie supposizioni sui perché della consegna, che a molti è parsa una cessione di sovranità verso gli Usa.

I cui tribunali di vari Stati confederati ne reclamavano il trasferimento, affinché rispondesse di una pluralità di reati: dal riciclaggio di denaro sporco all'associazione per delinquere, passando per i vari delitti contro la salute pubblica. Analizziamo le ipotesi formulate.

Se proprio lo dobbiamo consegnare, facciamolo prima (poche ore prima) dell'era Trump.

Secondo una linea di pensiero forse dominante, il boss non poteva rimanere a lungo nel penitenziario di Ciudad Juárez, alla frontiera con gli Stati uniti. Insomma non esisteva la possibilità di evitare un'estradizione già stabilita un anno fa, a prescindere dall'evolversi del processo elettorale nel Paese a stelle e strisce. A questo punto si sarebbe pensato bene di evitare di assegnare una vittoria - una medaglia - al magnate newyorchese. In definitiva, si sarebbe approfittato della prima occasione legalmente possibile, per intervenire; e ciò affinché Trump non si appuntasse i meriti della consegna.

Seppellito negli Usa, in vista della collaborazione con Trump.

Secondo un'opposta tesi, il processo di estradizione ha rappresentato invece un vero messaggio di collaborazione verso la nuova Amministrazione repubblicana. Jorge Chabat, docente presso il Centro de investigación y docencia económicas (Cide), segnala che le tempistiche escludono ogni coincidenza: il Governo di Città del Messico avrebbe voluto far intendere che se Trump collabora, potrebbe instaurarsi una relazione fruttifera, almeno in tema di sicurezza. E che, «se preso con le buone, il Messico potrebbe essere un buon alleato». Meglio insomma che vivere sul filo di un conflitto permanente.

Evitare nuove fughe, leggi umiliazioni.

Secondo un'altra teoria, la priorità del Governo ispanoamericano è stata evitare una nuova fuga, dopo l'evasione dal tunnel del 2015; la quale ha rappresentato una grave umiliazione per le Autorità messicane, evidenziandone l'impreparazione e le collusioni col traffico.

Un gesto di gratitudine verso l'Amministrazione uscente.

Secondo Martín Barrón, ricercatore dell'Instituto nacional de ciencias penales (Inacipe), si tratterebbe piuttosto di un gesto di cortesia e gratitudine verso l'Esecutivo di Obama, per suggellare un percorso di lotta comune al narcotraffico, iniziato nel 2006. Si tratterebbe della ciliegina sulla torta, per chiudere quel ciclo all'insegna della collaborazione che va sotto il nome di Plan Mérida: il trattato per la lotta alla criminalità organizzata, stretto da Usa e alcuni Paesi latinoamericani.

Si è seguita solo la legge.

Secondo il Governo federale messicano, l'accordo Messico - Usa imponeva la consegna immediata della persona richiesta da Washington, e astenersene avrebbe significato violarlo, e assumersene la responsabilità. Solo tecnicismi giuridici, quindi.

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