Americanos43

2 Febbraio Feb 2017 1851 02 febbraio 2017

Latino America 2017, il punto del think tank "Il caffè geopolitico"

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Qual è la situazione politica ed economica della Regione latinoamericana, in questo inizio del 2017? Nell'Area si stanno verificando eventi che saranno definiti storici - come l'ascesa al potere del Magnate newyorchese, la fine del ciclo economico espansivo, e l'annunciato stravolgimento politico, figlio della crisi del ciclo progressista - e abbiamo così deciso di confrontarci con lo staff de "Il caffè geopolitico".

Insomma è un'intervista sui rapporti Stati uniti - Messico, ma anche per fare il pronostico sul futuro del Brasile, sull'esito della Rivoluzione bolivariana in Venezuela, e sul rapporto Washington - L'Avana, nell'Era Trump. Sul manifesto di quest'associazione culturale - che gestisce l'omonima rivista online ( http://www.ilcaffegeopolitico.org/ ) - s'intravede la volontà di non definirsi come un nuovo think tank: «La nostra sfida è dimostrare che la geopolitica non è solo materiale da think tank, istituzioni, specialisti. Si può analizzare temi e dinamiche con il rigore tipico dell’analisi geopolitica, presentandoli però in maniera semplice, agile, frizzante, comunicativa, accessibile a tutti».

E tuttavia la puntualità, la chiarezza e la completezza con cui si affrontano le questioni di politica internazionale, ci obbligano a definirla tale. A rispondere alle nostre domande è Andrea Martire: esperto di dinamiche ambientali e di politiche agroalimentari, per il "Caffè" è senior analyst, oltre che responsabile dei desk America latina e Ambiente. Il nostro intervistato ha anche scritto nel 2015 - con Davide Tentori - il saggio "Le Provocazioni di Expo – La salute del pianeta nelle mani del consumatore", per le Edizioni In Dialogo.

A suo giudizio, come si profila - al netto dei prevedibili provvedimenti di facciata promossi dal Magnate newyorchese - il futuro rapporto tra il neo insediato Governo statunitense e il Messico? Non crede che misure genuinamente protezioniste finiscano per danneggiare in primis le imprese statunitensi?

«I rapporti tra l'America di Donald Trump e il Messico non sono di certo iniziati in maniera pacifica; la ventilata costruzione del fatidico muro, la promessa del rimpatrio di milioni di discendenti messicani, e in generale il tono aggressivo tenuto dal 45esimo presidente degli Stati uniti … tutto ciò non ha facilitato il dialogo. Il peso ha subito una svalutazione del 10%, alla notizia dell'elezione del Magnate; e si prevedono conseguenze monetarie ben peggiori, per l'ipotesi che le minacce dovessero poi divenire realtà. Il presidente Enrique Peña Nieto ha dovuto annullare la sua visita ufficiale. Non è semplice immaginare che piega prenderanno le relazioni bilaterali. Trump rischia, però, di andare su di un terreno scivoloso: congelare così le relazioni con il Messico, rischia alla lunga di far venire meno quella manodopera a basso costo, che ha fatto la fortuna del Midwest. E soprattutto, rischia di privare l'economia yankee di tutti quei prodotti semilavorati, che sono la base di parecchi campi dell'industria statunitense. Quasi tutta l'industria meccanica, e quella automobilistica, ricorrono all'assemblaggio dei pezzi a sud del Rio Grande. In realtà la vera minaccia sembra essere indirizzata, più che altro, contro quelle industrie che mirano a de-localizzare per andare in Messico».

Politica interna brasiliana: di fronte alla disfatta elettorale della sinistra petista e lulista, crede che le forze politiche moderate e conservatrici avranno la strada spianata? Sapranno costruire un solido blocco sociale, anche in mezzo alla grave crisi economica?

«Difficile da dire. Il blocco petista non appare avere gli anticorpi per rinnovarsi, e rischia di presentare l'ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva, come prossimo candidato. Il padre padrone del Partido dos trabalhadores ha impedito la crescita di un delfino, e si è trovato spiazzato dal noto impeachment nei confronti dell'ex capo dello stato, Dilma Rousseff. I moderati di centrodestra hanno ora a cuore solo il risanamento dei conti pubblici. E probabilmente cercheranno di ridurre i programmi sociali del Pt, accusandoli di aver condotto alla crisi, con il loro gravare sulle finanze pubbliche. Tuttavia non c'è ancora né un programma di governo, né una squadra all'altezza. Michel Temer è visto come un presidente di passaggio. Economia debole, politica altrettanto. Il risultato è un Brasile che non è ancora riuscito a divenire potenza mondiale. L'unica via di uscita, oggi, è il rilancio delle alleanze continentali, e soprattutto della partnership con l’Argentina del presidente Mauricio Macri. A oggi il Partido do movimento democrático brasileiro appare favorito, ma alle prossime Presidenziali, Temer avrà settantotto anni».

Più in generale, e si pensi alla vittoria di Mauricio Macri in Argentina, reputa che il celebrato ciclo progressista latinoamericano sia giunto ormai all'epilogo?

«Credo di sì. Nel 2018 avremo elezioni in Bolivia e Brasile, poi toccherà al Venezuela. Il prossimo novembre si voterà in Cile, tra poche settimane in Ecuador. Cuba già non è più la stessa. Tutti i candidati progressisti (di stampo latinoamericano, non all'europea) sono sfavoriti. In effetti, il ciclo - che dura, si può dire, dal 2006 - sembra aver esaurito la propria forza, e non ha prodotto quei risultati che si attendevano, o che erano stati, in un certo modo, promessi. Complice il crollo del prezzo delle materie prime, l'instabilità mondiale e l'incapacità di arricchire il proprio modello di sviluppo, i Paesi latinoamericani possono sì vantare conquiste in campo sociale e politico, ma hanno ottenuto ben pochi risultati in quello economico. Il vecchio blocco conservatore ha fatto quadrato. La legge dell'alternanza, come dimostra proprio Macri, può fare il resto. Perciò sì, il rischio dell'epilogo del ciclo progressista c'è davvero, ed è forte».

Azzardando un pronostico, crede che il Governo Maduro riuscirà a resistere sino alla naturale scadenza, nel 2019?

«Probabilmente sì. Conserva ancora il controllo totale dell'informazione, e la guida delle Forze armate. I leader dell'opposizione (su tutti, Henrique Capriles) sono in carcere, o comunque impossibilitati a farsi ascoltare. Il presidente Nicolás Maduro è riuscito a fiaccare gli oppositori. Se una vera e propria rivolta non c'è ancora stata, è solo per questo, oltre che per l'efficiente opera di controllo che svolgono le Forze armate, a lui ancora abbastanza fedeli. Da come si muoverà l'Esercito, capiremo i prossimi passi del Venezuela».

Cuba - Stati uniti: il vostro think tank prevede che l'Inquilino di Washington giunga a smantellare la politica del disgelo promossa dal Predecessore?

«Non del tutto. Trump non è interessato al congelamento ma all'isolazionismo. Uscito dal Trans - Pacific partnership, del resto gli interessa poco. Probabilmente - dopo la positiva apertura dell'ex presidente Barack Obama - non ci saranno grossi passi indietro nei confronti di Cuba (che comunque conta pochissimo ormai per gli Usa). Tuttavia è da escludere che ci saranno nuovi miglioramenti».

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