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24 Febbraio Feb 2017 0243 24 febbraio 2017

Ecuador, per la sinistra il ballottaggio si fa duro

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I risultati delle Elezioni presidenziali in Ecuador, svoltesi domenica 19 febbraio, non sono definivi. E tuttavia pare ormai certo che a decidere sul futuro del Paese sarà il ballottaggio del 2 aprile. Il confronto riguarderà il progressista Lenín Moreno del Frente unidos - ossia il candidato del presidente uscente Rafael Correa, in partenza per un lungo soggiorno belga - e il conservatore Guillermo Lasso, in rappresentanza dell'Alianza por el cambio.

Se il primo è accreditato del 39,3% dei consensi, Lasso ha fatto proprio il 28,1 dei voti. Le tensioni dello scrutinio elettorale e della conta dei voti - vi sono state accuse di brogli da entrambe le parti - sono legate proprio al risultato del candidato governativo: se Moreno avesse raggiunto quota 40%, avrebbe potuto chiudere la pratica al primo turno, contando sul vantaggio di oltre 10 punti percentuali sul secondo classificato.

Il pronostico per il secondo turno non è facile: almeno prima che intervengano sondaggi chiarificatori. Sì perché la terza classificata - la moderata Cynthia Viteri del Partido social cristiano (Psc) - ha già annunciato di voler dirottare il proprio elettorato (un non trascurabile 16,2%) su Lasso. Mentre il quarto classificato Paco Moncayo - candidato dell'alleanza di sinistra Acuerdo nacional por el cambio (Anc) - ha dichiarato di non volersi schierare, lasciando così libertà di voto a quel 6,5% di cittadini che l'hanno seguito. Secondo gran parte degli osservatori, la stessa celebrazione del ballottaggio rappresenta un brutto colpo per il progetto politico di Correa: ossia la cosiddetta Revolución ciudadana, basata sul Movimiento alianza Pais - Patria altiva i soberana (detto comunemente Alianza país - País).

Del resto era dal 2006 che nella Nazione sudamericana non si celebrava un secondo turno nelle Presidenziali. Secondo gli analisti politici, non sono state tanto le accuse di corruzione (o quelle degli ambientalisti), a determinare il calo di popolarità per il Governo integrazionista e di sinistra; decisive sarebbero state piuttosto le recenti difficoltà economiche. Va tuttavia da sé che lo stesso passo indietro di Correa - che conserva ancora un grande carisma presso vari gruppi sociali - ha contribuito a un risultato così modesto, per il fronte progressista. Tuttavia, come anticipato, la frenata economica dell'ultimo biennio ha logorato sensibilmente l'Esecutivo in carica: si osservi che - nel primo semestre del 2016 - il prodotto interno lordo (PIL) nazionale ha subito una diminuzione di ben il 3 per cento.

Appare evidente che la politica dell'ultimo decennio - basata su grandi investimenti pubblici - ha prodotto buoni risultati solo in epoca di «vacche grasse»: prima insomma del deprezzamento delle commodity (in primis energetiche), e della rivalutazione del dollaro. In questa situazione, un'eventuale Amministrazione Moreno sarebbe costretta - per mantenere alcune promesse elettorali - ad aumentare le imposte, e a spendere a deficit. Fermo restando che il nuovo presidente, chiunque sia, sarà costretto a ridurre sensibilmente la spesa pubblica. E si prevede che se un Governo di sinistra imporrà i tagli con una certa cautela, la vittoria di Lasso preparerebbe il terreno a vere e proprie sforbiciate, in conformità con le direttive del Fondo monetario internazionale (Fmi).

In definitiva, si annuncia un secondo turno dall'esito molto incerto, che rappresenterà un decisivo banco di prova per lo stesso movimento progressista latinoamericano.

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