Americanos43

1 Marzo Mar 2017 2009 01 marzo 2017

Effetto Trump, perché il Messico si cala le braghe

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La domanda che scuote i messicani nelle ultime settimane è la seguente: perché il Governo del Messico, guidato dal presidente Enrique Peña Nieto, non manifesta maggior fermezza di fronte alle parole - più che agli atti concreti - dell'Inquilino della Casa bianca, Donald Trump? Perché si dà l'impressione che la potenza ispanoamericana continui a calarsi le braghe?

Se non altro a livello d'immagine, il capo di stato - è l'opinione d'imprenditori e analisti - dovrebbe assumere una posizione più dura, di fronte agli insulti - e agli atteggiamenti umilianti - del Magnate. Dovrebbe cioè tirare fuori gli attributi. Secondo il professor Gennaro Carotenuto, docente di Storia contemporanea presso l'Università di Macerata, l'Esecutivo Peña Nieto «non è strutturalmente capace di “mettersi i pantaloni” di fronte al vicino, al quale deve tutta la sua infima legittimità di governo poco più che fantoccio. Il Messico contemporaneo, quello che resta di un grande paese», prosegue lo storico nell'articolo "La pistola puntata di Donald Trump contro il Messico", pubblicato sul blog "Gennaro Carotenuto", «è strutturalmente pensato per servire in modo coloniale gli Stati Uniti e il fatto che la prima fonte di divisa siano proprio le rimesse degli emigrati ne testimonia i piedi d’argilla».

Secondo questo condivisibile filone di pensiero, l'Esecutivo messicano - non che non voglia - semplicemente non può, è impotente. Se una rivista come "Vanity fair" - e non un blog dell'ultrasinistra - titola «La strategia di Peña di fronte a Trump: passar bene col suo genero, grazie a Luis Videgaray», ebbene c'è da preoccuparsi. Come noto, in gennaio il presidente nomina Luis Videgaray a capo della diplomazia nazionale, nonostante l'economista non abbia nessuna esperienza diplomatica. E' però vicino a Jared Kushner - nominato alto consigliere del presidente - ossia il marito della de facto first lady, Ivanka Trump. In molti fanno notare che l'unico sussulto di orgoglio dell'Amministrazione di Città del Messico risale alla fine di gennaio, quando l'esponente del Partido revolucionario institucional (Pri) cancellò la visita ufficiale a Washington, prevista per il 31 di quel mese.

Altrimenti, è stata solo una somma di atti conciliatori, inviti al dialogo, e reazioni tiepide. Nessuno invero pretende che la Nazione latinoamericana inauguri un confronto esplicito con gli Stati uniti, tuttavia molti settori esigono posizioni se non altro più dignitose: senza che si dia l'impressione di star lì a subire attacchi, aggressioni e dichiarazioni ostili contro il Paese. Quasi a scusarsi, il presidente messicano ha dichiarato: «Ho la responsabilità di proteggere il patrimonio delle famiglie messicane, di salvaguardare le opportunità che i nostri bambini e giovani si meritano, e ovviamente di difendere i connazionali che vivono o si trovano negli Stati uniti».

Il ragionamento ha la sua logica, tuttavia - secondo molti osservatori - la politica del porger l'altra guancia potrebbe aver senso, solo se portasse - cosa che però non avviene - risultati concreti. Anche perché gli aspetti patriottici e nazionalisti, non possono essere del tutto trascurati. C'è così chi pensa che la parola d'ordine dei Vertici sia il negoziato economico: si sarebbe deciso di cedere sulle questioni del Muro - e migratorie in senso lato - per puntare solo sulla trattativa commerciale. C'è però chi va ancora più sul pesante: gli scandali politici potrebbero obbligare in futuro Peña Nieto a bussare alla porta degli Usa.

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