Americanos43

15 Aprile Apr 2017 2015 15 aprile 2017

Ecuador sempre più polarizzato, la sinistra tiene (per ora)

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Molti osservatori pronosticavano che il 2017 avrebbe rappresentato il punto di svolta della politica latinoamericana. L'anno in corso - in seguito alla vittoria di Mauricio Macri in Argentina, e di Jovenel Moïse a Haiti, e dopo il contestato impeachment in salsa verde-oro - doveva rappresentare la riscossa dei moderati: in contrapposizione - va specificato - rispetto ai leader e movimenti politici che avevano segnato il «decennio d'oro» della sinistra del Subcontinente.

Tuttavia la tenuta dei progressisti alle recenti Presidenziali in Ecuador - e quindi la prosecuzione della Revolución ciudadana - hanno messo in dubbio il teorema. Lenín Moreno dell'alleanza di sinistra - che ha fatto della propria disabilità un punto di forza - ha vinto per un soffio sul conservatore Guillermo Lasso.

Il quale ha deciso di non riconoscere la vittoria del rivale. Per nulla soddisfatto del 51,1% a 48,8 sancito dal Consejo nacional electoral - a suo dire inficiato da brogli - ha impugnato il risultato del secondo turno, chiedendo la riconta dei voti. Pare certo che il centrodestra ecuadoriano non attribuirà legittimità ai futuri governanti: quelli che il 24 maggio s'insedieranno alla guida del Paese, proseguendo il progetto iniziato dal presidente uscente Rafael Correa, dieci anni fa. Chiaramente la principale sfida del futuro Esecutivo - in mano al ticket formato da Moreno e il vicepresidente Jorge Glas - sarà questa stessa polarizzazione. Che non è solo istituzionale, o roba da politique politicienne, ma riguarda la stessa società civile: o si è per Correa, o contro Correa.

Per superare l'ostacolo, Moreno dovrà stringere accordi con importanti settori sociali - come gli Industriali e la grande stampa - che almeno ultimamente avevano voltato le spalle alla Revolución ciudadana. E dovrà cercare di essere il presidente di tutti (a leggere i suoi più recenti tweet, pare averlo compreso). L'altra sfida sarà rappresentata dalla crisi economica, iniziata già due fa col crollo del prezzo del greggio. Il sistema finanziario è fiaccato da un grave disavanzo pubblico, e si stima che nel 2016 un terzo della spesa pubblica sia stato finanziato da nuovo indebitamento. E gli economisti fanno notare che a preoccupare non è tanto l'entità del debito pubblico - che supera appena il 33% del prodotto interno lordo (PIL) - ma soprattutto gli elevati interessi, che si pagano per finanziarlo: predominano i titoli a scadenza breve, giacché il Paese ha fama di cattivo pagatore.

Insomma il Governo Moreno dovrà ridurre il deficit, con immaginabili ripercussioni in termini politico-sociali, ossia di consenso: la spesa pubblica, in questi anni, ha rappresentato il motore dell'economia, e uno dei principali "datori di lavoro". Sotto il profilo istituzionale, Moreno non sarà un'«anatra zoppa», e in Assemblea nazionale potrà contare su settantaquattro dei 137 deputati. E tuttavia dovrà fronteggiare non solo l'opposizione di Lasso - battuto al ballottaggio - ma anche le formazioni degli altri candidati, fermatisi al primo turno: Cynthia Viteri e Francisco Moncayo hanno entrambi deciso di sostenere il suo avversario. I politologi segnalano poi che il capo dello stato eletto dovrà trovare un delicato equilibrio tra l'esigenza di imporre una personale linea, e l'ombra ingombrante di Correa.

Che nella nuova Amministrazione sarà personificata dal vicepresidente Glas: questi rappresentava la prima scelta del leader uscente, ma sarebbe stato accantonato perché meno forte di Moreno nei sondaggi.

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