Americanos43

20 Aprile Apr 2017 1934 20 aprile 2017

Latino America 2017, il punto di Giampiero Gramaglia dello Iai

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La situazione politica ed economica - ma soprattutto sociale - dell'Area latinoamericana si annuncia, per i prossimi mesi, molto turbolenta. La polarizzazione nella società civile venezuelana - con tanto di morti per le vie di Caracas - insieme al recente incendio del Parlamento di Asunción, stanno lì a dimostrarlo. Gli stessi sondaggi elettorali in Brasile - che anticiperebbero una vittoria schiacciante del sempiterno Luiz Inácio Lula da Silva alle Presidenziali 2018 - evidenziano il caos istituzionale che si vive nel Paese verde-oro.

Sì, perché dopo le innumerevoli marce di protesta dei mesi scorsi - che hanno dato il decisivo input al controverso impeachment nei confronti della pupilla Dilma Rousseff - ecco che l'ex presidente-operaio progressista non sembra avere avversari nella corsa verso la vittoria.

Secondo la ricerca Vox populi di poche ore fa - relativa alla proiezione del secondo turno - Lula si assicurerebbe il 49% di tutti i suffragi (non solo i voti validi), contro il 19% della sfidante più accreditata, l'ambientalista Marina Silva (esponente della formazione socialdemocratica Rede sustentabilidade). Qui ci interessa essenzialmente formulare un pronostico politico sul futuro della Regione nei prossimi mesi; e va subito anticipato che lo sbandierato sciogliersi - come neve al sole - delle formazioni di sinistra, sembrerebbe contraddetto dalla vittoria di Lenín Moreno alle Presidenziali in Ecuador di poche settimane fa. Nel corso di quest'anno si voterà poi per la Presidenza anche in Cile e in Honduras, mentre a ottobre l'Argentina rinnoverà parzialmente Camera e Senato, e in Messico si sceglierà il governatore dell'Estado de México.

In Cile si prevede una riconferma dell'alleanza progressista, grazie alla figura del radicale Alejandro Guillier; il giornalista radiotelevisivo dovrebbe superare per un'incollatura l'ex presidente Sebastián Piñera, ossia il magnate dominus del centro-destra. In Honduras è invece probabile - stando almeno ai dati delle Primarie di marzo, che hanno riguardato tutti i partiti - una riconferma dell'attuale dirigenza: il presidente in carica, il conservatore Juan Orlando Hernández, dovrebbe prevalere agevolmente sull'avversario liberale, e sulla più distaccata formazione d'ispirazione bolivariana. Tuttavia gli appuntamenti elettorali dell'anno in corso potrebbero essere anche interpretati come una sorta di antipasto rispetto a quelli dell'anno successivo; quando saranno scelti i leader di Messico, Brasile, Colombia, Venezuela - sempreché l'Esecutivo Maduro non sia sopraffatto dalle proteste crescenti - e dulcis in fundo Paraguay.

Qui bisognerà osservare se la maggioranza conservatrice del presidente uscente Horacio Cartes sarà in grado di portare a termine la contestata riforma costituzionale, che consente la rielezione del capo dello stato. Causa prima, come noto, dell'assalto incendiario al Parlamento. Insomma uno scenario convulso su cui aleggia l'ombra dell'Amministrazione di Washington. La Casa Bianca al momento dà l'impressione di osservare a prudente distanza l'«ex cortile di casa», tuttavia non dovrebbe mancare d'intervenirvi quando ciò le appaia utile per compattare il proprio elettorato. Un concetto, quest'ultimo, che è più sotto espresso in modo molto efficace dal giornalista Giampiero Gramaglia, di cui invitiamo a leggere l'intervista.

Consigliere per la comunicazione dell'Istituto affari internazionali (Iai) - l'autorevole think tank fondato su iniziativa di Altiero Spinelli - il nostro intervistato ha diretto per anni l'"Agenzia nazionale stampa associata" (Ansa), prima d'insegnare Sociologia dei processi culturali e comunicativi, presso l'Università degli studi di Roma "La Sapienza".

A suo giudizio, come si profila - al netto dei prevedibili provvedimenti di facciata promossi dal magnate newyorchese - il futuro rapporto tra il neo insediato Governo statunitense e il Messico? Non crede che misure genuinamente protezioniste finiscano per danneggiare in primis le imprese statunitensi?

«La seconda domanda ha una risposta facile: le misure protezionistiche sono micidiali boomerang, indipendentemente da contro chi sono rivolte. Quanto al Messico, in particolare, la relazione s’è apparentemente stabilizzata - se non normalizzata - dopo i fuochi d’artificio iniziali sul muro da erigere lungo il confine "che pagheranno loro", il North american free trade agreement da rinegoziare, le tirate d’orecchie alle industrie dell’auto per investimenti in stabilimenti in Messico, invece che negli Stati uniti. Tuttavia la calma è apparente, il fuoco cova sotto la cenere: misure contro gli immigrati e muro torneranno d’attualità, quando Donald Trump se ne ricorderà o ne avrà bisogno per fare dimenticare qualche infortunio domestico o internazionale».

Politica interna brasiliana: di fronte alla disfatta elettorale della sinistra petista e lulista, crede che le forze politiche moderate e conservatrici avranno la strada spianata? Sapranno costruire un solido blocco sociale, anche in mezzo alla grave crisi economica?

«Credo che fin quando la crisi economica non sarà stata superata e digerita, la situazione politica resterà relativamente instabile; con possibili mutamenti d’umore repentini dell’opinione pubblica, in un Paese che gli stereotipi vogliono facile all’entusiasmo e alla depressione».

Più in generale, e si pensi alla vittoria di Mauricio Macri in Argentina, reputa che il celebrato ciclo progressista latinoamericano sia giunto ormai all'epilogo?

«La sinistra ha vita grama in tutto il Mondo e non solo in America latina, in questa stagione politica, sociale ed economica: dagli Stati uniti all’Unione europea, sino all’Asia più occidentalizzata. In America latina, anzi, resistono isole cosiddette di sinistra - peraltro solo in parte effettivamente tali - tenute talora a galla dalle personalità dei leader. Certo però mi pare che nei grandi Paesi un ciclo si sia esaurito».

Azzardando un pronostico, crede che il Governo Maduro riuscirà a resistere sino alla naturale scadenza, nel 2019?

«Il Venezuela è una di quelle isole dove la personalità dell’attuale leader non appare sufficiente ad ancorare il regime al potere: Nicolás Maduro non è Hugo Chávez, non ne ha il carisma né la fisicità; e, per di più, il regime è logoro e deve pure difendersi dagli eccessi degli amici. Che tenga fino al 2019 non è però escluso, anche se l’opposizione evoca con insistenza elezioni anticipate».

Cuba - Stati uniti: il vostro think tank prevede che l'Inquilino di Washington giunga a smantellare la politica del disgelo promossa dal predecessore?

«L'Istituto affari internazionali - Iai non ha un ufficio aruspici. Trump, verso Cuba, baderà a non deludere quegli esuli di Miami anti-castristi viscerali che l'hanno votato; mentre, man mano che passa il tempo, si attenuerà la motivazione a smontare quel che Barack Obama ha fatto. Certo, Cuba non è stata una priorità dei suoi primi cento giorni ed è terreno ideale per qualche mossa sorprendente destinata a distrarre l’opinione pubblica».

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