Americanos43

27 Agosto Ago 2017 2019 27 agosto 2017

Venezuela e sanzioni, e ora?

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Che cosa significano, per l'economia del Venezuela, le sanzioni imposte dagli Stati uniti? Questa stretta finanziaria nei confronti del Governo chavista riuscirà a produrre irreparabili conseguenze per l'economia, e per la crisi politica che vive il Paese? Innanzitutto un passo indietro. La vicenda ha avuto inizio il 25 agosto, quando l'Inquilino della Casa Bianca, Donald Trump, ha firmato un controverso ordine esecutivo: l'atto proibisce i negoziati di azioni e obbligazioni, che saranno emessi dall'Esecutivo presieduto da Nicolás Maduro (oppure da Petróleos de Venezuela, sociedad anónima - Pdvsa, la compagnia petrolifera statale).

Il divieto di scambio si estende a certi altri bond che si trovino nel portafoglio del Governo (o comunque nella disponibilità del settore pubblico), e s'impedisce inoltre il pagamento - a favore di Caracas - dei dividendi societari.

Va aggiunto che la classe dirigente del Paese caraibico era certa di una nuova ondata di sanzioni economiche; specie in seguito alle recenti misure che colpivano individualmente i vertici della Nazione, Maduro compreso. Non ci si attendeva tuttavia che le nuove sanzioni di Washington trasformassero il Venezuela in un paria delle piazze finanziarie, e delle borse mondiali. Il provvedimento degli Usa - che parla espressamente dell'obiettivo di colpire quella «dittatura», per instaurare di nuovo la democrazia - rischia di essere devastante, per un tessuto economico e produttivo già devastato. Come noto, il 96% della valuta pregiata circolante nel Paese è frutto dell'export del petrolio; del resto la fascia dell'Orinoco contiene la maggior riserva di oro nero al mondo.

Si tratta, è vero, del cosiddetto petroleo extra pesado venezuelano, di difficile estrazione, ma la sua importanza (economica e geopolitica) è comunque inestimabile. Mentre - causa la desertificación industriale di un Paese, da troppo tempo adagiatosi sull'economia dei petrodollari - vi è una quasi totale dipendenza dall'Estero per molti beni di prima necessità (compresi alimenti e farmaci). Su questo scenario - reso ancor più plumbeo dalla caduta del prezzo del greggio sui mercati internazionali - le sanzioni a stelle e strisce potrebbero avere l'effetto di un atto di guerra: dando un nuovo impulso a un'inflazione già alle stelle, possono privare lo Stato di ogni risorsa per approvvigionarsi dei prodotti più necessari.

Si ricordi solo che, tra il 2015 e il 2016, le importazioni di Caracas sono crollate addirittura della metà. Anche il capo dello stato ha riconosciuto che queste misure danneggeranno gravemente l'economia. Sanzioni sì bilaterali, ma che, di fatto, renderanno molto gravoso al Venezuela finanziarsi con valuta forte sulle piazze d'affari mondiali: pressoché tutti i circuiti finanziari internazionali fanno tappa - è inutile dirlo - negli Usa. Caracas potrebbe così vedersi costretta a scegliere tra il rimborso del proprio debito estero e l'importazione di beni alimentari e farmaceutici: optando con buone probabilità per questi ultimi, se non altro per calmare un clima politico e sociale sempre più infuocato, che inevitabilmente favorisce l'opposizione di destra.

Inizia tuttavia ad avere efficacia - se non altro verso il proprio elettorato - la narrazione governativa secondo cui il Venezuela paga - e lo fa puntualmente - una quota elevatissima del debito estero. E il fatto che i suoi titoli siano considerati di alto rischio, farebbe parte della «guerra economica» che il Paese subisce a livello internazionale.

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