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4 Gennaio Gen 2018 0018 04 gennaio 2018

Fake news, un libro sul golpe in Guatemala

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Pubblichiamo oggi un’intervista a Francesco Serino, scrittore grossetano laureato in Storia contemporanea presso l’Università La sapienza di Roma. L’incontro con lo studioso si deve alla pubblicazione del suo libro “La vera storia della Repubblica delle Banane – 1954: la Cia in Guatemala”, edito dalla prestigiosa Editrice Ugo Mursia ( http://www.mursia.com/index.php/it/novit%C3%A0/serino-f-la-vera-storia-della-repubblica-delle-banane-detail ).

Un saggio che é stato favorevolmente recensito anche da Alessandra Riccio, docente di Lingua e letterature ispanoamericane presso la Facoltà di Lingue e letterature straniere dell’Istituto universitario orientale di Napoli, oltre che condirettrice della rivista “Latinoamerica” fondata da Gianni Minà.

Abbiamo intervistato la professoressa nel 2016, per parlare del futuro di Cuba: http://www.lettera43.it/it/blog/americanos43/2016/06/07/il-futuro-di-cuba-secondo-alessandra-riccio/4135/ . E giá che siamo in tema, segnaliamo la nostra intervista in due parti a Marco Cantarelli, direttore di “Envío - bollettino mensile centroamericano”: punto di riferimento per conoscere l’attualitá guatemalteca ( http://www.lettera43.it/it/blog/americanos43/2016/06/25/comici-al-potere-il-caso-guatemala-1/4182/ ). Torniamo al libro di Serino, che rappresenta l’unico studio italiano sul colpo di stato del 1954 in Guatemala, condotto contro l’Esecutivo democraticamente eletto del colonnello Jacobo Árbenz.

La vicenda é importante nella storia, nella cronaca e nel costume del Novecento. In primis, nasce qui il legame tra l’icona Ernesto Che Guevara e Cuba: proprio nei giorni del golpe, l’argentino stringe uno stretto rapporto con l’esiliato caraibico Antonio Ñico López (cui sará intestata la nota raffineria avanera), che lo presenterá ai fratelli Castro. E poi l’episodio mostró che la falsificazione della realtá – attraverso falsa propaganda e fake news – non era solo monopolio delle dittature. Gli interessi economici di vari dirigenti dell’Amministrazione Eisenhower (a cominciare dai fratelli Dulles, legati alla United fruit company), insieme al maccartismo della Guerra fredda, non lasciarono speranza a un Governo nazionalista e progressista – certo non comunista – che puntava alla riforma agraria.

Una falsificazione del reale che é continuata anche dopo che Árbenz é stato destituito, per dipingerlo come una spia sovietica. A nessuno dei protagonisti della vicenda, a dire il vero, é poi andata benissimo. Il segretario di stato John Foster Dulles muore di cancro quattro mesi dopo la presa di potere del líder maximo Fidel Castro; mentre il fratello – il direttore della Central intelligence agency, Allen Dulles – fu rimosso senza tanti complimenti, in seguito all’episodio della Baia dei porci. La United fruit – poi Chiquita brands international – é invece oggi brasiliana, acquistata in epoca petista (2014) dalla cordata Cutrale – Safra.

Beninteso, il ruolo peggiore il destino l’ha riservato al capo di stato cacciato. Sin da quando inizia l’invasione dell’armata Brancaleone di Carlos Castillo Armas – e decide di non resistere in modo vigoroso – Árbenz é protagonista di un vero calvario: magari un po’ romanzato, e narrato spesso con toni melodrammatici. All’uscita del Paese lo fanno spogliare – con tanto di foto – per vedere che non nasconda con sé gioielli. Vaga ramingo per America del Nord e del Sud, per Europa e Asia: con visti provvisori e mal sopportato dai politici locali. Di lui non sanno cosa farsene: per gli occidentali é un cospiratore comunista, oltrecortina (in particolare per la propaganda cubana) rappresenta ció che un leader non deve mai fare.

Ossia abbandonare il proprio popolo nella mani dell’Imperialismo. Il tutto condito da depressione, alcolismo, i tradimenti della ricca e amata moglie María Cristina Vilanova, il suicidio della figlia Arabella Árbenz Vilanova, stravolta da droghe e da una pluralitá di relazioni con donne e uomini.

Da dove nasce il suo interesse per questa vicenda, e in particolare per quel Paese centroamercano? Perché ha deciso di affrontare quest’avventura?

«Tutto è nato da un libro sulla Guerra fredda, dove al coup era riservato un solo rigo. Eppure, gli scottanti ingredienti di una criminale commistione tra pubblico e privato mi parvero da subito troppo eclatanti per non essere approfonditi».

Ci puó parlare del suo libro, e in particolare delle fonti cui ha attinto? Ha fatto riferimento anche a documenti di recente desecretati?

«Il libro ricostruisce i noti Diez años de primavera, iniziati con la Rivoluzione del 1944 e drammaticamente interrotti col rovesciamento del presidente Árbenz, accusato di comunismo ma in realtà reo di aver contrastato il monopolio della United fruit company, oggi Chiquita. Il mio intento è stato anche quello di restituire dignità a un popolo vessato: dal 1954 il Paese ha contato 250mila morti, e gli Stati uniti hanno immancabilmente sostenuto ogni dittatura. La fonte principale è stata il materiale desecretato nel 2003 e pubblicato nel Foreign relations of the United states, ma anche la Rete è stata un’importante risorsa: ho potuto accedere a lavori altrimenti irreperibili come quello dello storico uruguaiano Roberto García Ferreira».



Che opinione ha del golpe guatemalteco del 1954? Non crede che l’episodio – noto al grande pubblico soprattutto per la presenza come spettatore di Ernesto “Che” Guevara – ricordi anche le odierne guerre di propaganda, a colpi di fake news?

«È un episodio emblematico di campagna mediatica anti-verità. È il tema che più mi interessa. Gli Stati uniti misero in piedi un vero sistema, dalle stazioni radio segrete fino ai report fasulli sbandierati nelle sedi internazionali. Edward Bernays, padre delle Pubbliche relazioni, all’epoca era consulente della United fruit ed è stato promotore di subdole campagne pubblicitarie anti-Guatemala. Bernays dice: “La manipolazione consapevole e intelligente delle opinioni e delle abitudini delle masse svolge un ruolo importante in una società democratica, coloro i quali padroneggiano questo dispositivo sociale costituiscono un potere invisibile che dirige veramente il Paese”. Molto chiaro».

Umiliato ed esiliato in piú continenti (ricorda un po’ il rivoluzionario Lev Trotsky, perseguitato dallo stalinismo) divenne esempio negativo, tanto nel mondo occidentale, quanto nel socialista. Per la narrazione castrista, era l’esempio di quanto un leader non dovrebbe fare. Ebbene, qual é la sua opinione sul presidente spodestato, Árbenz?

«Árbenz era colto e preparato. Forse troppo giovane e onesto. In verità era un uomo solo, alla guida di un Paese economicamente dipendente dall’estero, ma rimane una figura leggendaria nella lotta contro il capitalismo. Le sue furono vere riforme democratiche, poi demolite in un paio di anni a colpi di un decreto al giorno».

Cosa ne pensa del Guatemala attuale, che giorni fa ha deciso di imitare la Casa Bianca, e di spostare l’Ambasciata in Israele, a Gerusalemme?

«L’emulazione è il peggior esempio di servilismo».

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